La zona grigia

ANNIVERSARI, UNO: l’allunaggio, cinquant’anni fa

“«Il destino ha voluto che gli uomini andati sulla Luna per esplorarla in pace rimarranno sulla Luna per riposare in pace». Se cinquant’anni fa l’avventura lunare dell’Apollo 11 fosse fallita, il presidente americano Richard Nixon avrebbe detto proprio così. La Nasa, d’altronde, aveva già deciso. Se dopo aver pronunciato la storica frase «un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità». Se Neil Armstrong e il suo compagno Buzz Aldrin non fossero riusciti ad abbandonare la superficie lunare per ricongiungersi con Michael Collins, all’interno del modulo di comando – ovvero a superare la fase più delicata della missione – sarebbero stati abbandonati lì. A morire di fame.

Non era prevista nessuna missione di soccorso. Ma in quel tragico caso, il protocollo da seguire era già pronto. L’allora presidente Nixon avrebbe letto alla nazione un discorso, subito dopo aver telefonato alle mogli per comunicargli che i loro eroici compagni non sarebbero tornati più. Joan Archer Aldrin e Janet Shearon Armstrong, “widow to be” – tecnicamente non ancora vedove – sarebbero state le prime a sapere. E dopo un ultimo tentativo di Houston di comunicare in diretta tv con gli esploratori spaziali, le telecamere si sarebbero accese sullo Studio Ovale.

«Questi uomini impavidi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno di non avere speranza. Ma sanno che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio» avrebbe esordito Nixon a quel punto.  (…) Fortunatamente Nixon non pronunciò mai il discorso dove elogiava «uomini che furono i primi, e primi resteranno nei nostri cuori». Ma ancora oggi, quello speech mai entrato nella Storia è un documento eloquentissimo, testimonianza dell’ansia americana di raggiungere la Luna a tutti i costi e vincere la sfida tecnologica e politica coi russi. «Nell’antichità gli uomini guardavano alle stelle e vedevano i loro eroi nelle costellazioni. Nei tempi moderni facciamo lo stesso, ma i nostri eroi sono uomini epici in carne ed ossa. Altri seguiranno, e sicuramente riusciranno a tornare a casa. La ricerca dell’uomo non sarà negata». I sovietici erano avvisati. Anche in caso di fallimento la corsa allo spazio era tutt’altro che finita.” (da La Luna e il destino, di Anna Lombardi – il Corriere della Sera, 18 luglio 2019)

ANNIVERSARI, DUE: i cento anni di Primo Levi

«L’ascesa dei privilegiati, non solo in Lager, ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. È compito dell’uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro  il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri e lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da «laboratorio»: la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. E’ una zona grigia, dai contorni mai definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare.

La zona grigia della «protekcja» e della collaborazione nasce da radici molteplici. In primo luogo, l’area del potere, quanto più è ristretta, tanto più ha bisogno di ausiliari esterni; il nazismo degli ultimi anni non ne poteva fare a meno, risoluto com’era a mantenere il suo ordine all’interno dell’Europa sottomessa, e ad alimentare i fronti di guerra dissanguati dalla crescente resistenza militare degli avversari. Era indispensabile attingere dai paesi occupati non solo mano d’opera, ma anche forze d’ordine, delegati ed amministratori del potere tedesco ormai impegnato altrove fino all’esaurimento. Entro quest’area vanno catalogati, con sfumature diverse per qualità e peso, Quisling di Norvegia, il governo di Vichy in Francia, il Judenrat di Varsavia, la Repubblica di Salò, fino ai mercenari ucraini e baltici impiegati dappertutto per i compiti più sporchi (mai per il combattimento), ed ai Sonderkommandos di cui dovremo parlare. Ma i collaboratori che provengono dal campo avversario, gli ex nemici, sono infidi per essenza: hanno tradito una volta e possono tradire ancora. Non basta relegarli in compiti marginali; il modo migliore di legarli è caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più è possibile: così avranno contratto coi mandanti il vincolo della correità, e non potranno più tornare indietro. Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l’altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni ’70.

In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto più è dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere. Anche questa disponibilità è variegata da infinite sfumature e motivazioni: terrore, adescamento ideologico, imitazione pedissequa del vincitore, voglia miope di un qualsiasi potere, anche ridicolmente circoscritto nello spazio e nel tempo, viltà, fino a lucido calcolo inteso a eludere gli ordini e l’ordine imposto. Tutti questi motivi, singolarmente o fra loro combinati, sono stati operanti nel dare origine a questa fascia grigia, i cui componenti, nei confronti dei non privilegiati, erano accomunati dalla volontà di conservare e consolidare il loro privilegio.

(…) Agli stereotipi che ho passati in rassegna nel settimo capitolo vorrei infine aggiungerne uno. Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri «aguzzini». Il termine allude ai nostri ex custodi, alle S.S., e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal “Drill” delle S.S.

