Dire la verità

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Le parole di don Ciotti che ho riportato nel precedente post (…Il problema più grave non è chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Noi abbiamo bisogno di verità…) riportano alla mente un testo straordinario di  Edward W. Said, scrittore ed intellettuale palestinese naturalizzato statunitense, scomparso nel 2003.  Nel 1995 Feltrinelli ha pubblicato il suo “Dire la verità”, sottotitolo “Gli intellettuali e il potere” (titolo originale: “Representations of the intellectual” del 1994). La sua attualità risulta davvero impressionante, il suo quasi disperato ma continuo e ostinato richiamo all’onestà intellettuale quasi commovente. Eccone un estratto:

“In una società di massa amministrata come la nostra, dire la verità ha soprattutto lo scopo di configurare una situazione migliore, più aderente ad alcuni principi etici – pace, riconciliazione, alleviamento della sofferenza – da applicare a realtà conosciute. (…) L’obiettivo di chi parla e scrive non è certamente quello di dimostrare a tutti che si è dalla parte della ragione: lo sforzo, piuttosto, è di dar vita a un diverso clima etico, chiamando un atto di aggressione con il suo vero nome, adottando misure per prevenire o eliminare il castigo ingiustamente inflitto a popoli o individui, riconoscendo i diritti e le libertà democratiche a tutti e non soltanto, con odiosa discriminazione, a pochi eletti. Sono traguardi idealistici, spesso irrealizzabili e in certo modo meno strettamente pertinenti al mio tema di quanto non sia l’operato del singolo intellettuale quando nella maggior parte dei casi domina la tendenza a tirarsi indietro oppure a seguire il gregge.

Niente mi sembra più riprovevole dell’abito mentale che induce l’intellettuale a voltare la faccia dall’altra parte, tipico modo di evitare una posizione difficile che sappiamo essere giusta nei principi, ma che decidiamo di non fare nostra. Perché non vogliamo mostrarci troppo schierati politicamente, abbiamo paura di apparire polemici, ci serve il plauso del capo o di un’altra figura di potere, vogliamo conservare il nostro buon nome di persona equilibrata, oggettiva, moderata; speriamo di essere riconfermati, consultati, chiamati a far parte di qualche direttivoo prestigioso comitato e, così, rimanere nel novero di quelli che decidono. E, un bel giorno, speriamo di ricevere un bel titolo onorifico, un premio importante, forse la carica di ambasciatore.

Questa è, per eccellenza, la mentalità che induce un intellettuale alla corruzione. E farla propria contribuisce più di ogni altra cosa a snaturare, a neutralizzare e, da ultimo, uccidere la passione, appunto, intellettuale.”

Nella foto: Edward W. Said

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