L’ignoranza al potere?

La cultura alta è morta!” Ecco un’affermazione piuttosto banale che credo ogni generazione di intellettuali abbia proposto nei secoli dei secoli, si può dire da quando esiste (o da quando si è autoproclamata esistente) la suddetta categoria. In ogni civiltà e in ogni generazione, qualcuno risponde di sì, qualcuno di no. Recita il vocabolario che l’intellettuale di per sé consisterebbe in una “Persona fornita di una buona cultura o cultore di studi, spec. in quanto ritenuto capace di esercitare una profonda influenza nell’ambito di un’organizzazione politica o di un indirizzo ideologico; a volte iron. o spreg., per sottolineare un’astratta centralità o un’ostentazione di superiorità.”

Personalmente ritengo che la “cultura” sia, oggi come oggi, in ottima salute. Umberto Eco, con “Apocalittici e integrati, parecchio tempo fa (1964) spiegò pazientemente come, “dal momento che la società industriale prevede dei mezzi di comunicazione di massa, piuttosto che criticarli l’intellettuale deve domandarsi quali azioni sono possibili per far sì che possano veicolare valori culturali.” In altri termini, non ha nessun senso discutere di cultura “alta”, bassa” o “intermedia”.  Nel senso che di cultura ne avremmo a disposizione quanta ne vogliamo e di tutti i tipi. Il problema è che non ci è molto chiaro cosa farci. In realtà forse non ci interessa mica poi tanto. Infatti è chiaro a tutti come, nelle attuali gerarchie di valori, l’aspetto economico-finanziario abbia ormai surclassato a tutti i livelli quello  socio-culturale.

Barbara Jatta, neo-Direttrice dei Musei Vaticani (terzo museo al mondo per numero di visitatori) pare però non essere d’accordo con questa teoria. In una trasmissione televisiva della scorsa settimana (Otto e mezzo su La7)  ha dichiarato che le visite sono passate da 2 milioni di accessi a 6 milioni di visitatori all’anno. Ovviamente ne risulta comprensibilmente più che soddisfatta.

Ma Carlo Freccero  (massmediologo e Consigliere di Amministrazione RAI), nella stessa trasmissione ha invece osservato che “se nel 1961 in Italia. c’era solo il 21% per cento di lettori, l’altro 79% aveva un però complesso verso la cultura. Oggi invece si legge moltissimo, tutti in qualche modo leggono, però non c’è nessun complesso, anzi la cultura è disprezzata. La vera cultura forma un pensiero critico, qualcosa che aiuta a criticare il potere, ma questo non succede. Poi c’è il problema del museo inteso spesso come Parco a Tema”.

A Roma, ad esempio, durante le ultime vacanze natalizie c’erano scoraggianti file chilometriche ovunque, Musei Vaticani, Colosseo, San Pietro ecc. Mi domando allora: perché, nonostante questo assalto di massa a tutti contenitori culturali (mai come oggi disponibili giustamente a tutti) questo pensiero critico non sembra formarsi, anzi, soprattutto a livello di classe dirigente, succede esattamente il contrario? La migliore risposta, a mio parere, l’ha data, sempre nello stessa trasmissione, Giuseppe Laterza (Editore)

Questa classe dirigente ha una cultura che risponde ad esigenze di termine molto corto, non sa guardare al futuro…. L’economia non è  una brutta cosa, tutt’altro, il problema semmai  è coniugarla con una visione a lungo termine. I nostri nonni investivano in cultura, anche se la cultura non ci rende affatto felici, anzi il contrario, ma cittadini migliori sì (…) leggere un bel libro, romanzo o saggio ti da qualcosa che non è per forza la competenza, ma la capacità di guardare la realtà sempre con un dubbio metodico (cioè a dire, vediamola così, ma può essere anche così) se invece prendi tutta la realtà per quello che è, come ad esempio la crescita… il Papa ha detto che la crescita non è che sia un bene si per sé, perché può produrre ad esempio diseguaglianza ecc. Fermiamoci un attimo, la cultura credo sia questo, porsi dei dubbi. “

Voglio dirlo chiaramente: non credo che affrontare file chilometriche per un museo ci renda di per sé persone migliori. E’ vero invece che in realtà la vera cultura non ci rende “felici”, quanto piuttosto cittadini migliori che si pongono seri dubbi. E questo evidentemente non ci interessa. Perché la cultura ci rende liberi, e questa libertà ci spaventa molto. Come ha scritto Dostoevskij, la libertà è la cosa che l’uomo teme di più nella vita. Tanto meno (figurarsi!) la libertà interessa al potere economico-finanziario, il quale, dopo aver assunto il comando assoluto (la famosa egemonia di gramsciana memoria) prevarica ora con miope violenza la dimensione politico-democratica.

Come detto, la cultura non è morta affatto, anzi è in ottima salute. Casomai essa è orfana, quasi nessuno la vuole più adottare sul serio. L’equivoco di base consiste nel considerarla sempre quale puro svago, divertimento. Mentre invece il suo vero valore consiste nella progressiva formazione di consapevolezza personale. La quale non è detto conduca alla serenità d’animo. Anzi, al contrario,in genere la cultura, la consapevolezza diventa un fondamentale elemento conturbante.  L’amara verità, almeno al momento, è che non esiste una diffusa coscienza di ciò che essa davvero comporti. Le lunghe code affrontate per accedere al suo cospetto appaiono così quasi un’inconscio quanto sterile rito di espiazione del peccato originale.

 

 

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