Le aringhe di Van Gogh

Il Vittorio Sgarbide noantri” bolognesi si chiama Eugenio Riccomini – accento sulla “o”. Il nostro esperto è molto meno “aggressivo” dell’originale, è vero, e più signorile (non che ci voglia molto!) ma personalmente non sentivo la mancanza né dell’uno né dell’altro; anche perché ambedue hanno o hanno avuto rilevanti ambizioni e influenze politiche. Strane coincidenze. Riccomini, per dire,  “dal 1970 al 1995 fu consigliere comunale di Bologna, dove fu inoltre assessore alla cultura e due volte vicesindaco (nel 1985-1986 e nel 1989-1990).” (da Wikipedia). Sulle questioni artistiche, comunque, di fatto qui da noi la sua parola è sacra.

Ma mentre riconosco – come tutti – i meriti, le competenze e le capacità in termini di divulgazione (e affabulazione…) sulle tematiche artistiche, nei fatti pratici e operativi considero invece retriva la sua influenza socio-culturale. Qualificherei anzi tale deleteria influenza (ormai pluridecennale in ambito locale) con il termine “intellettual-populista”, e i risultati ormai si toccano con mano. Come lo Sgarbi storico e critico d’arte, egli è infatti senza dubbio sempre fermo e deciso su stabili posizioni di ferrea conservazione passatista e provinciale.

Lo confermano tutte le sue pubbliche dichiarazioni. Eccone un paio: “Vincent van Gogh non sapeva dipingere. Ne era consapevole. E probabilmente si è sparato per questo. Era un uomo di sensibilità fuori dal comune. Ma non aveva il sapere del pittore. Che non è poi così diverso dal sapere di un chirurgo. Pittore è chi sa fare cose che i non-pittori non sanno fare. La stessa cosa può dirsi per Cézanne. Cézanne non è mai riuscito a dipingere un nudo di donna decente.” (da un articolo di Brunella Torresin – La Repubblica Bologna)

«Non dico che sia un pessimo pittore. Ma un pittore mediocre… questo sì» (…) «Per 15mila anni, dai graffiti delle Grotte di Lascaux all’invenzione della fotografia, uno dei traguardi dell’ arte è stata la mimesi, cioè la capacità di riprodurre fedelmente ciò che gli occhi vedono. E il discrimine era: è artista chi è il più bravo. Vincent van Gogh non era bravo. Ha una scusante: ha vissuto negli anni in cui non era fondamentale essere bravi». (da un’altro articolo di Brunella Torresin – La Repubblica Bologna). D’altra parte, Riccomini ha anche dichiarato che certi quadri di van Gogh li saprebbe dipingere pure lui. C’è bisogno di commentare?

La risposta migliore a queste posizioni antimoderniste viene da Melania G. Mazzucco, che nel suo libro”Il Museo del Mondo” commenta il dipinto di Piet Mondrian “L’albero grigio” (1911, riprodotto qui sopra) in questo modo:

“C’è qualcosa che sta morendo, in questa immagine. E non è l’albero in sé. Che pure è qualcosa di terminale. Qui il particolare lascia il posto all’universale, il contingente all’assoluto. Il colore è quasi scomparso: resta solo una base grigia, madreperlacea, solcata da righe nere. (…) Ma quello che sta sparendo è molto di più: un’idea di pittura. Un modo di rappresentare il mondo che è durato per millenni, e che per il pittore non significa quasi più niente. Nell’universo astratto che andrà a creare non ci saranno più curve  né oggetti, né dettagli né esseri viventi né  sfumature. Nessuna immagine. Neanche la minima traccia del soggetto. Solo un’algida perfezione geometrica. Un’essenzialità puritana, in un certo senso iconoclasta. Una bellezza intellettuale che nasce dall’equilibrio matematico: la luce arcana che diffonde sembrerà perfino riposante.”

Oppure quando commenta il quadro di Nicolas de Stael “Footballeurs” (1952, sopra):

Quella sera andò dunque allo stadio con la moglie Francoise (…) Ossessionato dalla sarabanda delle maglie gialle svedesi intorno a quelle blu dei francesi, che si stagliavano colorate contro il buio, e dal movimento dei giocatori, che volteggiavano dimentichi di sé sul prato verde pisello sotto le luci artificiali dei proiettori, appena rientrato nello studio iniziò a dipingere: non la partita reale, che aveva visto, ma l’emozione radiante che quella gli aveva lasciato.

Oppure ancora quando commenta il quadro di Paul Cézanne “La montagna Sainte-Victorie” (1904-1906, sopra). Cézanne, che forse “non è mai riuscito a dipingere un nudo di donna decente”, tuttavia:

…quando sono andata in Provenza, mi sono accorta che la montagna non c’era più. Cioè: dopo aver visto una Sainte-Victoire di Cézanne, non si può più vedere la montagna vera, ma solo quella dipinta da lui. Così per me, fanno le opere d’arte. Non aboliscono la realtà, ma la sostituiscono. Creano un mondo parallelo.

Scrive altrove Mazzucco: “L’arte è artificio, diceva Degas. Richiede malizia, furbizia e inganno, come un crimine, Perché una realtà sembri vera, bisogna che sia falsa” (pag. 88). Kandinskij invece era “convinto che la pittura non deve essere pittura del visibile – replica, riproduzione, imitazione di oggetti esistenti nel mondo. L’arte non può che essere astratta e dipingere l’invisibile (che lui chiama “l’interno”) – cioè la vita stessa” (pag. 96).

Condivido pienamente: così, nel mio piccolo, la penso pure io. Al contrario di Riccomini nonché, mi sembra di capire, anche di Sgarbi. Mi colpisce poi un’altro particolare: quando sento parlare, oppure leggo qualcosa di questi due uomini e critici d’arte, qualunque sia l’argomento ho sempre l’impressione che essi parlino prima e soprattutto di sé stessi, solo in seconda battuta dell’oggetto in questione. Leggendo Mazzucco succede invece esattamente il contrario: il fatto che sia donna c’entra qualcosa? Il dubbio rimane; per tentare di chiarirlo, dopo quello di Mazzucco mi piacerebbe conoscere anche il pensiero dei citati “critici-alpha” sulle “Aringhe affumicate” di Vincent van Gogh (Olio su tela, 1889 – collezione privata, qui sotto).

Non credo lo sapremo mai, mi sa tanto che van Gogh non sia mai riuscito a dipingere due aringhe affumicate decenti.

 

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