Muri di gomma, topi neri e vipere di stato

Il pomeriggio del 27 giugno 1980 Vincenza Calderone lasciava l’ospedale Rizzoli di Bologna dove era ritornata per controlli e cure dopo che era stata sottoposta a intervento chirurgico, di cui riportava i postumi costituiti dalla parziale ingessatura della gamba sinistra (…) pur essendo stata imbarcata sul volo prenotato Bologna-Cagliari (da dove poi avrebbe poi dovuto proseguire con destinazione Palermo con altro volo) per evitarle questo disagio, in considerazione della sua infermità era stato deciso di farla salire sul volo diretto della compagnia Itavia IH 870 con tratta Bologna Palermo (…) Terminate le operazioni di imbarco, alle ore 20,00 il comandante Gatti a bordo del DC9 riceve l’autorizzazione ad accendere i motori. Dopo pochi minuti, alle ore 20,08, la signora Calderone inizierà il suo volo a bordo del DC9 verso Palermo (…) Sono le ore 20,59,45 locali e nel cielo che guarda l’isola di Ustica, il Dc9 invia il suo ultimo segnale di transponder e scompare per sempre, si inabissa nel punto più profondo del mar Tirreno, a 3600 metri di profondità.” (Erminio Amelio, Alessandro Benedetti – IH87 Il volo spezzato. Strage di Ustica: le storie i misteri, i depistaggi, il processo – Editori Riuniti 2005)

C’è a Bologna, in via Saliceto, in un ex magazzino dell’azienda dei trasporti, un museo della memoria che vale la pena di visitare e di far conoscere agli amici più cari. Non è lì da molto, è stato aperto il 27 giugno 2007.

L’aereo adesso è lì, e insieme a lui c’è tutto quello che dal mare venne ripescato, a parte i corpi naturalmente. In quel luogo c’è molto di più di una ricostruzione ma (per fortuna) non c’è niente di spettacolare.

È semplicemente sconvolgente e coinvolgente l’esperienza di avvicinarsi alle lamiere tra le voci dei Tigi. L’intero progetto del museo è frutto di grande sensibilità architettonica, tutto è collocato in modo sensato, ma c’è di più, c’è l’arte al servizio della memoria, Christian Boltanski lavorando a stretto contatto con l’Associazione dei familiari ha creato un museo della stessa qualità e temperatura del Museo dell’Olocausto di Berlino, solo lo ha fatto a Bologna su una storia che a molti italiani è ormai del tutto sconosciuta. Un museo della memoria di cui ci si può dimenticare presto, oppure mai. Dipende.

A me e a Daniele Del Giudice nel maggio del 2000 era stato concesso, insieme a una troupe Rai, di entrare nell’hangar di Pratica di Mare, dove il relitto ripescato con colpevole ritardo dal mare era stato ricostruito a disposizione dei periti e magistrati esattamente come lo si può vedere oggi a Bologna.

Giro sul fianco destro, quello più devastato dall’impatto con l’acqua, mi avvicino, allungo la mano. – «Non toccate nulla». Dice alle mie spalle il sottufficiale che ci ha accompagnato, mi giro, ho un’espressione eloquente, credo. (…) – «Non toccate niente, lo dico per il vostro bene». Non sembra minaccioso ma un po’ ironico. – «Perchè?» – «Attenti alle vipere» – e si ferma lì. – «In che senso, scusi?» È il suo collega a spiegare: – «Siccome l’aeroporto era pieno di topi, hanno portato le vipere. Adesso di topi ce ne sono meno, ma le vipere, siccome in quest’hangar ormai ci viene poca gente, hanno fatto i nidi, in mezzo ai rottami. Già è successo a un perito che da un pezzo che teneva in mano è uscita la vipera, quindi state attenti a dove toccate».

Le vipere custodi dei segreti di Stato.

