Comunicare

Chiappori
Come afferma Paul Watzlawick, (La pragmatica della comunicazione umana – primo assioma)  “Non si può non comunicare”; anche il silenzio infatti è la comunicazione che “non si ha intenzione, o non si vuole, dire qualcosa”. Se da un lato è completamente insensata la pretesa di non voler comunicare assolutamente nulla, dall’altro è forse folle l’ambizione di riuscire ad inserire nelle proprie parole e nelle proprie frasi il senso completo del proprio pensiero.
D’altra parte è già molto difficile afferrare tale senso anche per la persona stessa che lo formula dentro di sé. La pretesa poi di trasferirlo per intero nella sua “labirintica completezza” riuscirebbe solamente a rendere caotico e incomprensibile il proprio linguaggio.
L’unica strada percorribile sembra quindi essere quella di rendere “intelligentemente incompleta” la raffigurazione dei propri pensieri, di immettere in quella immagine necessariamente indefinita, alcune “zone evocative”, figure parallele e simboliche un po’ informi, tali da lasciare all’interlocutore l’incarico di completare a livelli intuitivo e personale il significato delle stesse.
E’ pura ingenuità (o immaturità) attendersi dall’esterno il supporto alla nostra intelligenza e sensibilità, il puntello su cui poter innalzare il livello della nostra capacità comunicativa. Questa non può che derivare dalla possibile “risonanza” della nostra parola nella sensibilità altrui, non esiste una meccanica della comunicazione che sia definibile a priori, a tavolino senza alcun sentimento di condivisione rispetto all’interiorità altrui.
L’unico luogo in cui possiamo cercare e tentare di trovare questo possibile terreno di condivisione è dentro di noi, nel nostro spirito più autentico.
 Proprio qui bisogna impietosamente rintracciare le motivazioni dei nostri sforzi, evitando di rincorrere facili quanto sterili e improduttive consolazioni e giustificazioni rispetto a qualsiasi fallimento o errore compiuto.  Allinearsi al “comune sentire” potrà farci sentire per un momento meno soli e abbandonati, ma ciò non serve a nulla e a nessuno. Domandiamoci: è questo che ci interessa davvero?
L’unica possibilità che ci viene concessa per provare ad apportare un proprio contributo al mondo passa attraverso la ferma decisione di non esserne l’immagine riflessa e passiva. Questo è possibile solo se la richiesta parte dal profondo del nostro essere, dove non è possibile nascondersi o mentire  nessuno, tantomeno a sé stessi. Eludere questa voce, falsificarne il sincero messaggio, prima a sé stessi e quindi al prossimo, significa tradire l’unica base di solida umanità che ci possa sorreggere, rispetto a noi stessi e all’intera comunità.
Ecco il motivo della fondamentale importanza di mantenere il contatto autentico (e difficile, a volte doloroso) contatto con quella zona della nostra coscienza: la peggiore delle disgrazie che potrebbe capitarci sarebbe di perdere per strada questo contatto e l’autentica consapevolezza della sua stringente necessità.
L’illustrazione è di Alfredo Chiappori ed è tratta dal libro di Guglielmo Gulotta, “Commedie e drammi nel matrimonio”,  Feltrinelli, 1976

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