La ferocia sdoganata

«Noi veniamo da una esperienza che non è stata catastrofica come la guerra ma che ha prodotto sconvolgimenti sociali paragonabili a quelli di un conflitto. I dieci anni di crisi economica alle spalle hanno scosso alle fondamenta il nostro assetto sociale, spingendo verso il basso tutte le sue varie componenti. E questo ha alimentato malanimo, frustrazione, invidia in chi si sente abbandonato o tradito. Il peccato originale di Salvini è di aver fatto da megafono a questo fondo torbido di cattiveria e rancore di cui le persone a lungo si sono vergognate. Berlusconi aveva sdoganato la volgarità della ricchezza; Salvini ha sdoganato la ferocia degli italiani. Li ha fatti diventare cattiva gente o, meglio, ne ha mostrato i lati oscuri sotto l’abito di brava gente». (Marco Revelli, intervistato da Simonetta Fiori su Repubblica, 3 aprile 2019)

Italiani brava gente? Niente affatto, dunque. Ma chi poteva crederlo davvero? Non vale nemmeno la pena di discuterne qui. La banale verità è invece che anche in questo caso  vale la massimo secondo cui “ogni popolo ha la classe dirigente che si merita“. Cosi come vale sempre, come è stato scientificamente dimostrato, leffetto Dunning-Kruger(il quale prende il nome dai due ricercatori della Cornell University che hanno descritto nel 1999 l’insidioso cortocircuito mentale secondo il quale chi è incompetente non si accorge della propria incompetenza): «Quando qualche cosa bene o male la sai, vedi anche, con spavento, i tuoi limiti; quando sai poco o nulla non vedi nemmeno quelli.»(© Corrado Augias).  Se è vero, com’è vero,  che «La teoria politica moderna è sempre frutto di uno sguardo che dal basso si volge verso l’alto. La pratica politica, invece checché se ne pensi, scende sempre, quando  autentica, dall’alto verso il basso: non esiste un solo caso che testimoni la via opposta.» (Alberto Asor Rosa) La domanda da porsi allora è un’altra, questa: “Intellettuali, ma dove siete finiti?”

La più famosa lettera di Machiavelli è quella scritta il 10 dicembre 1513 all’amico Francesco Vettori (ambasciatore a Roma presso Leone X) dal suo forzato ritiro all’Albergaccio dopo il presunto coinvolgimento nella congiura anti-medicea di quello stesso anno: l’autore descrive con tono ironico la sua giornata tipo nel podere, dove deve occuparsi di affari ordinari e di poco conto, mentre la sera si chiude nel suo studio dove legge le opere dei grandi scrittori del passato, con i quali ha l’impressione di condurre un dialogo su argomenti elevati. Ecco un breve estratto:

«…Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.»

Machiavelli in questa parte della lettera descrive anzitutto le sue occupazioni all’Albergaccio una volta arrivata la sera, quando entra nel suo “scrittoio” (studio) dopo essersi tolto i vestiti di ogni giorno metaforicamente sporchi di fango e indossando “panni reali e curiali”, con i quali entra “nelle antique corti delli antiqui huomini” attraverso la lettura delle opere degli storiografi del passato: (…) particolarmente efficace è l’immagine dell’autore che ha l’impressione di dialogare con gli scrittori dell’antichità classica, attività nella quale si sprofonda per ore senza sentire la minima noia e scordando le miserie del presente (“tutto mi transferisco in loro”) (da Letteratura italiana)

Machiavelli annuncia poi che “dopo essersi tolto la veste quotidiana sporca di fango e di loto”,  sta provvedendo alla composizione di un “opuscolo” intitolato De principatibus (“Sui principati”, titolo latino del Principe). Ma i nostri intellettuali, invece, hanno ancora  voglia di sporcarsi le vesti di fango? Secondo Roberto Cotroneo, assolutamente no: «Mai come ora scrittori e studiosi sono delle celebrità, tra social network e festival di vario tipo. Eppure, sul piano della riflessione forte sull’oggi, il loro silenzio è assordante. E questo è uno degli effetti della crisi della politica (…) i letterati hanno spostato l’asse del lavoro da un piano letterario e politico a un piano egocentrico, autoreferenziale, effimero e psicoanalitico.

Venticinque anni fa Umberto Eco concludeva una sua Bustina di Minerva con una considerazione: «Il dovere degli intellettuali è richiedere (e magari contribuire a formare) una classe politica di ricambio, non di fare il fiore all’occhiello, solo perché è rimasta un’asola vuota». Le asole non ci sono più ormai, le cerniere lampo di questa cultura contemporanea, che si aprono e chiudono in questo eterno presente che viviamo, le hanno mandate in soffitta. Ma resta l’obbligo di formare una classe politica; che non significa (sia ben chiaro) fare politica, intervenire, manifestare, tutte cose buone e legittime ma che non sono il centro del problema, ma significa un lavoro culturale e intellettuale che è anche un lavoro politico. (…)

Sarebbe stato più facile, davanti a un’Italia sconfortante come quella in cui stiamo vivendo, dare la colpa agli intellettuali che si sono eclissati, e hanno rinunciato al loro ruolo anche politico. E invece intellettuali e scrittori non sono mai stati chiassosi, visibili e onnipresenti come in questi anni; così adulati e così incapaci di lasciare un’impronta se non nella Hall of Fame del loro narcisismo. (…) Non si pretende dunque che gli intellettuali tornino a farsi organici con i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci sotto il braccio, basterebbe l’esercizio della consapevolezza e del silenzio del mai abbastanza rimpianto Antonio Tabucchi, quando ne I dialoghi mancati scriveva, come un monito per tutti: «Perché la più nobile aspirazione/è di non essere noi stessi/o meglio/è esserlo essendo altri/vivere in modo plurale/com’è plurale l’universo». (Roberto Cotroneo – la Repubblica 5 aprile 2019) Sottoscrivo. Anche perché, oggi come oggi, il vero intellettuale è il cuoco…pardon, lo chef:

Greta Thunberg invece non è una cuoca; è la sedicenne attivista svedese per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico, nota per le sue manifestazioni regolari tenute davanti al Riksdag a Stoccolma,  con lo slogan Skolstrejk för klimatet («sciopero scolastico per il clima»). Greta Thunberg ha la sindrome di Asperger, soffre di mutismo selettivo. «Parlo solo quando penso che sia davvero necessario», ha spiegato a chi le chiedeva. Solo se davvero necessario. Non sarebbe meraviglioso se lo facessimo tutti? (© Concita De Gregorio)

In testata: Crudelia De Mon (da La carica dei cento e uno,  film d’animazione prodotto da Walt Disney nel 1961) – Al centro: Ritratto di Niccolò Machiavelli, Santi di Tito, XVI sec. – Qui sopra: uno spezzone del film “Ratatouillefilm d’animazione del 2007 diretto da Brad Bird e Jan Pinkava – Il brano “Canzone contro la paura” di Brunori Sas  è contenuto nell’album “A casa tutto bene” (2017) –  L’illustrazione che segue è  di Zerocalcare (2018)

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