Mammolette

Sul “Dizionario dei Sinonimi e Contrari” Garzanti (ed. 2006), come sinonimi della parola “timido” figurano termini quali “timoroso, pauroso, pavido, vile, vigliacco“; come contrari invece gli aggettivi “coraggioso, audace, temerario, ardimentoso“. Per fare una battuta, da parte dei cosiddetti grand timides (come li chiamava lo psichiatra francese Ludovic Degas) ce ne sarebbe a sufficienza per fare causa agli autori del suddetto dizionario. Battute a parte,  lo sfondo culturale (e ideologico) implicito è molto chiaro: Terminator vs Mammolo. In realtà, come scrive Megan Garber su “The Atlantic” in un articolo tradotto e pubblicato su “Internazionale” n° 1200 con il titolo “Timidi vantaggi“, la timidezza “esprime tante emozioni diverse: imbarazzo, timore di un rifiuto e riluttanza a disturbare gli altri. E’ comune e al tempo stesso misteriosa.”

Una persona schiva è per forza timorosa e pavida? Parliamone. Lo storico della cultura Joe Moran nel suo libro Shrinking violets. The secret life of shyness (Mammolette. La vita segreta della timidezza) scrive che la timidezza è un mostro irriverente che ha sempre accompagnato, anche se impercettibilmente, tutta la storia dell’umanità. “Tuttavia, afferma Moran, la timidezza può anche essere un grande dono, perché l’impulso all’introversione favorisce l’ingegnosità e la creatività che spesso mancano alle persone estroverse.” (…) La timidezza, comunque scelga di manifestarsi (su questo la persona che la prova non ha quasi voce in capitolo) può essere un vantaggio o una maledizione. In genere le persone timide sono riflessive, a volte geniali. Sono spesso sensibili ai bisogni e agli sguardi degli altri. Il problema è che vivono in un mondo dove la timidezza è comune ma poco tollerata.

Insomma, siamo alle solite: “Forse la timidezza in fin dei conti è solo un’imbarazzante presa di coscienza dell’enorme distanza esistente tra le persone”. Tuttavia, “in una cultura che attribuisce molta importanza alla sicurezza di sé, e che dà per scontato che le abilità sociali siano la prova della propria autostima, la timidezza è vista con sospetto. In un mondo rumoroso, chi tace può facilmente essere considerato un nemico.” Altrettanto succede a chi evidenzia ciò che gli altri, magari in modo inconscio, preferiscono ignorare o fingono di dimenticare. O non sono in grado di capire.

Forse non aveva tutti i torti Sigmund Freud, il quale considerava la timidezza quale prova di un narcisismo rimosso, tuttavia la diffidenza nei confronti dei timidi appare quasi sempre ingiustificata e in qualche misura strumentale, come sempre succede quando si tratta di minoranze socio-culturali. “Le persone timide, sostiene la sociologa britannica Susie Scott, non preferiscono solo la solitudine alla compagnia o i piccoli gruppi a quelli più numerosi. Ogni volta che rifiutano un invito  o si fanno da parte conducono un ‘involontario esperimento di rottura’. Con la loro timidezza deviano dall’ordine sociale. Quindi sono considerate sospette.”

In termini gramsciani, di fatto l’egemonia culturale oggi come oggi ha una collocazione precisa e molto salda: chi strilla di più ne possiede il monopolio. Rimane il sospetto che chi ostenta aggressività in realtà nasconda insicurezza. Seppur rimanga sempre vero il fatto che “in medio stat virtus“, dovendo per forza scegliere tra l’omologazione delle grida da un lato,  la solitudine riflessiva della timidezza dall’altro, per quanto mi riguarda non ho il minimo dubbio. Per citare Corrado Guzzanti, la seconda che hai detto. Alla faccia del dizionario dei sinonimi Garzanti, dalla parte delle “mammolette” e della loro forza tranquilla.

 

 

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