Effetto Regina Rossa

 

In una recente convention (loro la chiamano così) nazionale di una nota multinazionale svoltasi a Torino, la giovane e bella General Manager (Direttrice Generale)  tra le altre cose ha annunciato lo slogan del 2018: “Fast Forward“. Che tradotto in italiano significa più o meno “Avanti veloci”  e suona vagamente come il motto “Sempre Avanti!” del ventennio mussoliniano… Dopodiché è comparso il testimonial:  nientedimeno che Massimiliano Allegri. Proprio lui, l’allenatore della Juventus. Ebbene, il senso della sua presenza era quello di raccontare “come si costruisce una squadra vincente“. E come si fa, allora, secondo il suo disinteressato contributo, a ottenere tale obiettivo? Il mister ha svelato in tale contesto assembleare la sua ricetta per diventare e rimanere vincenti nella vita: la consapevolezza che “una squadra si cambia quando si vince, non quando si perde!” (sic) 

Se avete letto Attraverso lo Specchio di Lewis Carroll avrete forse sentito parlare dell’Effetto Regina Rossa o dell’Ipotesi della Regina Rossa.

Nel secondo capitolo (The garden of live flowers – Il giardino dei fiori parlanti) di Attraverso lo Specchio Alice incontra la Regina Rossa [badate bene che non si tratta della Regina di Cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie]. Questa strana signora (…) le dice: «Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!».

Questo concetto, inventato da Carroll, è geniale e semplicemente vero in molti ambiti. Infatti esistono determinati ambienti in cui per rimanere nella propria posizione non si può sperare di rimanere fermi ma bisogna anzi muoversi più in fretta degli altri. Raddoppiando ovviamente gli sforzi se ci si vuole allontanare molto da loro. (da Carrollpedia.it)

L’antropologo Thomas Hylland Eriksen, nel libro “Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato” (Einaudi, 2016) parla di “Sindromi da tapis roulant“: «In un libro del 2012, il biologo Dag O. Hessen e io abbiamo esplorato questo aspetto della competizione in diverse aree, dall’evoluzione biologica al cambiamento tecnologico, dalla pubblicità allo sport, fino all’attività di pubblicazione in ambito accademico. Se i tuoi concorrenti migliorano o l’ambiente cambia, è necessario migliorare e adattarsi solo per mantenere il proprio posto nell’ecosistema, nel mercato o nella gerarchia accademica. Anche se nel nostro mondo vediamo un’intensificazione di questo tipo di competizione, a volte distruttiva sia in senso ambientale sia esistenziale, non la associamo al cambiamento globale surriscaldato o accelerato. In ogni caso, questo tipo di competizione è allo stesso tempo una premessa, una parte integrante e un risultato dei processi incontrollati che creano il mondo surriscaldato».

Poi, più specificamente sul tema dell’informazione: «…la comunicazione internazionale ad alta velocità si è sviluppata ad altissima velocità. Non esiste infatti altro ambito che, dai tardi anni Ottanta a oggi, abbia goduto di una crescita esponenziale tanto evidente e tangibile quanto quella che ha interessato la sfera dell’informazione (…) la quantità  di conoscenza potenziale è enormemente più vasta di quella realmente sfruttabile in maniera pertinente e utile (…) La quantità di informazioni disponibili, ma anche la velocità del loro ricambio, sono nemiche della profondità di pensiero e della produzione intellettuale di qualità (…) Le informazioni in eccesso possono essere considerate  una sorta di rifiuto, che non inquina solo la mente ma anche il tempo, riempiendo gli spazi e rendendo la lentezza una risorsa rara».

La giornalista francese Lorraine de Foucher scrive su Le Monde, in un articolo dal titolo “I pirati del cervello ”  (tradotto e pubblicato su Internazionale n. 1239), che «Tutto sembra portare  nella stessa direzione: l’attenzione si è trasformata in una risorsa naturale preziosa, al pari dell’acqua e del petrolio. Una risorsa inquinata, che diventa scarsa e quindi acquista valore. (…) L’idea di “economia dell’attenzione” è comparsa intorno al 1995 con lo sviluppo di internet, ma è sempre stata al centro della guerra del capitalismo. “Alla fine dell’ottocento bisognava controllare l’attenzione dell’operaio per fare in modo che fosse produttivo, poi creare il desiderio per il suo tempo libero, per spingerlo ad acquistare i beni che aveva prodotto”, spiega Yves Citton, professore di letteratura francese all’università di Grenoble e autore di Pour une ecologie de l’attention (Seuil, 2014)»

