Bologna di male in peggio

Già prevedo che a quanto sto per scrivere si vorrà contrapporre quella sentenza di Orazio che, parlando della natura dei vecchi, li definisce queruli, incontentabili e lodatori del tempo della loro gioventù. Non nego che ciò sia vero, e che alcune cose da me scritte possano casualmente confermare questa sentenza; dico però che essa non contraddice quanto sto per scrivere. Chiamatemi pure lodatore dei tempi passati e lamentoso denigratore di quelli presenti, ma quello che scrivo  rimane tutto vero.

Ricordo quella volta che da Montpellier tornai con un’amico a Bologna: non credo che nel mondo intero si potesse trovare allora un luogo più libero e più bello: l’affluenza degli scolari, l’ordine, la vigilanza, la maestà dei professori che a guardarli parevano antichi giuristi. Ora non ce n’è più quasi nessuno, e il posto di tanti e tali valentuomini è stato preso dall’ignoranza, ma non come nemica bensì come ospite, o peggio come cittadina o addirittura (temo) in qualità di regina.

E com’era allora la fertilità delle terre e l’abbondanza di tutte le cose, abbondanza per la quale divenne proverbiale la denominazione secondo cui Bologna fu detta la “grassa”? Dolce e amaro è per me ricordare oggi quel tempo felice, quando stavo tra gli studenti e con i miei coetanei, nei giorni festivi facevo passeggiate così lunghe che spesso tornavamo a notte fonda; eppure trovavamo sempre le porte tutte spalancate. Non uno ma molti erano gli accessi, e senza ostacoli e senza ansia ciascuno di noi entrava  dalla parte che gli pareva.

Di queste cose mi sento costretto a parlare in questo modo perché conservo vivissima la memoria dell’antica Bologna. Tanto che, vedendo quella di oggi, mi sembra quasi di sognare e preferirei non credere ai miei occhi; se si eccettuano le torri e le chiese che sono rimaste uguali e guardano dall’alto le miserie che gli stanno sotto, quella che un giorno fu Bologna sembra oggi davvero tutta un’altra cosa.

Quello sopra riportato potrebbe più o meno corrispondere alla fedele trascrizione del discorso tenuto da un qualsiasi anziano bolognese in piazza Maggiore nell’ultimo fine settimana. Si tratta invece di un breve estratto (un po’ adattato ma fedele nella sostanza) di una lunga lettera inviata da Francesco Petrarca a Guido Sette nel 1367 [(Senili: 6 (x, 2)]. Sono trascorsi 650 anni da allora, eppure il fatalistico e pessimista senso dell’inesorabile entropia determinato dallo scorrere del tempo rimane praticamente immutato. Il titolo completo della lettera è “A Guido Sette arcivescovo di Genova, come le cose del mondo vadano di male in peggio.”  (in Francesco Petrarca – “Prose” – Riccardo Ricciardi Editore, Milano – Napoli 1955). Uno dei rari casi in cui non condivido nulla di quanto scritto da questo grandissimo autore.

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