Dalla parte del misantropo

Il Tartufo(Tartuffe ou l’Imposteur) di Molière venne rappresentato per la prima volta a Versailles il 12 maggio 1664. Nella prima versione in 3 atti l’opera si  concludeva con la vittoria di Tartuffe. Ma Luigi XIV, detto il Re Sole, fece correggere l’opera: non gli risultava infatti accettabile che l’ipocrisia – mascherata da amicizia e devozione religiosa – alla fine trionfasse.  Perciò la seconda versione in 5 atti, che finì dunque con la sconfitta del Tartuffe e la vittoria di Orgon, venne rappresentata a Palais-Royal il 5 agosto 1667. In questo caso, tuttavia, non vi sono dubbi sulla posizione dell’autore: il “cattivo”  emblematico è senz’altro Tartuffe, “il compito della commedia essendo quello di correggere gli uomini divertendoli, presentando i vizi e i difetti in modo anche esagerato“, come affermò Molière stesso in una presentazione della commedia al re di Francia. Tanto è vero che ancora oggi con il termine “Tartufo” si indica un personaggio dalle precise caratteristiche negative.

Il misantropo (Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amoureux) è invece un caso molto diverso. La commedia venne rappresentata per la prima volta il 4 giugno 1666 ancora al Palais-Royal, e “anche Il misantropo ridicolizza fin dall’inizio le convezioni e l’ipocrisia degli aristocratici francesi dell’epoca, ma assume un tono più serio quando si sofferma sui difetti e le imperfezioni che tutti gli esseri umani possiedono”. Lo schema teorico dell’opera è presentato fin all’inizio del primo atto, nel quale troviamo Alceste (il misantropo) in dialogo litigioso con l’equilibrato Philinte: Alceste rifiuta recisamente le convenzioni sociali, la falsa gentilezza della conversazione, la tolleranza verso gli ignoranti e i disonesti; vorrebbe che tutte le parole partissero dal cuore, e odia tutti gli uomini, da una parte i cattivi e i malfattori, dall’altra tutti coloro che con loro sono compiacenti. Philinte invece sostiene la necessità di adattarsi  ai costumi del tempo, di una ragione che rifugga da ogni estremismo: e ritiene follia pretendere di correggere le abitudini del mondo.

ALCESTE: Non posso sopportare le pavide maniere/Che ostenta la gran parte della gente alla moda; /Nulla v’è ch’io detesti come le contorsioni /Di quegli eccezionali inventori d’inchini, /Porgitori garbati di frivole carezze,/ Cortesi dicitori d’inutili parole, /Che fanno ostentazione di civiltà con tutti/ E trattano ad un modo l’uomo serio e il melenso. (…) Per gloria che ne abbiate, è un regalo da poco, /Se poi vi si confonde con l’universo intero. /La stima ha fondamento su qualche preferenza/E stimar tutti è come non stimare nessuno. (…)  Io rifiuto di un cuore l’estrema compiacenza/ Che al merito non pone differenze di sorta./ Voglio mi si distingua; e parliamoci chiaro,/ Non fa per me chi ama tutto il genere umano.

PHILINTE Dei costumi del tempo diamoci meno cura,/ E facciamo un po’ grazia alla natura umana;/ Prendiamola in esame senza troppo rigore, /E con qualche indulgenza guardiamo i suoi difetti. /Ci vuole a questo mondo una virtù sensata;/ A furia di saggezza meritiamo rampogne; /La perfetta ragione rifugge dagli estremi, /E ci vuole virtuosi in tutta sobrietà. /La grande e rigorosa virtù dei tempi antichi /Si oppone al nostro tempo e agli usi quotidiani;/ Essa chiede ai mortali perfezione eccessiva. /Senza ostinarsi, è bene assecondare i tempi;/ È invero una pazzia non seconda a nessuna /Avere la pretesa di correggere il mondo./ Come voi, ogni giorno, osservo tante cose/ Che con altro indirizzo potrebbero andar meglio, /Ma nonostante quello che vedo ad ogni passo,/ Come voi corrucciato non mi si vedrà mai; /Io prendo con dolcezza gli uomini come sono, /Mi avvezzo a sopportare tutto quello che fanno, /E penso che alla corte, o in città, la mia flemma /Sia tanto filosofica quanto la vostra bile.

Alceste considera irrecuperabili gli uomini e la società, e per questo si esclude dal loro consorzio: e la sua fuga finale dalla società  sarà il punto d’arrivo della sua impossibile battaglia. E’ un intransigente idealista, che pretende di comportarsi senza ipocrisie e senza piegarsi a compromessi, incapace di conciliare i propri principi etici con le consuetudini sociali. Soffre per le sue costrizioni, si indigna per ciò che a tutti appare normale, per le ipocrisie piccole e grandi che tutti siamo abituati a tollerare. «Su larga scala la stupidità diventa invisibile», suggerisce Bertolt Brecht, ma è anche ragionevole limitarsi a combattere solo quelle battaglie (o quelle guerre) che in qualche modo sia possibile vincere.

Perciò dove sta la ragionevolezza? Ragione e ragionevolezza coincidono? Certo quest’ultima sta dalla parte di Philinte, nonché del “Cortegiano” di Baldassarre Castiglione, dell’Accademia dell’Arcadia, (che infatti fu “fondata a Roma nel 1690 per promuovere una letteratura contenuta in ambito “grazioso”, nel rispetto delle convenienze sociali, per consacrare il valore della società presente, nascondendo tutte le scorie e le contraddizioni che la contaminano” – Giulio Ferroni), di monsignor Della Casa e del suo “Galateo overo de’ costumi“, della discrezione e del particulare di Guicciardini, ecc.

E’ impossibile raggiungere certezze sull’opinione e sulle intenzioni di Molière, ma siamo davvero certi che la reale asocialità dell’uomo consista e venga rappresentata in una sofferta quanto coerente misantropia?

 

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.