La cultura del lamento

 

complaining

 

“Continua a lamentarti che ti fa bene!” La lamentela è catartica. E ancora più importante, unisce le persone.

Questo il titolo e il sottotitolo di un acuto e intelligente articolo di Oliver Burkeman uscito su Guardian.com. La lettura è suggerita e consigliata da highlysensitiveperson.net. Con cui per inciso sono in completo disaccordo.

Tenterò quindi di seguito di proporne, più che la traduzione (termine eccessivo per le mie capacità; chiedo anzi scusa in anticipo per le eventuali imprecisioni terminologiche) il senso complessivo.  Eccolo qui:

“Nel 2006, un parroco di nome Will Bowen lanciò una campagna denominata “Un mondo libero dalla lamentela“. Bowen sfidava i suoi parrocchiani – e successivamente, quando la campagna decollò, sfidò gli spettatori di Oprah e i lettori del suo libro bestseller – di smettere di lamentarsi per 21 giorni consecutivi. Ci ho provato. Ho perfino portato (sebbene sia a malapena capace di vestirmi) uno dei braccialetti viola distribuiti da Bowen per aiutare le persone a ricordarsi di non lamentarsi. Non ho resistito a lungo, e ritengo tutto questo un poco stupido, ma faccio fatica ad essere in disaccordo con l’idea di base. Finché si definisce “il lamentarsi” correttamente – stiamo parlando di trascurabili lamentele quotidiane, non di agitazioni per cambiamenti sociali – allora naturalmente lamentarsi è male. Chi non vorrebbe un mondo in cui ce ne fossero meno?

Ma poi l’altro giorno ho letto “Amici in miseria“, un meraviglioso saggio sul New York Times di Mariana Alessandri, una filosofa dell’Università del Texas, e ho avuto la sensazione che una tensione interna si fosse risolta. E’ venuto il momento di confessarlo: sono un lamentoso. E la lamentela non mi porta sulla via della felicità; è proprio essa che mi rende felice.

Il pezzo di Alessandri prende spunto da “Città Infelici“, un documento di lavoro dell’Agenzia Nazionale di Ricerca Economica, il quale concludeva che New York City – la città in cui Alessandri è nata e cresciuta – è la città americana meno felice. Ma il sondaggio su cui era basato questo giudizio chiedeva agli Americani se loro erano “soddisfatti” nella vita, non “felici”. “I ricercatori sono un po’ approssimativi su questa distinzione” ha detto Stephen WU alla rivista Pacific Standard. “I termini in questione sono senz’altro collegati, ma essi non sono una e la stessa cosa.” Alessandri pensa che essi non sono assolutamente la stessa cosa. Infatti ha ha scritto:

“Sono certa che una persona (perfino un Newyorkese) possa essere insoddisfatto e felice al tempo stesso, e che il fatto di lamentarsi non fosse un’evidenza di infelicità, ma qualcosa che a modo suo conduce a una maggiore felicità.”

Citando il filosofo Arthur Schopenauer,  Alessandri respinge ancora l’assunzione che il lamentarsi sia proficuo solo se porta a risultati concreti. Non è questo il punto, porta a concludere il buon senso, se quello su cui ti stai lamentando è sotto il tuo controllo. In New York lei è irritata dal sovraffollamento, dalle buche, dai prezzi alti, dai ritardi dei treni, dai ciclisti, dalle api (dalle api?). Non può fare nulla per cambiare queste cose. Perciò perché prendersi il disturbo di lamentarsi?

Bene, prima di tutto perché è catartico. Ma molto più importante, il lamento unisce e ravvicina le persone.

Solamente perché l’argomento di conversazione è negativo invece che positivo non significa che siamo infelici, spesso è anzi il proprio il caso contrario… Due estranei che si lagnano su una banchina della metro possono finire per sorridere o ridere fra di loro.

Scambiarsi reciproche insoddisfazioni significa riconoscere l’esistenza delle altre persone, significa condividere una triste reciproca simpatia per la difficile e qualche volta tremendamente difficile situazione determinata dal fatto di essere nati.