A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari. Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le «belle parole» del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico.» (Primo Levi, I sommersi e i salvati – Einaudi, 2007)

ANNIVERSARI, TRE: i cento anni del Bauhaus

Il Bauhaus nacque il primo aprile 1919, quando l’architetto Walter Gropius ne parlò nel manifesto di una “mostra di architetti sconosciuti”. Gropius scrisse: «Tutti noi architetti, scultori, pittori dobbiamo rivolgerci al mestiere. L’arte non è una professione. Non c’è alcuna differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano, l’artista è una elevazione dell’artigiano». Pochi giorni dopo Gropius fu nominato direttore dell’istituto superiore di direzione artistica di Weimar, che scelse di chiamare Bauhaus. L’idea di base era formare una nuova classe di artigiani-artisti, unendo la ricerca della forma estetica alla funzionalità pratica, sfruttando anche industria e tecnologia. Per farlo Gropius si proponeva di proporre un corso di studi in cui il concetto di «interdisciplinarietà» saltava spesso fuori. L’obiettivo ultimo era realizzare oggetti di ogni tipo, sfruttando discipline di ogni tipo per arrivare a costruire «l’edificio del futuro». (da il Post)

Si direbbe l’inizio di una nuova era, ma Berlino non è la Germania, e nemmeno lo è il microcosmo di Weimar: la magnifica stagione della scuola di Gropius, Klee, Kandinsky e molti altri maestri,la più grande fucina di talenti del Novecento, dura appena il tempo di una pubertà, nonostante l’immediato successo riscosso fra i giovani che da tutta Europa confluiscono nelle tre scuole, affollandone i seminari, figli di una borghesia stanca di accademia e che sogna il cambiamento vivendo il suo tempo a doppia velocità. Molti sono ebrei secolarizzati, moltissime sono le ragazze che riempiono le aule dei corsi di architettura – con grande preoccupazione (alquanto misogina) di Gropius stesso. Sono loro i nemici numero uno di cui i carnefici di Hitler faranno piazza pulita. Nel 1933 il Bauhaus viene chiuso dai nazisti appena saliti al potere; l’avevano già costretto a traslocare a Dessau nel 1925, e infine a Berlino nel ’32. La purezza dei materiali e la linearità delle forme, le inusitate prospettive spaziali e umane, l’incredibile convivenza delle infinite anime e correnti che vi brulicano dentro vivaci non si addicono alla retorica del regime che persegue solo autoritarismo, unità e prevaricazione, rifugiandosi nella sicurezza d’immagini note e spesso riciclate, di forme e orpelli storicisti che inibiscono ogni afflato di creatività. (da Il Giornale dell’Architettura)

A seguito della chiusura del Bauhaus a Dessau, Magdeburgo e Lipsia, due città allora guidate da amministrazioni socialdemocratiche, furono le prime ad offrire alla scuola degli spazi per una nuova sede, ma Mies [van der Rohe] decise di costituire a Berlino il privato “Libero istituto per l’insegnamento e la ricerca”, affittando una fabbrica di telefoni abbandonata. Dal punto di vista economico la scuola si sarebbe sostenuta con le rette degli studenti, ancora una volta aumentate, e i 30.000 marchi provenienti dalla vendita dei brevetti. Lo stipendio dei docenti era assicurato dal contratto preso con la città di Dessau, valido fino al 1935.

La presa del potere del partito nazionalsocialista segnò però la fine anche dell’esperienza berlinese. La procura della repubblica di Dessau aprì un’inchiesta sul sindaco Hesse, atta a raccogliere prove che dimostrassero che il Bauhaus fosse un istituto bolscevico. A Berlino tra i pacchi di libri, inviati dalla biblioteca della scuola di Dessau, furono trovate alcune riviste comuniste, probabilmente messe lì per lo scopo dagli stessi nazionalsocialisti. Nonostante l’11 aprile 1933 la Gestapo avesse perquisito la scuola decidendone la chiusura, Mies e gli studenti fecero di tutto per riuscire a riaprirla. Alcuni di essi si iscrissero al Kampfbund, azione consigliata dagli stessi Mies e Lilly Reich.

Entrata in vigore una legge secondo la quale anche le scuole private dovevano essere sottoposte all’Intendenza scolastica provinciale, Mies richiese il permesso di aprire una scuola d’arte e la risposta della Gestapo fu di rispettare alcune condizioni imposte dal Ministero della cultura: licenziamento di Kandinsky e Hilberseimer, l’assenza di docenti ebrei, la presenza di qualche docente presente all’interno del partito, programmi di studi orientato in senso nazionalsocialista. Viste le condizioni poste e le difficoltà economiche, dovute al mancato versamento delle rette degli studenti e alla perdita dei contratti con le aziende produttrici su licenza dei prototipi della scuola, i docenti all’unanimità decisero di chiudere definitivamente il Bauhaus il 19 luglio 1935.» (da Wikipedia)

CONCLUSIONE. Il bianco e il nero assoluti, al contrario delle infinite sfumature di grigio, si manifestano raramente in natura. Meno che meno nella natura umana. Però a volte succede, e allora rimaniamo molto sorpresi. Più del bianco  – va detto – compare fra noi troppo spesso il nero: l’oscurità dell’abisso sconosciuto. Allora la luce si nasconde, e non è davvero piacevole prenderne atto. Il nero assoluto spesso non è altro che il riflesso dell’anima che si riflette nello sguardo dell’uomo. Oppure rappresenta la fine di una speranza, di una possibilità, magari l’ultima di un’intera vita. In entrambi i casi si tratta di uno “spettacolo” (di un dramma) davvero molto triste. Per di più, come ho già scritto in passato, a volte questo “spettacolo” può rappresentarsi – in tutto il suo misero squallore – più vicino a noi di quanto avremmo mai immaginato. Né avremmo mai voluto credere. Ma va bene così: senza parole, come canta Vasco Rossi. Meglio esserne consapevoli: la banalità del male è davvero una squallida realtà quotidiana.

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