Mangio per dimenticare

Adeguandoci ai tempi (davvero poco propensi alle sfumature), tagliamo anche noi la questione con l’accetta e schematizziamo: oggi come oggi, più che mangiare per vivere, preferiamo di gran lunga vivere per mangiare. Si potrebbe filosofeggiare in proposito, ricordando per esempio Bertold Brecht: “prima viene la pancia piena, poi viene la morale”. Giustissimo; però, volendo sottilizzare, osserviamo che la pancia piena sarebbe molto utile per compiere anche passi successivi, ad esempio ragionare, progettare, discutere, confrontarsi, mettersi in dubbio, aiutare il prossimo, perseguire la giustizia, ecc. Stiamo esagerando? Forse no, anche perché il pensiero ossessivo del cibo non porta davvero molto lontano, anzi torna sempre a se stesso, come un cane che si morde la coda. Gira che ti rigira, siamo sempre lì: allo stramaledetto ego: «l’io, io!… il più lurido di tutti i pronomi!… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona….» scriveva Gadda nella Cognizione del dolore. Lungi da noi il bieco moralismo, ma alla lunga, questo egocentrismo ossessivo rimbalza sul complesso della collettività, eccome. E non è che sia uno spettacolo molto “edificante”. Per niente.

Ma passiamo alla cronaca:

«Il Comune di Bologna dice basta a ” mangiopoli” proponendo un regolamento già attuato da Firenze due anni fa, vale a dire l’altolà a bar e ristoranti del cibo ” mordi e fuggi”. Un blocco che vorrebbe correggere il proliferare della monocultura del cibo in centro che penalizza altre attività.« Da noi questo provvedimento ha prodotto effetti molto positivi » , ha spiegato Cecilia Del Re, assessora all’Urbanistica di Firenze, dai microfoni di Radio Città del Capo. «Prova ne è che a seguito della sua approvazione sono raddoppiate le attività dell’artigianato, le storiche botteghe fiorentine, dal corniciaio al mosaicista, professioni che erano scomparse per effetto del dilagare (+78%) di attività legate al cibo » , continua. La svolta è stata resa possibile d a una norma voluta dall’ex ministro della Cultura Dario Franceschini, che ha corretto in parte la legge Bersani con la quale si sono liberalizzate le licenze. « Non è una questione di mero decoro – ha poi continuato l’assessora -: noi vogliamo che il centro della città sia una buona miscela di attività, e funzioni garantendo in vita quelle che rischiano l’estinzione per l’espandersi di bar, gelaterie e ristoranti».

Da dove viene questa propensione quasi ossessiva per il cibo che Carlo Emilio Gadda avrebbe definita «pantagruelica»? È un fenomeno solo di opportunità commerciale legata alla cucina migliore del mondo? Per Stefano Bolognini, favorevole allo stop per bar e ristoranti, («Bologna sta diventando un suk come Venezia») psicoterapeuta di fama nazionale, c’è anche qualcosa d’altro: una mancanza di cui il cibo diventa succedaneo.

Bolognini, lei si è fatto un’idea del perché domina il tagliere al punto da costringere il Comune a dare uno stop?

«Cominciamo dalla spiegazione più banale: esiste un immaginario collettivo che indica in Bologna la città grassa. Ciò si accompagna a un altro mito: quello della città godibile. Quindi chi arriva ne è condizionato».

Vero, ma non basta…

«In seconda analisi dobbiamo constatare che i cuochi sono ormai delle star e una sorta di maestri del pensiero. Chi è capace di spadellare può poi discettare su molte altre cose. Si tratta di una cultura che è possibile apprendere anche imparando poche cose alla portata di tutti, però in grado di fornire l’apparenza di un’erudizione vera. A scuola una bimba di 7 anni ha scritto una storia che finisce con “vissero felici e chef”, un esempio di come quest’idea sia penetrata nella testa di tutti».

Tuttavia l’ossessione per il cibo rivela anche qualcosa di più profondo e recondito. In questo la psicanalisi ha qualcosa da dirci?

«Quella che io chiamo l’orgia alimentare, intesa come eccesso, ingordigia e ossessione, rivela una lacuna. In sostanza si cerca di sostituire, con qualcosa di concreto come il cibo, ciò che non c’è e che non si riesce nemmeno a descrivere. L’euforia della tavola, l’essere fuori giri, serve a coprire questo tipo di mancanza».

Lei come identifica questa mancanza? Di cosa si tratta?

«In anni di continuo incombere della paura economica, di confusione, di incertezza sui ruoli e di angoscia sul futuro imminente, come la disoccupazione o il precipitare della questione ambientale, scattano meccanismi di difesa che finiscono per vedere nel cibo una sorta di rifugio. In altre parole, come diciamo noi psicanalisti, un ritorno alla fase orale, nella pacificante azione del cibarsi. Si tratta di una regressione allo stadio infantile. Il cibo è rassicurante. Significa avere ancora in bocca il capezzolo materno o perlomeno un ciuccio».

Di fronte alle paure, è meglio una sana mangiata scaccia-angosce?

«Se vogliamo restare in tema di cibo, si negano le ansie e finisce tutto a tarallucci e vino».

Qui, però, siamo di fronte a qualcosa di insistente, dalle trasmissioni televisive alle città invase dai tavolini col cibo ostentato…

«Appunto, quando una cosa diventa coattiva e troppo insistita, significa che copre dell’altro e quasi sempre questo altro è qualche tipo di angoscia. Inoltre c’è forse un ulteriore aspetto».

Quale?

«Le persone si rifugiano nel concreto quando non riescono a scambiare il simbolico. E il simbolico sono le idee e gli affetti. Le idee potrebbero portare con sé delle preoccupazioni: meglio farsi una mangiata». (Valerio Varesi: “Il cibo è un rifugio. E la cultura dei tempi lo esalta all’eccesso” – la Repubblica Bologna, 14 giugno 2019)

Invece di buttare il cervello nel perpetuo  bugliolo dei taglieri, forse sarebbe il caso di (ri)leggersi l’Oblomov di Ivan Gončarov. Un testo davvero attualissimo.

«Ma i cuochi, ecco, quelli a Vittorio Feltri non vanno esattamente a genio. O meglio, non va a genio l’aura da superstar di cui si sono circondati in questi anni. Lo scrive oggi su Il Giornale: “Da quando l’ Italia è in crisi e i consumi alimentari sono diminuiti, tant’è che la mensa più frequentata è quella della Caritas, i cittadini pensano ossessivamente al cibo e a come rimpinzarsi di tagliatelle, stufato e tiramisù. Un deciso contributo al successo inatteso della cultura dei sapori, forti o delicati che siano, è stato dato dalla tv, manco a dirlo, dove trionfano a qualsiasi ora del giorno programmi – tutti uguali – riservati all’ arte culinaria, a competizioni tra chef (professionisti o dilettanti) che ottengono ascolti importanti, in grado di attirare molta pubblicità”. E dove arriva la tv arriva l’adorazione: “» (da Liberoquotidiano.it)

Visto? È possibile a volte essere d’accordo con Vittorio Feltri. Ha ragione: basta, non se ne può davvero più!

In testata: Wolfango, “Il tagliere“, 2002. Acrilico su tela, cm 500 x 250

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