Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer inizia con queste parole:”Il mondo è una mia rappresentazione. Questa proposizione è una verità per ogni essere vivente e pensante, anche se solo l’uomo può portarla allo stato di conoscenza astratta e ponderata. Se lo fa realmente, si può dire che in lui è maturato lo spirito filosofico. Allora possiede la completa certezza di non conoscere né un sole né una terra, ma soltanto un occhio che vede un sole, una mano che tocca una terra”

Michel Houellebecq scrive che come prima frase di un libro sia difficile trovarne una più schietta, più sincera: “Schopenhauer è rimasto famoso soprattutto per la sua potente descrizione della tragedia della volontà, e questo, purtroppo, ha avuto la conseguenza di avvicinarlo alla categoria dei romanzieri o, peggio ancora, degli psicologi, e di allontanarlo da quella dei ‘veri filosofi‘”. (In presenza di Schopenhauer – La nave di Teseo, 2017).

Nonostante abbia costruito un sistema filosofico completo, con l’ambizione di rispondere all’insieme delle domande poste dalla filosofia sin dalle origini, Schopenhauer sarebbe quindi più un romanziere che un vero e proprio filosofo. E l’affermazione non sembra affatto costituire un complimento, nonostante provenga proprio da un famoso e affermato romanziere come Houellebecq.

E’ curioso il fatto che il giudizio tutt’altro che lusinghiero su chi scrive romanzi sembra condiviso anche da un altro romanziere professionista e affermato in tutto il mondo come Murakami Haruki. Il quale in  “Il mestiere dello scrittore” (Einaudi, 2017) scrive: “A mio parere, scrivere romanzi non è un’attività consona a un’intelligenza superiore. Naturalmente, in una certa misura intelligenza, istruzione e conoscenze sono necessarie. Io stesso ne posseggo il livello minimo richiesto. (…) Chi è dotato di un intelletto sopraffino, o ha conoscenze molto superiori alla media, non dovrebbe scrivere romanzi, l’ho sempre pensato.

Murakami scrive che ha capito di essere un romanziere nell’aprile del 1978, guardando una partita di baseball: “Me ne stavo sdraiato da solo sul prato e guardavo la partita bevendo una birra (…) Il bel suono secco della mazza che colpiva la palla echeggiò nello stadio. Ci furono degli applausi. Fu in quel momento che, senza una ragione al mondo, tutt’a un tratto pensai: ‘ Sì, anch’io posso scrivere un romanzo’. Ricordo ancora perfettamente la sensazione che provai in quel momento. Avevo afferrato qualcosa che era sceso volteggiando dal cielo”.

La verità è che io stesso non so bene come ho fatto a diventare un romanziere. Non è che avessi quest’obiettivo fin da giovanissimo, che abbia fatto studi particolari per realizzarlo o mi sia esercitato a scrivere testi di prova , salendo gradino per gradino. Come in quasi tutto quello che mi è successo nella vita, ho seguito il corso delle cose, spinto da una qualche energia.”

Sorge allora spontanea l’eterna domanda: perché (e per chi) si scrive? Cos’è la letteratura? E’ diffusa l’impressione che, almeno in Italia, esistano più scrittori che lettori, con conseguente e paradossale situazione di ingorgo librario da pubblicazioni inutili e del tutto superflue. Come scrive Massimo Gramellini sul Corriere della Sera: “un’istantanea nitida della meravigliosa società civile. Una miriade di clan familisti, ciascuno dei quali nutre un profondo interesse per il proprio ombelico e altrettanto disinteresse per quello degli altri, con i quali condivide unicamente la diffidenza mista a disprezzo verso la tribù comune”.

Lasciamo perdere questo trascurabile (e deleterio) aspetto, occupiamoci invece del “sacro fuoco” che spinge a scrivere per davvero (il che costituisce il contrario dell’ ostentazione). Murakami risponde così alla domanda: “La verità, in un certo senso, è che scrivo per me stesso (…) Trasformare in un testo alcune immagini che avevo dentro di me, in un linguaggio che mi convincesse, mettendo insieme nel modo giusto le parole… non pensavo ad altro (…) Forse avevo anche un obiettivo “terapeutico”. Perché ogni creazione letteraria contiene in qualche misura lo scopo di migliorare se stesso.”

