La partita è lunga

Hermann Hesse ha pubblicato il suo romanzo Siddharta nel 1922. Tradotto da Massimo Mila nel 1945,  in Italia fu riscoperto negli anni Settanta con grande successo in termini di vendite e diffusione. Siddharta è un libro in qualche modo simbolico per i giovani di allora, i cosiddetti baby-boomers.  Molti di quei giovani lo consideravano infatti un importante riferimento “spirituale”, quasi una Bibbia. In realtà Siddharta non è  un vero e proprio romanzo, è piuttosto un “poema indiano”, come lo definì il suo stesso autore. Insomma un testo con il quale al tempo era quasi obbligatorio confrontarsi. In altre parole: un libro di culto,

Leggiamo allora qualche estratto, di questo libro di culto:

«Una meta si proponeva Siddharta: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, non essere più lui, trovare la pace del cuore svuotato, nella spersonalizzazione del pensiero rimanere aperto al miracolo, questa era la sua meta. Quando ogni residuo dell’lo fosse superato ed estinto,quando ogni brama e ogni impulso tacesse nel cuore, allora doveva destarsi l’ultimo fondo delle cose,lo strato più profondo dell’essere, quello che non è più Io: il grande mistero. (…)

Molto apprese Siddharta dai Samana, molte vie imparò a percorrere per uscire dal proprio io. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso il dolore, attraverso la volontaria sofferenza e il superamento del dolore, della fame, della sete, della stanchezza. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso la meditazione, attraverso lo svuota-mento dei sensi da ogni immagine per mezzo del pensiero. Queste e altre vie apprese a percorrere, mille volte abbandonò il proprio Io, per ore e per giorni indugiò nel non-Io. Ma anche se queste vie uscivano inizialmente dall’Io, all’Io la loro fine riconduceva pur sempre. (…)

Le parole non colgono il significato segreto, tutto appare sempre un po’ diverso quando lo si esprime, un po’ falsato, un po’ sciocco, sì, e anche questo è bene e mi piace moltissimo, anche con questo sono perfettamente d’accordo, che ciò che è tesoro e saggezza d’un uomo suoni sempre un po’ sciocco alle orecchie degli altri.» (Hermann Hesse: Siddharta – Adelphi, 1975)

Questo dunque era un importante riferimenti intellettuale per i giovani di ieri. La realtà di oggi, invece, ci parla dei ragazzi di tutto il mondo che stanno denunciando l’inerzia degli adulti: «Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece gli state rubando il futuro.» Parole pesanti. Ma se i giovani sono le vittime, chi è il colpevole? «… secondo lo scrittore Bruce Gibney i veri responsabili sono i baby boomer (le persone nate durante il boom demografico tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni sessanta), che hanno lasciato un peso enorme sulle spalle dei figli e dei nipoti, come spiega nel suo libro Generation of sociopaths. How the baby boomers betrayed America. L’economia instabile, le montagne di debiti, l’estinzione degli animali e lo scioglimento dei ghiacci: è tutta colpa loro. Il libro di Gibney è decisamente provocatorio. Chi non si lascia spaventare dal titolo, però, trova statistiche e argomenti che confermano la tesi dell’autore. Ovviamente Gibney non fa di tutta l’erba un fascio. La sua accusa è rivolta ai baby boomer attivi in politica o nel mondo delle aziende, quelli che difendono strenuamente i loro interessi anche a scapito delle generazioni successive.» (Jaap Tielbeke, De Groene Amsterdammer, Paesi Bassi – In Internazionale n. 1296)

Vogliamo poi prendere in considerazione quella che veniva definito, con la solita enfasi, il programma di  “conquista dello spazio”? «Mentre si prendeva coscienza dell’inospitalità dello spazio, cresceva anche il disagio nei confronti del sistema di valori che definivano il programma spaziale. Alla fine degli anni sessanta la critica al complesso militare-industriale che sosteneva i viaggi spaziali rifletteva un fondamentale conflitto di princìpi, il rifiuto di una società razionale e tecnocratica. Anche gli intellettuali erano disgustati dal vuoto spirituale che era alla base di quell’impresa. Quando Norman Mailer andò a visitare il Manned spacecraft center della Nasa a Houston per raccogliere informazioni per il suo libro Un fuoco sulla Luna (1969), lo trovò “severo, ascetico ” e senz’anima. Per quella gente, pensò, lo sbarco sulla Luna era stato un puro e semplice successo tecnico, privo di qualsiasi sacralità.(…) Dopo lo sbarco sulla Luna, quando l’interesse dell’opinione pubblica per lo spazio aumentò, la mancanza di qualsiasi prospettiva o motivazione che andasse oltre lo scopo di vincere la corsa allo spazio apparve dolorosamente chiara. Molti commentatori cominciarono a chiedersi: che senso ha?

