Noi misantropi

 

solitario

Sul sito della Treccani  troviamo la seguente definizione del termine asociale: “agg. [comp. di a– priv. e sociale]. – Privo di sentimento della socialità, insensibile ai motivi e ai problemi sociali:individuo, temperamento a.; mentalità asociale. Anche s. m. e f., con riferimento a persona: è un a., un’asociale.”

Tutte le persone ipersensibili (definizione internazionale: Highly Sensitive Persons – HSPs)  necessitano frequentemente, comunque PIU’ frequentemente di quanto venga considerato “normale” nella nostra cultura, di momenti di solitudine. Questi momenti, anche lunghi, servono a fare in qualche modo decantare, mettere a fuoco e anche a riflettere sulle sollecitazioni del mondo esterno, che altrimenti rischiano di sopraffarle o perlomeno di oberarle eccessivamente. O quantomeno di non essere elaborate. Di qui derivano le frequenti insinuazioni di asocialità che vengono mosse agli ipersensbili, così come a tutti gli introversi in generale. Ma basterebbe analizzare seriamente i significati dei termini in questione – asocialità e misantropia da una parte, desiderio di solitudine, introversione, timidezza, sensibilità dall’altra – per avvedersi che il nesso che viene da molti rilevato tra di essi è del tutto inesistente. Affermo anzi che nella maggior parte dei casi è vero il contrario.

D’altra parte, sappiamo che, mentre ad esempio in Canada (ma direi in tutto l’occidente in generale), i bambini timidi e sensibili sono poco apprezzati e ricercati dai coetanei e dagli “educatori”, in Cina è vero l’esatto contrario. Questione di cultura, quindi. Ma l’errore più grave, ritengo, sarebbe quello di tradire la propria natura: eludendo le proprie necessità autentiche, faremmo un torto prima a noi stessi e di conseguenza anche agli altri. Per questo motivo condivido e apprezzo in pieno l’articolo di Meghan Tifft, giovane scrittrice statunitense, pubblicato prima su TheAtlantic.com e tradotto poi domenica scorsa da Fabio Galimberti su Repubblica. L’articolo ruota attorno a questa domanda, che lei stessa si pone e quindi pone a tutti noi:

“… Quello che voglio sapere è: da quando per fare arte è d’obbligo partecipare a una qualunque comunità, oltre all’intensa partecipazione che l’arte stessa ti impone? Da quando, se tutto quello che vuoi è fare l’arte in questione, sei una che non contribuisce alla comunità? Non è l’arte stessa la mia comunicazione intima con gli altri, con il mondo, con lo spettacolo in perenne svolgimento degli sforzi umani per vivere e coesistere su questa terra?…”

L’obbligo alla socialità cosiddetta comunitaria mi ricorda da vicino la politica guerrafondaia determinata dal noto principio di fondo: “se non diventi democratico ti spacco la faccia” (tra l’altro di recente drammatica memoria). Si tratta, anche nel nostro caso, di una precisa volontà di colonizzazione del pensiero e quindi delle azioni. Si tratta – come sempre e in poche parole – di una volontà di potere sul prossimo e sul mondo. E’ noto che tutti colonizzatori si propongono quali esportatori disinteressati della propria civiltà, naturalmente più evoluta e “normale” delle altre. Nella realtà però tutte queste “politiche” sono sempre fondate su concreti interessi di parte, su importazione di valori espropriati agli altri, ai cosiddetti “non allineati”, col presupposto implicito che, in quanto tali, essi vadano corretti per il bene di tutti. Dove chi decide quale sia il bene di tutti è naturalmente sempre il più forte del momento. Anche per questo motivo mi dichiaro del tutto d’accordo con Meghan Tifft, e condivido in pieno “l’appello” (ma sembra piuttosto una preghiera) che lei rivolge ai singoli componenti della comunità degli scrittori e scrittrici:

“… Per cortesia, voglio stare sola con il tuo libro. Sono le tue parole che mi sussurrano amorevolmente nella testa, sono i tuoi pensieri che carezzano la mia voce interiore, è la tua espressione che si frammischia con la mia percezione. Se dobbiamo incontrarci, facciamo alla vecchia maniera, al buio, accanto al fuoco, col fiato sospeso e il mondo un grande mistero nero al di fuori di noi.” Se questa è misantropia, allora sono misantropo anch’io. Anzi, ipermisantropo.

 

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