(da Marco Paolini, Daniele Del Giudice – I-TIGI. Racconto per Ustica – Einaudi Stile Libero 2009)

Ora, “trentasette anni dopo, una nuova testimonianza riaccende la speranza di raggiungere la verità sull’esplosione in volo del Dc-9 che uccise 81 persone sui cieli di Ustica. Brian Sandlin, all’epoca marinaio sulla Saratoga destinata dagli Usa al pattugliamento del Mediterraneo, intervistato (Atlantide su La7) da Andrea Purgatori, autore della prima ricostruzione sulla vicenda, racconta i fatti di cui fu testimone. È la sera del 27 giugno 1980. Dalla plancia della nave che staziona a poche miglia dal golfo di Napoli, il giovane Sandlin assiste al rientro da una missione speciale di due Phantom disarmati, scarichi. Aerei che sarebbero serviti ad abbattere altrettanti Mig libici in volo proprio lungo la traiettoria aerea del Dc-9: «Quella sera — racconta l’ex marinaio — ci hanno detto che avevamo abbattuto due Mig libici. Era quella la ragione per cui siamo salpati: mettere alla prova la Libia». (…)

Ma il suo silenzio in tutti questi decenni? È terrorizzato. Nel 1993 la visione di una puntata di 60 minutes (leggendario programma d’inchiesta della Cbs raccontato anche nel film Insider di Michael Mann con Al Pacino) per un attimo addormenta la paura e restituisce memoria all’ex marinaio. Sandlin, però, non trova ancora il coraggio di mettere a disposizione di altri le proprie informazioni. Un sottoufficiale prossimo alla pensione, racconta, era stato ucciso in una rapina tanto misteriosa quanto anomala. Unico ad essere colpito benché in un gruppo di bersagli possibili. Sapeva qualcosa su Ustica? La paura, spiega Sandlin, scompare nel momento in cui cambiano gli scenari internazionali e lo strapotere della Cia è ridimensionato: «Oggi non credo — dice — che possa ancora mordere». E allora l’ex marinaio della Usa Navy parla, racconta e smentisce verità ufficiali. Ad esempio quella del Pentagono sul fatto che, quella notte, i radar della Saratoga sarebbero stati spenti per non disturbare le frequenze televisive italiane. Impossibile, dice l’uomo. Mai e poi mai una nave così avrebbe potuto spegnere i radar.” (Corriere.it – Strage di Ustica. La verità del militare USA: «Due Mig libici abbattuti dai nostri caccia la sera dell’esplosione». La nuova testimonianza ad «Atlantide», su La7. Torna l’ipotesi del volo colpito per errore – di Ilaria Sacchettoni)

Dopo 272 udienze e dopo aver ascoltato migliaia tra testimoni, consulenti e periti, il 30 aprile 2004, la corte assolve dall’imputazione di alto tradimento – per aver gli imputati turbato (e non impedito) le funzioni di governo – i generali Corrado Melillo e Zeno Tascio “per non aver commesso il fatto”. I generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri vengono invece ritenuti colpevoli ma, essendo ormai passati più di 15 anni, il reato è caduto in prescrizione.

Anche per molte imputazioni relative ad altri militari dell’Aeronautica (falsa testimonianza, favoreggiamento, ecc.) viene dichiarata la prescrizione. Il reato di abuso d’ufficio, invece, non sussiste più per modifiche successive alla legge.

Questa storia dimostra nei fatti come a volte la fedeltà e l’onore siano alibi per non avere coscienza, per coprirsi le spalle a vicenda. Del resto, come documenta Davide Conti, “Alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i più alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia e all’estero [qualcuno – sebbene fosse in teoria ricercato – ha vissuto per decenni sotto falso nome, alla luce del sole con documenti validi e regolare professione, frequentando tranquillamente i familiari, N.d.R.]. A salvarli furono gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l’Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari. Diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra.

Scrive Michele Serra: “Dal 1967 al 1977 in Italia ci sono stati almeno otto tentativi di colpo di Stato, almeno venti attentati alle linee ferroviarie e a luoghi pubblici con l’obiettivo di creare paura e di instaurare una nuova forma di governo. Non hanno mai vinto, ma non hanno mai perso veramente… Un gruppo di orientamento nazista metteva bombe, raccoglieva finanziamenti, si assicurava coperture, tutto sotto l’efficiente organizzazione dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, i cui dirigenti peraltro erano agenti segreti con grande curriculum, e a suo tempo erano stati, anche loro, mussoliniani e hitleriani… Il questore di Milano in carica nel 1969 (l’anno di piazza Fontana, ndr) era stato l’aguzzino del carcere per antifascisti di Ventotene». Sono parole di Enrico Deaglio, dall’introduzione a Patria, un libro che entusiasma per la potenza del giornalismo e sconforta per l’inutilità del giornalismo.” (la Repubblica 20 dicembre 2017). Il quadro è  chiarissimo: sono queste le fragili fondamenta della Repubblica Italiana.

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