E Michele Ainis, in un testo pubblicato su Repubblica del 28 gennaio scorso (Dalle leggi ai “like”, è ora di decrescere), scrive:

«Troppi libri, per dirne una. Nel 2016 i circa 1500 editori italiani hanno pubblicato 61.188 titoli, stampandone 129 milioni di copie.Significa il 3,7% in più rispetto all’anno precedente, significa un incremento del 20% in un ventennio. Però i lettori calano, svaniscono come polvere nell’aria. Nel 2010 costituivano il 46,8% della popolazione; cinque anni più tardi erano scesi al 42%; nel 2016 sono precipitati al 40,5%. E la flessione colpisce soprattutto i giovani, i meno attrezzati a districarsi nella selva di pagine che tracima in libreria. Perché c’è un nesso, una relazione che suonerebbe evidente pure per un cieco, fra il troppo stampato e il poco letto. E perché a soffrirne sono specialmente i buoni libri, che rischiano d’essere sommersi, confusi, nascosti.

Troppi dischi, per fare un altro esempio. Nel nostro Paese vengono pubblicati ogni anno circa 1500 nuovi album d’artisti italiani (almeno il triplo contando gli album stranieri). Tutta questa musica rimbalza dalla radio, dal tablet, dallo smartphone, viene ascoltata in streaming (ciascuno di noi ha accesso a circa 35 milioni di brani), viaggia su supporti vecchi e nuovi (….)

Capita lo stesso anche nel cinema (223 film italiani prodotti nel 2016, 38 in più rispetto all’anno precedente), per non dire della televisione, dove occupiamo il primo posto nell’Europa occidentale, quanto al tempo speso da ciascuno davanti alla tv: 4 ore e 40 minuti al giorno, secondo una ricerca di Ihs Technology. Già, ma come trascorriamo questo tempo? Facendo zapping fra un canale e l’altro: la sola Rai dispone di 13 canali nazionali, 5 interregionali e 3 regionali, da cui trasmette per 24 ore al giorno. (…)

E c’è infine il diritto, lo specchio infranto nel quale si riflette la nostra esistenza collettiva. Nel 2007 la commissione Pajno contò 21.691 leggi in vigore, ma la somma comprendeva unicamente quelle dello Stato; bisogna invece aggiungere altrettante leggi regionali, bisogna immergersi nel gran mare dei regolamenti (all’incirca 70 mila), bisogna incamminarsi nel terreno minato dei reati (35 mila). Perciò il cerchio si chiude: quando le leggi sono troppe s’elidono a vicenda, e ciascuno fa come gli pare. Dal pieno nasce il vuoto, l’eccesso di diritto genera una crisi della legalità.

Ecco, è da quest’ambiente saturo che scaturisce la nostra insofferenza. Troppe regole, troppe parole, troppe immagini, troppi like su Facebook.»

Come sempre, il problema è culturale. Paradossalmente, le rispose ai problemi dell’accelerazione cui non siamo preparati richiedono… tempo e pazienza. Cioè lentezza e profondità. Non è nemmeno una novità assoluta: infatti, appena dopo la Prima guerra mondiale, il sociologo William Ogburn propose il termine di cultural lag, scarto culturale, per descrivere una situazione in cui le idee e i concetti che riguardano il mondo rimangono indietro rispetto ai cambiamenti del mondo fisico.

Comunque sia – dice il saggio – ogni lungo viaggio inizia con un primo passo: e il primo passo, anche nel nostro caso, consiste nel prendere coscienza del problema. La domanda di fondo rimane sempre la stessa, se cioè il mercato e la tecnologia debbano continuare a essere al servizio dell’uomo, oppure il contrario. Se lo chiedeva già nel 1944 lo storico dell’economia Karl Polanyi, pubblicando La grande trasformazione: il fine dell’economia è quello di produrre crescita e profitto o invece, soprattutto, di soddisfare i bisogni umani? Per qualcuno la risposta non è così ovvia. Soluzioni in tasca non ne abbiamo. Tuttavia, come sempre, spirito e ironia aiutano ad affrontare le difficoltà e a rendere più serena la giornata. In questo, Groucho Marx rimane un maestro insuperabile.

