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Harry Potter e i pirati MP3

 

All’inizio di questo secolo, Dell Glover, dipendente dello stabilimento di stampaggio della Universal Music, nella Carolina del Nord, cominciò a commettere un nuovo tipo di reato. A quelli poco informati sugli straordinari progressi della compressione delle registrazioni digitali (e quasi tutti eravamo poco informati, quindici anni fa) non sarebbe sembrato che Glover stesse facendo qualcosa di particolarmente innovativo. Si portava a casa senza autorizzazione il prodotto dei suoi datori di lavoro, come fanno i dipendenti più o meno da quando è stato inventato il concetto di lavoro dipendente. E non è che si fregasse roba del valore di migliaia di dollari: una copia dell’album di Jay-Z “The Blueprint”, per esempio, aveva un prezzo al dettaglio intorno ai 15 dollari e un costo di fabbricazione di appena 2 o 3 dollari. Per certi versi, era come rubare una teiera o un asciugamano. La grande differenza, naturalmente, è che anche oggi digitalizzare un asciugamano e condividere un link su Dropbox con tutti quelli appena usciti dalla doccia è impossibile.

Glover, per disgrazia della Universal Music, era contemporaneamente un esperto di informatica e un membro della Scene, un losco gruppo di appassionati di musica pirateggianti che frequentava le nascenti chat room su Internet cercando di mettere le mani su qualsiasi nuovo album che i giovani potessero voler ascoltare. Quando Glover rubava un singolo cd (e gliene è sempre bastato uno solo), nel giro di poche ore, attraverso la magia della compressione digitale, The Blueprint diventava accessibile, prima della pubblicazione ufficiale e gratuitamente, a chiunque fosse dotato di un modem, in qualsiasi parte del mondo. Nel giro di cinque anni, solo i babbei – cioè chiunque avesse più di trent’anni – si prendevano ancora il disturbo di pagare per comprare musica registrata.” (Nick HornbyIl giorno in cui ascoltare musica diventò gratis – La Repubblica.it)

Durante una riunione nell’istituto tedesco, Karlheinz Brandenburg (ingegnere della Fraunhofer che ha inventato la tecnologia dell’Mp3 dimostrando che esisteva un metodo per registrare un CD occupando un dodicesimo dello spazio), venne ripreso da un collega in modo brutale: “Ehi ma ti rendi conto di quello che hai fatto? Hai ucciso l’industria musicale”.

Quando, nel 1997, Brandenburg improvvisamente si rese conto dei problemi che i suoi Mp3 avrebbero provocato, organizzò un incontro con l’Associazione americana dell’industria discografica, per mostrare loro come fare per rendere più difficile duplicare i file, ma fu messo cortesemente alla porta. Le case discografiche si trovavano benissimo col cd, gli dissero. Nessuno, nel settore, sembrava rendersi conto che avevano già imboccato la strada per la rovina, e che un cd era semplicemente un modo senza futuro per immagazzinare informazioni codificate. Infatti l’industria discografica si è praticamente dimezzata tra il 2000 e il 2007, e l’arrivo di Spotify, con le sue tariffe irrisorie e la sua praticità estrema, ha liquidato buona parte di quello che restava.

In questo libro “la genesi, l’esplosione e la fine della stagione della pirateria viene raccontata da tre punti di vista. Il primo, quello tecnico, con la storia di Karlheinz Brandenburg. Il secondo, quello industriale, attraverso Doug Morris, presidente della Universal Music Group e ultimo residuato bellico dell’industria musicale tradizionale. Il terzo, quello pratico, con l’epopea di Dell Glover, operaio di una fabbrica di cd della Polygram a Kings Mountain, North Carolina: un lavoratore instancabile che, ad un certo punto, ha cominciato a mettere online tutti i cd che gli passavano sottomano. Glover è il «paziente zero», il più grande pirata della storia, l’uomo che «ha distrutto l’industria discografica per rifarsi i cerchioni dell’auto». (Hamilton Santià – Rollingstone.it)”

Ladri da incarcerare o santi da glorificare? Mai come per la storia della musica gratis in download il giudizio finale può situarsi nel mezzo,”  scrive Davide Turrini su Il Fatto Quotidiano.it. Di certo nemmeno l’industria musicale (paradigma dell’intero sistema industriale mondiale) ne esce granché bene: grazie ai soliti accordi di cartello (dimostrati da indagini federali statunitensi) messi in atto dai “Big Six”, poi “Big Five” poi “Big Four”, per aggirare i vincoli del libero mercato (leggi concorrenza), fregare il pubblico e tenere artificiosamente alti i prezzi a danno dei giovani polli appassionati melomani, di solito squattrinati. Anche lo schema capillare di distribuzione di tangenti pagate in contante dai promoter ai dj delle radio  perché mandassero in onda i loro brani; oppure i call center pagati per telefonare a ripetizione alle stazioni radio per domandare “hit” che, a forza di richieste artificiali, lo diventavano senza prima esserlo state (come pare facesse la Universal): tutto questo non farebbe parte dei “principi” del puro capitalismo, la cui tanto decantata “mano” risulta spesso tutt’altro che invisibile.

Curioso e paradossale rimane comunque il fatto che il primo grosso colpo alla pirateria Mp3 fu inferto da J.K. Rowlings, autrice della saga di Harry Potter; e non a causa di file musicali, bensì di audiolibri. “Sul mercato letterario [Harry Potter] era il libro più venduto nella storia dell’editoria, sul mercato cinematografico era il film con gli incassi di botteghino più alti. L’audiolibro era altrettanto richiesto. Narrato dall’amatissimo attore inglese Stephen Fry, anche quello era il più venduto nella storia degli audiolibri. (…) Alla fine del decennio sarebbe stata la prima miliardaria nella storia dell’editoria. E, come sempre, il valore delle sue proprietà intellettuali dipendeva drammaticamente dal vigore con cui veniva combattuta la pirateria. Rowling aveva assunto uno studio legale di nome Addleshaw Goddard per fare il lavoro sporco.”  

