Solo chi è capace di stare da solo è anche capace di comunione e può contribuire davvero a costruire una comunità“, ha scritto Dietrich Bonhoeffer,   teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al nazismo che venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg all’alba del 9 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra. Purity significa “Purezza”, ed è il vero nome della protagonista dell’omonimo romanzo di Jonathan Franzen (Einaudi, 2016). La quale protagonista si fa però chiamare “Pip” perché se ne vergogna: “Me ne vergogno tanto che mi tengo sempre stretto il portafogli quando esco con gli amici, perché a volte la gente te lo prende per ridere della foto sulla patente, e sulla patente c’è il mio vero nome.

La capisco perfettamente. Infatti, così come il termine “morale” (e quindi “moralismo” e “moralista”) , anche il concetto di “purezza” – spesso collegato nel sentire comune alla suddetta “morale”, politica o religiosa che sia – può essere intesa in modi diversi, positivi o negativi, spesso addirittura opposti e pericolosamente fanatici o estremisti. “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne, ad esempio, descrive bene come venisse concepita dai “puritani” delle origini nell’America appena colonizzata: “Nella società puritana la libertà dell’individuo coincideva con il bene della comunità, che doveva essere purificata da ogni elemento estraneo, considerato al soldo di Satana. Per questa ragione le autorità imponevano stili di vita improntati a un inflessibile rigore morale. E chi infrangeva gravemente le regole poteva incorrere persino nella pena di morte” (dalle note di copertina Feltrinelli). Talebani occidentali, per intenderci.

Lo scherzo” di Milan Kundera descrive invece cosa può significare tragredire ai rigidi parametri di giudizio delle società cosiddette “collettivistiche” anche quando si tratta di particolari apparentemente insignificanti: “Lo studente Ludvík scrive, per scherzo, una cartolina con tre righe beffarde sull’ottimismo socialista e la spedisce a una sua compagna, una bella ragazza che prende tutto sul serio. Ma questo prendere tutto sul serio è anche «il genio stesso dell’epoca». Cento mani si alzano per condannare quella cartolina. Siamo a Praga, subito dopo il 1948. Ludvík perde ogni diritto, la sua vita è sfigurata per sempre da quel piccolo scherzo ” (dal risvolto di copertina Adelphi). L’ironia non fa davvero parte del bagaglio dei moralisti.

Come scrive Franzen, anche nella Repubblica Democratica Tedesca la perfetta moralità riconosciuta e premiata dallo stato assumeva forme diverse: “Il padre di Andreas era il secondo più giovane membro del partito mai elevato al Comitato centrale, e aveva il lavoro più creativo della Repubblica. Come capo economista di stato, il suo compito era manipolare i dati su larga scala, dimostrare aumenti di produttività dove non ce n’erano, far quadrare un bilancio che ogni anno si allontanava sempre più dalla realtà, correggere i tassi di scambio ufficiali per massimizzare l’impatto delle valute forti  che la Repubblica riusciva a procacciarsi o estorcere, ingigantire gli scarsi successi e trovare scuse ottimistiche per i numerosi fallimenti dell’economia. ” Certo, i regimi e le religioni fanno e hanno fatto anche molto di peggio, giustificando i loro delitti con presunti valori ideali assolti. Eppure.

Eppure a qualche gerarchia di valori dobbiamo pure far riferimento, se è vero – com’è vero – che in Italia e non solo oltre alla crisi economica ce n’è un’altra di tipo etico e culturale. Per il semplice, banale ma fondamentale principio secondo cui altrimenti varrebbe solo la legge del più forte. Proprio come nella giungla. Leggo ad esempio che Flavio Briatore, dopo i sigilli apposti al suo nuovo “Twiga” di Otranto, dichiara che “in Italia non si può lavorare“, di conseguenza gli investitori fuggono in lidi più “felici” (paradisi fiscali, di solito). Nessun cenno al fatto che la Magistratura ha solo verificato come il suo “investimento” consista in un abuso edilizio in quanto effettuato su terreno agricolo. Dettagli, per lui. Ma rispettare le regole è diventato moralismo?

Scrive il direttore del Foglio Cerasa che la sinistra “moralista” ha concimato il terreno sul quale è germogliata l’intolleranza grillina.
Risponde Michele Serra su “Repubblica” di oggi, però, che: “I ragionamenti per blocchi, per tribù, per clan lasciano il tempo che trovano, ognuno risponde in prima persona di quello che dice e scrive (…) Moralisti e immoralisti facciano pulizia nei loro armadi con pari intransigenza: pagliuzze con le pagliuzze, travi con le travi. Poi se ne riparla.
Troppo spesso condividere un’etica, una morale o una presunta “purezza” di un gruppo sociale rappresenta un mezzo per sfuggire la paura, il terrore della solitudine e dei rischi che essa comporta. Come fidarsi di coloro che preferiscono condividere a prescindere la moralità “corrente”, senza mai riflettere criticamente sulle sue basi, sempre riscaldati dalla morbida coperta del rassicurante perbenismo di maggioranza? Semplicemente, si adeguano. Per questo motivo diffido di coloro che sono incapaci di solitudine: il tasso di ipocrita opportunismo è spesso la vera incognita. Nonostante le apparenze, costoro sono incapaci di vera comunione, quindi tanto meno di costituire le solide basi di una vera comunità. Torniamo perciò alla sacrosanta citazione di Bonhoeffer riportata all’inizio. Il quale Bonhoeffer, purtroppo, è stato ucciso da quella comunità che aveva scelto Hitler con elezioni democratiche: la sua. Non è per nulla un dettaglio insignificante.
(Nell’immagine qui sopra: American Gothic – Grant Wood, 1930)