Ornette Coleman

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Joe Henry ha pubblicato nel 2001 un album molto bello che si chiama “Scar“. Il primo brano di questo disco è intitolato “Richard Pryor Addresses a Tearful Nation”. Eccolo:

Si tratta di un pezzo magnifico, dall’atmosfera soffusa, sognante ma anche straniante, con un testo ermetico (Sometimes I think I’ve almost fooled myself – Spreading out my wings – Above us like a tree – Laughing now, out loud – Almost like I was free), quasi  romantico, poco più di sei minuti. Ad un certo punto compare in prima linea un sax, a un primo ascolto quasi fuori posto, con una linea sonora che sembra improvvisata distrattamente in quel momento, (prima non esisteva, dopo sarebbe stata di certo diversa),  note a metà strada tra dissonanza e melodia che accompagnano e trasfigurano il senso della musica fino al suo termine. Un sottile, personalissimo crinale poetico al tempo stesso stridulo e dolcissimo che quando ti afferra non ti molla più.  L’autore di questo assolo è Ornette Coleman, e questa a mio parere è una delle sue gemme più “accessibili” ad un pubblico  che non sia quello ristretto alla minoranza di appassionati. Se dovessi segnalare a un “profano” la porta di accesso al suo genio, consiglierei questa, che definirei quasi “di servizio” nel senso migliore del termine. La sua arte è grande, ma difficile, ostica, a tratti irritante. I portoni principali sarebbero altri: “The Shape of  Jazz to Come” (1959), “Free Jazz” (1960), la svolta elettrica di “Virgin Beauty” (1988), ecc. ma vanno affrontati dopo, solo dopo, con calma e consapevolezza del fatto che qui parliamo di una vera e propria rivoluzione artistica e che, come tutte le vere rivoluzioni, essa incontra ancora numerosissime resistenze. Ornette Coleman è morto ieri a New York all’età di 85 anni.

 

 

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