Il confine

Vassalli Il Confine

Oltre a quelli già letti, possiedo decine e decine di libri, acquistati tutti con la massima indifferibile  urgenza nel corso del tempo, tutti con il sincero proposito di leggerli a partire dal giorno dopo. Anzi, dal giorno stesso. Essi sono là, attendono pazientemente,  parcheggiati in qualche angolo di casa (sempre più scarsi, gli angoli liberi, tra l’altro). Alcuni di questi libri probabilmente non riusciranno mai ad essere affrontati (almeno dal sottoscritto in questa vita) anche perché è molto probabile che a breve io ne acquisti altri, pochi o molti, con la medesima urgenza di sempre. E così via. Già. Che posso farci? Eppure, ciononostante, mentre due giorni fa mi aggiravo per i locali della biblioteca Natalia Ginzburg, ho notato e afferrato dallo scaffale dei nuovi arrivi questo libretto di cui avevo sentito parlare (Il Confine, di Sebastiano Vassalli, ed Rizzoli 2015), l’ho sfogliato velocemente e non ho potuto fare a meno di portarmelo a casa. Mi si è attaccato addosso, insomma, quasi contro la mia volontà. Il libro è breve, intenso, ma in due giorni l’ho “dovuto” leggere due volte. Dopo di che mi sono chiesto: ma perché?

Subisco da tempo il fascino del SudTirolo/Alto Adige. Come scrive l’autore, della grande vicenda storica di questa terra gli italiani “in fondo, hanno sempre saputo poco e, peggio, hanno sempre capito poco. E’ ora che qualcuno provi a spiegargliela.” Io sono tra quegli italiani. Negli anni scorsi ho seguito alcuni impegnativi corsi CasaClima risiedendo temporaneamente a Bolzano. Inutile girarci attorno, quei luoghi, quei paesaggi e quelle genti mi hanno un po’ stregato, sono attratto e al tempo stesso stupito dalla loro “differenza”, che non saprei meglio definire. Sono contento di saperne di più, ora, della loro storia. Ma il valore di questo testo credo vada oltre il particolare contesto Sudtirolese. Credo che esso abbia un respiro molto più ampio, come spiega Vassalli nel capitolo quindicesimo. Che si chiama, appunto, “Confini” come il libro stesso e da cui estraggo la lunga citazione che segue.

“Dal 1945 ad oggi, le sole guerre che si sono combattute in Europa sono state quelle dei Balcani e nel Caucaso. Guerre feroci ma locali. Da quasi settant’anni nell’Europa che chiamiamo occidentale non si combattono più guerre e si cerca di superare il disagio, che ancora esiste, dei vecchi confini, facendogli perdere importanza sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico. Il progetto di un’Europa federale che in qualche modo riproduca, ampliandolo, il modello della piccola Svizzera, è quanto di più avanzato si può concepire oggi: è un passo avanti nella storia della civiltà umana.

Un passo lungo. Si è scelto di non tornare più indietro, all’epoca delle guerre, delle opzioni, dei profughi; di risolvere le controversie davanti agli organismi internazionali, e si spera che questa scelta sia irreversibile. Si spera che la perdita di importanza dei confini disinneschi il meccanismo perverso delle guerre, e che tra gli abitanti di questo vecchissimo continente cresca la coscienza di ciò che li unisce, al di là dei caratteri nazionali che pure hanno il loro peso e la loro importanza. Si spera che le tante diverse culture di questa entità grande ma fragile che chiamiamo Europa possano arrivare a convivere e ad andare d’accordo tra di loro come gli strumenti di un’orchestra, senza perdere ciascuna le sue caratteristiche. Dietro millenni di odii e di incomprensioni ci sono punti di partenza comuni; e ci sono problemi comuni da affrontare nei rapporti con il resto del mondo. Stare in pace e stare insieme, oltre che necessario, è anche conveniente.

C’è, nel presente, un’Europa laboratorio di civiltà, che tra mille ostacoli cerca di superare i vecchi problemi e di aprire nuove prospettive anche per gli altri continenti; e però anche continua ad esserci un’altra Europa cuore di tenebra che non si manifesta solo nelle croci uncinate e nelle teste rasate dei suoi propugnatori più stupidi, ma che è capace di sfruttare a proprio vantaggio tutte le insoddisfazioni e tutte le ribellioni. Quest’altra Europa non si limita a coltivare, com’è lecito e in parte giusto, i particolarismi e i nazionalismi: non si limita a esaltare e a rimpiangere un passato dove non c’è assolutamente nulla che meriti di essere rimpianto, ma ne fa il suo modello e la sua ragione di esistere. Ama le divisioni e vorrebbe abolire la moneta unica, a cui attribuisce la crisi economica e le difficoltà di questi anni. Ama i confini, tanto da crearli anche dove non ci sono: per esempio con gli ebrei o con gli immigrati o con i “diversi” di qualsiasi genere. Ama la guerra e cerca di riviverla, in margine alle proteste sociali e perfino agli avvenimenti sportivi.”

 

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