L’incidente è chiuso

Serena Vitale

A tutti

Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava. Mamma, sorelle e compagni, perdonatemi – non è questo il modo (non lo consiglio ad altri) ma non ho vie d’uscita. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è composta da Lilja Brik, mia madre, le mie sorelle, e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se per loro organizzerai una vita tollerabile – grazie. Le poesie già iniziate datele ai Brik, ci penseranno loro. Come si dice – l’incidente è chiuso, la barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari e a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. Buona permanenza al mondo.

Vladimir Majakovskij    12/4/30 

La morte è sopravvenuta per un colpo di pistola a bruciapelo al cuore. Inutile aggiungere che, nonostante l’invito contenuto in questo “testamento” rinvenuto vicino al suo corpo, pettegolezzi e ipotesi di tutti i tipi sono stati formulati a iosa a partire dal momento successivo la certificazione del decesso. Tra l’altro, partendo proprio dai forti dubbi sulla veridicità della lettera e del suicidio stesso. Tutte le conseguenti ipotesi vengono dettagliatamente riportate nel testo di Serena Vitale, (Il defunto odiava i pettegolezzi – Adelphi 2015) quasi una puntigliosa indagine personale a distanza di tempo, svolta anche sulla base di documenti finalmente desecretati, custoditi per decenni in archivi inaccessibili alla consultazione.

Egli aveva scritto in un suo precedente testo poetico: Non vuoi? / No? / D’accordo! / Vuol dire che di nuovo / scorato / prenderò il cuore / umido di lacrime / e lo porterò / come un cane porta / nella cuccia /  la zampa schiacciata dal treno.

Subito prima dello sparo fatale, Majakovskij è stato notato da un fattorino delle Edizioni di Stato (doveva consegnargli due volumi dell’Enciclopedia Sovietica) nel suo studio, in ginocchio davanti al presunto suo ultimo amore, l’attrice Veronica Polonskaja, nota a tutti come Nora.

“Tipico intellettuale declassato“, “estraneo alla nostra rivoluzione“, ancora nel sesto tomo della Piccola Enciclopedia Sovietica, licenziato alle stampe il 30 gennaio 1930, alla voce “Majakovskij si poteva leggere: “La rivolta di M. è anarchica e individualista, piccoloborghese nella sostanza… Dopo la rivoluzione M. ne è divenuto compagno di strada. Ma anche dopo l’Ottobre a M. è rimasta estranea la visione del mondo proletaria come sistema organizzato di idee, sentimenti”.

In più, annota giustamente Vitale: “Il suicidio è inammissibile lì dove solo lo Stato ha licenza di eliminare i propri sudditi.”

Ciononostante, cinque anni dopo, la gloriosa Unione delle Repubbliche Sovietiche, dove il socialismo “in sostanza è ormai stato costruito“, ha bisogno di grandi poeti – di poeti n. 1. Possiede già (e può propagandarne le gesta) il delatore n.1, il lavoratore n. 1, la trattorista n. 1, il teatro n. 1. Manca il poeta, il Bardo. Perciò il 5 dicembre 1935 compare sulla “Pravda” (quarta pagina) uno scritto di  Stalin: “Majakovskij era e resta il migliore, il più dotato poeta della nostra epoca Sovietica. L’indifferenza nei confronti della sua memoria e delle sue opere è un delitto… Fate tutto quello che abbiamo trascurato di fare. Se sarà necessario il mio aiuto, sono pronto”.

Contrordine compagni. “Alla Causa un poeta morto è di gran lunga più utile di uno vivente”, questo è l’amaro messaggio di fondo che si legge esplicito e tra le righe di questo libro. In effetti tra tutti i fatti, le ricostruzioni, le ipotesi e i pettegolezzi passati in rassegna, questa constatazione rimane senz’altro la più attendibile base interpretativa per un evento umano drammatico, comunque lo si guardi: sia dalla prospettiva politica, sia da quella culturale. Sempre di un crimine si tratta.

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