In qualità di inglese residente a New York, mi piace pensare che so di cosa si parla quando si parla del brontolare, e Alessandri puntualizza qualcosa che mi suona familiare. E’ vero, i newyorkesi sono più espressivi degli scontrosi Brits quando sono seccati – la caratteristica che comunemente, sbagliando, fa descrivere i newyorkesi  come “maleducati” – ma in fondo in fondo sappiamo che la socializzazione può derivare tanto dalla lamentela quanto dal buon umore. Forse, addirittura più facilmente: una interpretazione di un recente studio Inglese sul comportamento su Facebook è che condividere foto della tua fantastica vita ti fa perdere seguaci.

New York può senz’altro risultare deprimente, estenuante, emarginante. Ma il talento per la lamentela non è causa di questo; è un’antidoto. La lamentela è il tessuto sociale – un tessuto sicuramente ruvido, ma  anche durevole. Alessandri scrive che quando si trasferì in Texas, capì che la sua affabile lamentosità risultava socialmente inaccettabile; il pensiero di vivere in clima così ostile al lamento fa di gran lunga più orrore al mio cuore del peggior giorno a New York.

Per dirla tutta, dissento dal ragionamento di Alessandri solo su questo aspetto: non penso che sia necessario scambiarsi lamentele per sentire cameratismo  con altre persone lamentose. Come sanno i residenti di Brooklyn, il G train è un assurdo offensivo pretesto di un servizio di metro. in quanto infrastruttura di una metropoli maggiori è una burla. Ma le persone che si lamentano del servizio G train si sentono una reale e vivace entità, alla quale sono felice di appartenere. Non ne discuto nemmeno: perfino il mio silenzioso lamento interiore mi fa sentire in contatto con migliaia di persone che brontolano.

Nel suo libro, Will Bowen cita una vecchia battuta che intende dimostrare l’inutilità del lamento. Parla di due muratori che fanno il pranzo assieme. Giorno dopo giorno, uno degli uomini apre la sua borsa e trova sempre un sandwich di polpettone e si lamenta: “Ancora un sandwich di polpettone?”. Alla fine il suo amico non riesce a trattenersi: “Scusa ma perchè non chiedi a tua mogli di farti qualcosa di diverso?” “Ma di cosa stai parlando?” risponde il primo. “Il pranzo me lo preparo io!”

La questione naturalmente è che metà delle volte in cui ci lamentiamo siamo in grado di risolvere la situazione da soli. (Molte altre volte non possiamo fare niente; in qualunque scenario, si sostiene, non potremmo lamentarci). Ma c’è un’altro modo di considerare la cosa: quei due muratori conversano, è un filo lanciato da un uomo ad un altro, attraverso il vuoto esistenziale. Forse è l’inizio di una duratura, emozionante e supportevole amicizia che li vedrà uniti durante i loro momenti peggiori. O forse no; forse si tratta solamente di una conversazione sui sandwiches. Ad ogni modo, la lamentela ha forgiato una connessione. Il che è sicuramente una cosa di cui non lamentarsi.”

Ok, è scritto molto bene ed è acuto. Sono anche d’accordo che tra “soddisfazione” e “felicità” ci sia una notevole differenza. Tuttavia sono in assoluto, totale disaccordo con il contenuto dell’articolo e su questo tipo di approccio. Sono anzi convinto che questa impostazione sia assolutamente controproducente sia per la collettività in generale sia per le singole persone interessate. In particolare per le persone ipersensibili. E credo anche che alcuni siti, blog o testi che trattano di questa caratteristica sbaglino di grosso ad adottare questo tipo di strategia comunicativa, perché essa non può che condurre in un disastroso (e lagnoso) vicolo cieco. A mio parere ognuno deve invece tentare di portare il proprio personale fardello e tentare semmai di sollevare per quanto possibile – essendone in grado – quello altrui, anziché lamentarsi continuamente del proprio. Naturalmente questa è solo la mia modesta e personale opinione.

 

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