Il Grande Inquisitore  è il titolo di un capitolo del romanzo I fratelli Karamàzov di Dostoevskij. “Di quanta emancipazione è capace l’uomo?” è il grande interrogativo che ci pone in esso appunto il Grande Inquisitore. “La libertà è la sola cosa che gli uomini non desiderano affatto, o almeno così sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero”, aveva risposto con un anticipo di circa 330 anni  Étienne de La Boétie. Il Discorso sulla servitù volontaria (Discours de la servitude volontaire o Contr’un) è la sua opera più nota; fu redatto probabilmente intorno al 1549 e fu pubblicato clandestinamente nel 1576 con il titolo di Il contro uno.

L’oppressione si regge strutturalmente sulla connivenza delle sue vittime: “Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi“, questo recita il teorema di La Boétie in un testo che non seduce certo con tenerezza: strappa infatti dal volto una maschera consolante, per affibbiarci quella di complici seriali della presunta fonte di tutte le nostre disgrazie sociali, come scrive Enrico Donaggio, traduttore e autore dell’introduzione nell’edizione Feltrinelli (Universale Economica, 2016).

Scrive Donaggio che La Boétie elenca almeno quattro cause estrinseche della servitù volontaria: 1. l'”abitudine” impartita da famiglia, contesto e tradizione, che contribuisce in modo decisivo a cementare l’oblio della libertà, instillando una condiscendenza ovvia e acritica verso la subordinazione; 2. le merci dell’industria culturale e gli slogan della propaganda pubblicitaria e politica: un’intuizione che anticipa di quasi cinquecento anni le analisi della società dello spettacolo; 3. una certa forma di convenienza, illustrata con l’immagine omerica della “corda di Giove: le briciole  e la corruzione che cadono dal tavolo del padrone nutrono una sterminata schiera di subalterni, avvelenando l’intero corpo sociale; 4. il mistero, il velo o la maschera, dietro cui da sempre il potere nasconde il proprio volto, generando un’ingannevole fantasmagoria.

Già Henry David Thoreau, che nacque esattamente duecento anni fa e visse due anni in una capanna in riva a un lago (li racconta in Walden, ovvero la vita nei boschi) fece “Disobbedienza civile” sostenendo che il cittadino può non obbedire se non è d’accordo con le direttive del suo governo. Ma noi italiani cosa ne pensiamo? Massimo Cacciari  parla del nostro carente senso di appartenenza (di certo non abbiamo il culto della bandiera degli americani, inglesi, francesi…), del nostro non essere un vero popolo nel significato che la parola ha assunto nel periodo romantico, passato poi nei vari movimenti di liberazione nazionale o sociale.

Filippo La Porta elenca lucidamente molte delle nostre caratteristiche: “In Italia disponiamo storicamente di innumerevoli risorse, sia naturali che umane (arte di arrangiarsi, creatività spontanea, genialità nel gestire il quotidiano) e inoltre vantiamo una tradizione letteraria ricca e variegata. Però è altresì indubitabile che presentiamo in scarsissima misura altre attitudini individuali e altre caratteristiche della vita civile. Le elenco velocemente:

1. senso dell’individuo, ostinato e geloso della propria autonomia (da noi prevalgono famiglie e corporazioni); 2. passione – e ricerca – della verità (da noi la verità non si indaga ma si insabbia, come diceva Flaiano, o non ci si crede proprio); 3. fiducia in una razionalità laica, illuministica (la quale ci appare invece noiosa, priva di fantasia); 4. cognizione e senso del conflitto bene-male (per noi contano sempre di più i prosaici conflitti di interesse); 5. fiducia nella realtà (una realtà che, benché instabile, opponga una resistenza, che non si risolva tutta in parole e che sia in qualche modo cogente); 6. esperienza dell’avventura (la centralità della famiglia è incompatibile con l’avventura: in Italia abbiamo tutti una mentalità da ‘assistiti’, perfino i gangster e gli artisti!); 7. fede ingenua, utopica in una qualche giustizia finale.”

Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore” è un altro famoso aforisma di Ennio Flaiano. Un confronto anche superficiale tra gli elenchi di La Boétie e di La Porta riportati sopra non possono che confermare – in termini che definirei tanto “scientifici” quanto drammatici – la nostra forte, fortissima propensione alla “servitù volontaria”. Il che potrebbe anche costituire una scelta consapevole e in qualche modo più che dignitosa. In “La Valle dell’Eden di Steinbeck, ad esempio, uno dei pochi personaggi saggi e “positivi” è Lee, servitore cinese, il quale a chi gli chiede perché si accontenti di stare a servizio, risponde così:

“Non so dove sia nato il disprezzo per il mestiere del servitore. E’ il rifugio del filosofo, il cibo del pigro e se lo fai bene è anche una posizione di potere, e di amore. Non capisco perché non siano di più le persone intelligenti che lo scelgono come carriera, che imparano a farlo bene e ne raccolgono i benefici. Un bravo servitore sta in una botte di ferro non per via della bontà del suo padrone ma grazie all’abitudine e all’indolenza. E’ dura per un uomo abituarsi a nuovi sapori e a riporre i calzini. Piuttosto che cambiare abitudini si terrà un cattivo domestico. Ma un buon servitore, e io sono un servitore perfetto, tiene in pugno il suo padrone.”

Il nostro  problema è che non ci accontentiamo nemmeno di diventare perfetti servitori:

Il servitore di due padroni, meglio noto come Arlecchino servitore di due padroni, è una celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta dall’autore veneto nel 1745.  Al centro della commedia troviamo Truffaldino, servo di due padroni, che, per non svelare il suo inganno e per perseguire il suo unico intento, ovvero mangiare a sazietà, intreccia la storia all’inverosimile, creando solo equivoci e guai. (da Wikipedia)

La maschera di Arlecchino credo descriva al meglio la nostra attitudine “culturale” o caratteriale in quanto italiani. Prima di decidere chi servire, aspettiamo di capire chi vincerà. Nel frattempo, aspettiamo affacciati alla finestra. Siamo dei grandi maestri della maschera; quanto poi sia possibile per ognuno di noi riconoscerci in una identità riconoscendola nostra come popolo e collettività, questo rimane un discorso ancora diverso e forse molto più difficile.