L’osso di Platone

Si parla di crisi delle ideologie. Errore. Casomai bisognerebbe parlare di modificazione delle ideologie. È caratteristico delle nuove ideologie non essere riconoscibili come tali, così che possano essere vissute come verità”  Cosi scriveva Umberto Eco già nel 1983 in “Sette anni di desiderio” (Bompiani).  Dopo la caduta del Muro di Berlino, in effetti si brindò non solo alla fine dell’ideologia comunista ma di tutte le ideologie, considerandole camicie di forza del pensiero, strumenti di autoritarismo culturale e politico. Molti liberali non consideravano la loro come una ideologia: la intendevano piuttosto come l’unica concezione del mondo possibile per chi avesse a cuore la libertà. E la forza di questa ideologia, paradossalmente, consiste (appunto) soprattutto nel negare di esserlo.

In quegli stessi anni, però, nell’establishment occidentale si andava affermando una variante radicale del liberalismo. Una “verità” che sembra sostenere in maniera indiscutibile la marcia gloriosa della globalizzazione: lasciate che gli interessi privati si dispieghino liberamente senza le interferenze della politica economica — dicevano i liberali — e otterrete più crescita e più benessere per tutti… È questa l’ideologia che prepara la svolta politica di Reagan e della Thatcher, una visione del mondo elaborata da agguerriti think tank, diffusa da autorevoli media e sostenuta da aziende multinazionali interessate ad avere mano libera planetaria.

La crisi finanziaria ed economica del 2007, però, rivela la crescita di diseguaglianze e di insicurezza sociale che le politiche legate a questo modello ideologico hanno prodotto nel mondo. Il credo dell’ideologia neoliberista è rimesso in questione da autorevoli economisti e da grandi istituzioni economiche internazionali, e perfino da giornali mainstream come il Financial Times.

E questo non perché manchi un pensiero nuovo, ad esempio sui temi dell’equità. Ciò che manca è il passaggio dalle idee alle opinioni: quelle che Leopardi (nel “Discorso sui costumi degli italiani”) ritiene decisive nel determinare i comportamenti. Un ambito in cui svolgono un ruolo essenziale i media, purché siano disposti ad assumere fino in fondo la loro responsabilità di orientamento intellettuale e formazione dell’opinione pubblica. Un esempio?

Nel suo ultimo libro “La grande fuga il premio Nobel Angus Deaton scrive che la crescita non garantisce la creazione di più opportunità per tutti: anzi, è compatibile con maggiore diseguaglianza e povertà. Dunque, se la crescita è uno strumento e l’equità è il fine, almeno per chi è progressista non ha senso auspicare la crescita senza darle precise qualificazioni. Una idea che ancora non è diventata senso comune.

 

Per difendere questi valori, c’è necessità di un pensiero anti-idolatrico, di un pensiero forte, capace di scegliere e dunque di dare libertà, di dare all’individuo la forza di resistere alle pressioni che lo minacciano e alla fabbrica di opinioni e di slogan, di resistere con una forza che può venire soltanto da un pensiero fondato su una gerarchia di valori. Non a caso il totalitarismo soft e colloidale del potere mediatico si affida alle gelatinose ideologie deboli, che pongono gli individui inermi alla mercé delle forze anonime che lo manovrano, togliendogli quella astuzia del serpente (quella consapevolezza dei conflitti) senza la quale, come sta scritto nel Vangelo, non c’è neppure un’autentica semplicità della colomba.

Il pullulare centrifugo e indistinto di stimoli e informazioni (tipico della società contemporanea) può giovare a un più flessibile riconoscimento della libertà, ma comporta pure il rischio di annacquare questa libertà nell’indifferenza, di equiparare ogni cosa a qualsiasi altra, in una sorta di bazar indifferenziato, in cui il dialogo diventa caricatura di sé stesso, come se, ad esempio, la solidarietà e il razzismo fossero degli optional. Ovviamente non è con barbarico dogmatismo che si può affrontare questo pericolo; l’unica risposta è la continua, umile adogmatica ricerca di gerarchie di valori.

Spazio per idee nuove. Mai come in questa fase di grande confusione ce n’è bisogno. E le idee nuove ci sono (e non solo nei libri). E c’è anche una nuova generazione che può dare “gambe” a queste idee, che forse più che nei partiti lavora nelle ONG in giro per il mondo. Certo, bisogna fare una rivoluzione culturale. Compito molto difficile ma (la storia ci dice) non impossibile. E oggi quanto mai necessario. Ricominciare in fondo è più semplice di quanto sembri, forse basta volerlo davvero. E seguire l’esempio del cane di Platone:

Ma non avete mai visto un cane quando incontra qualche osso medullare? E’, come dice Platone (De Rep., lib. II) la bestia più filosofa del mondo. E se l’avete veduto, avrete potuto notare con quale devozione lo sbircia, con quanta cura gli fa la guardia, con quale fervore lo agguanta, con quanta prudenza comincia a intaccarlo, con quanta passione lo spezza e con qual diligenza se lo succhia. E chi lo induce a far ciò? qual’è la speranza di tanto studio? quale bene se ne promette? Niente più che un poco di midollo. Vero è che quel poco è più delizioso del moltissimo di tutte le altre cose: dato che il midollo è alimento elaborato a perfezion di natura, come dichiara Galeno, Facul. Natural., III, e De usu parti., XI.

Appunto sull’esempio di questo cane vi bisogna esser savi: per poter annusare, sentire e apprezzare questi bei libri di gran succo, svelti nell’andatura ma arditi nell’assalto; e poi, con curiosa lettura e meditazione frequente, rompere l’osso di fuori e succhiare la sostantifica midolla (e cioè quello che io ho voluto significarvi per mezzo di questa simbologia pitagorica) con sicura speranza di diventare  scorti e valenti in questa mia lettura.” (Francois RabelaisGargantua e Pantagruele, prologo dell’autore – Einaudi).

(Il post rielabora, integrandolo, due scritti distanti nello spazio e nel tempo: uno di Claudio Magris e l’altro di Giuseppe Laterza, presidente della casa editrice Laterza)

 

 

 

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