Nel giugno 1947 Groucho scrisse un articolo per «Variety» e lo mandò al direttore Abel Green con il seguente biglietto:

7 giugno 1947

Caro Abel, credo che questo pezzo sia abbastanza illetterato, perfino per il tuo giornaletto. Saluti. Groucho

«Variety», che si definisce la Bibbia dello spettacolo (mentre in realtà ne è la Babele), ha recentemente pubblicato la notizia che Al Jolson avrebbe percepito un compenso di tre milioni e mezzo di dollari per il film Al Jolson, sebbene vi appaia soltanto per pochi minuti.

Io sono apparso in molti film nel corso degli anni (al momento mi si può vedere in tutta la mia pristina leggiadria in Copacabana), ma giuro su una tempia di Shirley Temple che non ho mai beccato niente di neppure lontanamente paragonabile a una simile cifra. Forse questo è il segnale che l’industria dello spettacolo attendeva da tempo: se un film su Jolson può fare dieci milioni di dollari lordi senza Jolson, quanti avrebbe potuto farne senza Evelyn Keys e William Demarest? Probabilmente gli studios hanno imboccato la strada sbagliata. Forse dovrebbero smetterla di riunire sette o otto star in un film come fanno ora, e anzi eliminare tutti gli attori famosi.

Mi sembra di vedere la locandina davanti al cinema del mio quartiere. Settimana prossima: Tutti baciarono la sposa, senza Olivia de Crawford e Clark Power. Successo assicurato. Sono sicuro che milioni di persone stanno alla larga dei loro Odeon perché detestano i divi che recitano nei film; se avessero la certezza che il taldeitali non mostrerà il suo brutto muso sullo schermo, secondo me sfonderebbero le porte per entrare.

Parlo per esperienza personale. Ai miei tempi ho incontrato centinaia di persone che mi dicevano: «Ehi, fesso, quand’è che lasci il cinema e ti trovi un lavoro?», e se questo vale per me, deve certamente valere per altre decine di attori dal talento perfino inferiore al mio.

Questo sistema potrebbe essere applicato anche in altri settori. Sono sicuro che molti candidati politici vengono battuti perchè al pubblico è stata data l’opportunità di vederli. La prossima grande vittoria politica sarà conseguita dal partito che avrà la furbizia di non presentare nessun capolista.

La mia teoria è che ci sono troppe persone e troppe cose. Poniamo che abbiate appena ricevuto dal vostro dentista il biglietto semestrale in cui vi si notifica l’imminente caduta di quasi tutte le vostre zanne, e l’invito a recarvi nel suo mattatoio se non volete trascorrere il resto della vita a biascicar biada. Non vi ci precipitereste forse con molta più solerzia se foste sicuri che quell’assassino in camice bianco non sarà là a ricevervi con lo scalpello in una mano e le pinze nell’altro? E se gli ippodromi non avessero cavalli, pensate quante migliaia di persone potrebbero andare tutti i giorni alle corse e risparmiare milioni di dollari.

Anni fa era in voga una teoria detta Tecnocrazia. Forse la mia si potrebbe chiamare la Teoria dell’Assenza. Togliamo gli attori dai film, togliamo la zucca e le rape dai menù dei ristoranti, togliamo Slaughter e Musial dai Cardinals e togliamo Gromyko dall’ONU.

Quanto al matrimonio, conosco centinaia di mariti che sarebbero lietissimi di tornare a casa se non ci fosse nessuna moglie ad aspettarli. Togliamo le mogli dai matrimoni e non ci saranno più divorzi. Ma allora, si chiederà qualcuno, come la mettiamo con la prossima generazione? Guardate, ho già dato un’occhiata alla prossima generazione, e forse è meglio se chiudiamo bottega subito. (da Le lettere di Groucho Marx – Adelphi, 1992)

E chiudiamola così: «Grazie alla fotografia di Jerzy Palacz, Deutsch ricrea l’universo visivo ed emotivo di Edward Hopper, valorizzando le sue intrinseche qualità cinematografiche e narrative, le atmosfere scarne e malinconiche, la solitudine. Interni di case, di uffici, di teatri e di locali. I colori brillanti non trasmettono vivacità, gli spazi sono reali ma tutto rimane immobile, sospeso, immerso nel silenzio.» (da Collater.al)

Shirley: Visions of Reality racconta la vita di una donna tra gli anni Trenta e gli Anni Sessanta, interpretata dalla ballerina e coreografa Stephanie Cummings.

Nell’immagine in testata: La Regina Rossa e Alice – illustrazione di sir John Tenniel

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