Questa è una faccia della medaglia, l’altra è la seguente: “Eppure, quando mi chiedono se io veramente  scriva pensando solo a me stesso, rispondo: “No, evidentemente non è così (…) in quanto scrittore professionista, quando scrivo di solito ho in mente i miei lettori. Dimenticarli – ammesso che lo voglia fare – non è possibile, e non sarebbe una cosa assennata (…) L’importante, quello che non deve essere interscambiabile, è il legame tra me e queste persone. Non so dove e in che modo, ma ho la sensazione che in un luogo profondo, buio, le mie radici e le loro siano connesse. Trattandosi di un luogo troppo remoto, non è possibile esplorarlo. Ma attraverso il sistema del racconto, riusciamo a percepire questo legame. Una sensazione vivida di nutrimento che va e che viene.”

Non so come sia possibile esprimerlo meglio di così. Se il mondo è la mia rappresentazione, allora la parola chiave, a mio parere, è condivisione. Condivisione delle radici, non dell’apparenza. Il contrario dell’ostentazione, appunto. “… le grandi doti mentali rendono chi le possiede estraneo agli altri uomini e alle loro attività, giacché più ne possiede in sé e meno può trovarne in loro e per cento cose che a loro procurano grande soddisfazione a lui sembrano insulse e ripugnanti; forse la legge di compensazione che regna ovunque fa sentire anche qui il proprio ascendente…” (Schopenauer – Aforismi sulla saggezza nella vita. Introduzione). Altro non saprei dire. Se non trattando appunto di un esempio contrario, quello dell’ostentazione del proprio ego, l’esibizione della solita presunta diversità, intesa come superiorità, è ovvio. E’ il caso, mi pare, di Valeria ParrellaEnciclopedia della donna. Aggiornamento (Einaudi, 2017). Che nelle note di copertina si presenta così:

“L’Enciclopedia della donna uscì negli anni Sessanta, ed esponeva in modo chiaro e definitivo tutto quello che una donna era tenuta a sapere. Dall’alimentazione allo sport, dalle regole per essere un’impeccabile padrona di casa a quelle da imporre ai figli. Mancava (e manca tuttora) un solo argomento: la fica.

Ecco qualche breve estratto dal testo:

“Con Francesco ci vedevamo in pausa pranzo già da  un po’: avevo appena concluso un trimestre lesbo e lui appartiene a una delle mie categorie preferite: il colletto bianco.” (pag. 23)

“La manovalanza e i colletti bianchi sono di gran lunga da preferire ai professori universitari, ricercatori associati, o ordinari. Agli intellettuali in generale, e soprattutto agli artisti, ai registi. Non ho casistica sui giornalisti, ma conto di farmela.” (pag. 27)

“Francesco lo chiama “bacio appassionato”, ma è stata la prima volta che gliel’ho preso tutto in bocca.” (pag. 51)

“Io fin dalle fasce sono solita dividere l’umanità in due macrocategorie: le persone scopabili e quelle non scopabili.” (pag. 76)

“Questo aggiornamento parla di fica, è per questo che vi si trovano poche altre strade. Il culo non sarà mai una fonte primaria di piacere, e per i miei gusti neanche secondaria, Bianca da una decina d’anni sostiene il contrario.” (pag. 87)

“Bisogna scopare prima che sia troppo tardi. Bisogna scopare appena si può. Bisogna scopare.” (pag. 100)

“Efficace. Resistente. Robusto. La lunghezza è variabile, a seconda della parete. Ma sotto un minimo non si scende, mi dispiace. Non è colpa di nessuno, non verranno giudicati per questo, ma piccolo non va bene, non dà nessun piacere, decade il principio della donna vaginale, torna quello della donna clitoridea e quindi non ha nessun senso andare con un uomo”. (pag. 104)

Se dell'”Enciclopedia della donna” anni sessanta si poteva tranquillamente fare a meno, altrettanto si può dire per l'”aggiornamento” dell’anno duemila e diciassette. Due facce di una stessa superfluità. In fondo anch’esso denuncia ormai una comoda posa conformista, confezionato in modo commercialmente utile e adeguato ai propri tempi. Solo che quest’ultimo è a firma individuale. La domanda comunque rimane sempre la stessa: perché (e per chi) scrive Valeria Parrella? Per i Murakami o Schopenhauer a occhio direi proprio di no.