Bambini ipersensibili

Bambini e psicologia

“Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l’armonia con le sofferenze. Perché anch’essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l’armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco.” (Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov trad. di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano)

Il problema che assilla Ivan Karamazov (ma che in realtà ha sempre assillato l’artista Dostoevskij) è lo stesso che Manzoni presenta indirettamente ai suoi lettori nella famosa scena del capitolo XXXIV de “I Promessi Sposi” in cui Renzo assiste alle “indegne esequie” di Cecilia, la bambina morta di peste che la madre affida ai monatti. La risposta del credente a quella angosciata domanda di  Dostoevskij:  “perché soffrono i bambini?”, è che  solo Cristo può dare risposta a questo “scandalo” tra virgolette. Che si sia religiosi o laici non importa, in quanto genitori e persone consapevoli dotati coscienza  civile, anche noi ci facciamo la stessa domanda. Non possiamo quindi evitare di porci il problema di quella particolare forma di violenza psicologica (ma non solo psicologica) che troppo spesso fiorisce di nascosto anche all’interno delle famiglie apparentemente più tranquille:  l’irretimento psicologico, a cui sono soggetti in modo particolare i bambini ipersensibili.

Per “irretimento” si intende un vero e proprio “imprigionamento, per lo più nell’ambito di una soggezione di ordine psicologico e affettivo” (Devoto-Oli – Vocabolario delle Lingua Italiana).Esiste purtroppo una particolare e diffusissima forma di ipocrisia perbenista, molto pericolosa, che fornisce da un lato l’alibi giusto per fingere di non vedere (e quindi non intervenire) dall’esterno; dall’altro consente di  nascondere le realtà magari più devastanti dietro la facciata sorridente e serena del nucleo familiare, dall’interno. La verità è che molto spesso i bambini sono vittime impotenti non solo di genitori “forti” e prepotenti, ma anche di quelli deboli e fragili. Oppure di ambedue, in una spirale perversa e infinita che può determinare conseguenze anche molto pesanti.

“La banalità del male” è un libro della filosofa tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt (1906-1975) che tratta del resoconto dedicato al giudizio di uno dei principali esecutori materiali dell’Olocausto, Eichmann, grigio burocrate per eccellenza, che non mostra alcun rimorso e incarna un attaccamento irragionevole non alla sua opera, ma a quella religiosamente promulgata dal regime. Con le dovute distinzioni, ci permettiamo di utilizzare lo stesso concetto, banalità del male, per definire certe situazioni nelle quali il danno procurato ai più deboli viene inquadrato all’interno di in un sistema in apparenza insignificante, che si (auto)definisce “normale”, grazie soprattutto a meccanismi routinari quotidiani, i quali però a loro volta definiscono una “burocrazia” di comportamenti e di regole intoccabili perché difesi dalla presunta “sacralità”- a volte ipocrita – riconosciuta alla privacy familiare. Questo schermo può costituire un’ottimo strumento di potere reale, soprattutto se condito da una buona abilità di strumentalizzazione dei sempre presenti “sensi di colpa”. Del più debole, ovviamente.

“Non esiste migliore vittima di irretimenti sistemici di un bambino ipersensibile! I bambini dotati di una sensibilità meno spiccata sono più centrati su se stessi e non recepiscono in modo così intenso gli squilibri, le ingiustizie e i problemi nascosti dei familiari. Spesso per un bambino ipersensibile è più importante l’armonia all’interno della famiglia che il suo stesso benessere, pertanto fa dei tentativi per tentare di risolvere tali situazioni. (…) I bambini ipersensibili percepiscono con precisione fin dalla più tenera età lo stato d’animo di coloro che li circondano. (…) Questa capacità empatica li rende facile preda dei genitori che soffrono della propria situazione. Un adulto con problemi può ricavare enorme sollievo dalla presenza di un figlio ipersensibile; è più facile piangersi addosso e lamentarsi della propria situazione meschina, anziché cercare di cambiarla. Confidarsi stabilizza la situazione sgradevole, ma spesso a discapito di un bambino ipersensibile, che si dimostra disponibile ad essere degradato dal genitore a “cassonetto psicologico”, a “buon amico” o addirittura a sostituto del partner. (…) I genitori che non sono all’altezza dei compiti che la vita pone loro di fronte, lasciano che siano i figli a risolvere i loro problemi; e sono proprio i figli ipersensibili a dimostrarsi particolarmente disposti ad accettare questa eredità.” (Rolf Sellin) .

Ed ecco servito su un piatto d’argento un vero e proprio abuso psicologico, cioè una vera e propria violenza, grazie anche alla perfetta quanto scorretta monopolizzazione che il profondo rapporto tra i due permette di nascondere e sviluppare dietro lo specchio neutro del nucleo familiare. Oltre lo specchio ritroviamo comunque sempre le stesse cose: egocentrismo, narcisismo, monopolizzazione e desiderio di potere. Del più forte, ovviamente.

 

 

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