Andy Weir ha scritto L’uomo di Marte, il best seller del 2011 che è alla base di un film con Matt Damon: «L’intraprendente Mark Watney, che riesce a sopravvivere dopo un disastroso atterraggio su Marte, è un eroe di un’incredibile vacuità. Le conversazioni folcloristiche e superficiali tra i tecnici del controllo missione sono realistiche. Quando alla fine Watney viene salvato, ci si chiede quale fosse il senso di quella impressionante tecnologia e di quella pericolosa missione.“Perché prendersi la briga di andare lassù?”, si chiede alla fine Watney, per poi rispondersi con un mantra sterile e tautologico: “Per il progresso, la scienza e il futuro interplanetario che sogniamo da secoli”. Questa conclusione serve solo a confermare una cosa: quello che abbiamo visto finora è solo un gruppo di fanatici della tecnologia che risolvono un problema creato da loro per motivi che non sanno spiegare.»(Philip Ball, New Statesman, Regno Unito – in Internazionale n. 1296)

Siamo onesti con noi stessi: il problema relativo al senso profondo nel proprio agire non ha mai interessato la nostra generazione. Essa infatti rifugge il dubbio, il suo carattere dominante è l’individualismo unito all’opportunismo. Presunzione che poi si scontra con la dura realtà secondo cui nessun individuo riesce a gestire da solo la complessità del presente.

Abbiamo quindi un serio problema di prospettiva, che deriva  con coerenza da una superficiale visione del mondo. Come scrive Goffredo Buccini: «A metà degli anni Ottanta il papà del Censis [Giuseppe De Rita, N.d.R.] delinea i rischi della semplificazione che tutti ci avrebbe travolto tre decenni dopo, fino al trionfo dell’incompetenza che  sotto i nostri occhi: “Una società complessa ha da sempre infatti un pericolo profondo, che cioè i suoi soggetti abbiano paura della complessità e la fuggano, preferendo una qualsiasi forma  di semplificazione (semplificare la società per poterla governare, semplificare i criteri di governo per farli essere abbastanza generali da coprire ogni complessità, pensare che la forza risolva tutto, scegliere una strada e batterla senza ripensamenti, eccetera) al fare i conti quotidiani con la complessità del reale.”

In America sono gli anni di Reagan, in Inghilterra della Thatcher, in Italia del decisionismo craxiano e dell’idea (assai sensata) di una grande riforma delle nostre istituzioni. Il sindacato già vacilla e la rappresentatività dei corpi intermedi inizia a mostrare le crepe che diverranno voragini pochi anni dopo, con la rivoluzione incompiuta di Berlusconi. (…) Credo che il problema sia davvero questo, l’incapacità di coinvolgere la maggioranza dei cittadini in una “partita lunga” rendendoli partecipi della posta in gioco, assieme alla sterilità sentimentale che ha accompagnato la politica degli ultimi vent’anni e all’idea che alla fine bastasse far tornare i conti e tutti sarebbero stati felici.» (Goffredo Buccini: Ghetti –  Solferino, 2019))  Una partita lunga da disputare assieme come comunità, non come somma di singoli individui. «Dove non arrivava la visione strategica è arrivato il calcolo elettorale. Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che le periferie (non solo geografiche) sono la vera trincea della democrazia. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione.» (dalle note di copertina)

Il motivo del successo di Siddharta non è dovuto solo alle qualità letterarie dell’opera, ma forse soprattutto alla suggestione di un tragitto di esperienza, di una ribellione nei confronti dell’autorità e della tradizione dei padri e procede, alla ricerca del Sé, all’autorealizzazione personale e ad un rapporto di armonia totale con il mondo. La partita è lunga e complessa, e  lo è sempre stata. Proprio per questo abbiamo rinunciato a giocarla.

Nel brano Space oddity di David Bowie, uscito cinque giorni prima del lancio dell’Apollo 11, il maggiore Tom offre una visione sconfortante degli esseri umani nello spazio. “Sono qui seduto in una scatola di latta, in alto sopra al mondo, il pianeta Terra è azzurro, e non c’è nulla che posso fare”. Eppure, con quell’aristocratica convinzione che i testi delle canzoni non siano importanti, la Bbc scelse proprio Space oddity come colonna sonora dello sbarco sulla Luna. “Di sicuro non hanno ascoltato le parole”, disse in seguito Bowie.

Ma guarda un po’… chi l’avrebbe mai detto?

Nella foto in alto b/n: Hermann Hesse a Montagnola, in Ticino, nel 1937 – Nelle foto sopra il video: i razzi Saturn utilizzati per le missioni Apollo –  Il brano Space Oddity di David Bowie è contenuto nell’album omonimo (1969) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

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