E il “lavoro sporco” portò, in verità senza molta fatica, all’indirizzo completo di codice postale di Alan Ellis, fondatore di Oink, (il più importante sito al mondo di torrent) dopo un blitz delle autorità svedesi nel maggio 2006  alla server farm che ospitava Pirate Bay (che si autodefiniva come «Il sito BitTorrent più resistente al mondo), sequestrando i server e arrestando i fondatori. I legali di Rowling girarono i contatti di Ellis alla polizia non appena li ricevettero. Simbolicamente, è l’inizio della fine, non certo del download abusivo, ma di una intera “generazione pirata” e di una pluridecennale modalità di fruizione musicale. Ora è davvero tutto cambiato.

Stephen Witt – FreeEinaudi 2016 (Titolo originale: How Music Got Free)

 

Pipistrelli nel campanile

A volte mi vengono pensieri che non condivido“: il celebre aforisma di Ennio Flaiano credo descriva molto bene lo stato d’animo di molti cittadini in questo periodo. Stato d’animo che per quanto mi riguarda è sollecitato in particolare da due notizie.

La prima è questa: “Kamikaze bolognese – Uno dei tre killer di London Bridge era un italo-marocchino: 22 anni, figlio di una bolognese, aveva la residenza a casa della madre. Lo avevano già indagato in Italia.(…) Il giovane italo-marocchino di 22 anni, uno degli autori degli attentati di Londra, quando fu bloccato al Marconi il 15 marzo 2016, mentre tentava di partire per la Turchia, era insomma un soggetto potenzialmente pericoloso su cui fare accertamenti.  (…) L’avvocato Silvia Moisè è il legale prima assegnato d’ufficio e poi nominato di fiducia da Youssef Zaghba nel 2016. È lei che l’ha assistito quando fu fermato e gli furono sequestrati cellulari e iPad, ottenendo l’annullamento dei sequestri dal Riesame.  L’avvocato ha fatto solo il suo lavoro: «Avessi avuto qualunque sospetto, ovviamente l’avrei riferito all’autorità giudiziaria. Era mio dovere farlo e l’avrei fatto. Ma proprio non ne ho avuti e mi fa una certa impressione aver incontrato più volte quel giovane senza capire chi veramente fosse». (da Il Resto del Carlino)

Ecco la seconda: “Ipotesi scarcerazione per Riina malato. Accuse e proteste. La Cassazione: ha diritto a una morte dignitosa. I supremi giudici: E’ gravemente malato. Bisogna valutare se può restare in carcere e se può essere pericoloso.” (Il Corriere della Sera) “Riina ha diritto a una morte dignitosa” La Cassazione apre ma è subito rivolta. Esiste un “diritto a morire dignitosamente” che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. Anche se il detenuto si chiama Salvatore Riina e sta scontando 17 ergastoli. Per la prima volta, i giudici della Suprema Corte aprono a un’istanza degli avvocati del capo dei capi di Cosa Nostra, che chiedono il differimento della pena o gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva invece confermato il carcere per il padrino di Corleone, che ha 86 anni, ribadendo il suo «altissimo tasso di pericolosità» e spiegando soprattutto che non c’è incompatibilità tra le patologie e la detenzione al 41 bis.” (La Repubblica)

La Lettera alla posterità (in latino, Posteritati), è l’ultima lettera contenuta nella raccolta epistolare delle Senili. Si tratta di un’epistola autobiografica di Francesco Petrarca, composta con tutta probabilità nel 1367, modificata e arricchita intorno al 1370-1371. Ecco un breve estratto:
…Partito poi per Montpellier a studiare legge, vi passai altri quattro anni; poi a Bologna, e vi spesi tre anni a studiare tutto il corpo del diritto civile. Ero un giovanotto che secondo l’opinione di parecchi prometteva grandi cose, se avessi seguitato quella strada; ma io quello studio lo lasciai completamente appena mi lasciò la sorveglianza paterna. Non perché non mi piacesse la maestà del diritto, che indubbiamente è grande e satura di quella romana antichità di cui sono ammiratore, ma perché la malvagità degli uomini lo piega ad uso perfido. E così mi spiacque imparare ciò che non avrei potuto usare onestamente; d’altra parte con onestà sarebbe stato imputato ad imperizia. E così a ventidue anni ritornai a casa”. (da “Prose” – Riccardo Riccardo Ricciardi Editore, 1955).
Come scrive Corrado Augias nel suo commento quotidiano, c’è una domanda che potrebbe indurre a ipotesi sconvenienti e che, per carità di patria, scanso.
 .
 Non per niente siamo il paese degli azzecca-garbugli; il problema però è che ogni giorno divengono sempre più numerose le persone che quei “certi pensieri” che ogni tanto vengo a tutti li condividono per sempre, magari anzi ne fanno anche  propaganda. Qualunque cosa significhi, “populismo” è attualmente il termine più utilizzato dai commentatori politici, anche se demagogia sarebbe senz’altro più adeguato. Inutile nasconderlo: abbiamo insetti alle fondamenta e  pipistrelli nel campanile. Per questo motivo ritengo fondamentale fermarsi un attimo e riflettere su alcuni principi fondamentali sui quali basare con calma e razionalità il nostro pensiero e le azioni che poi ne conseguono. Come ha fatto John Steinbeck scrivendo “East of Eden” – La valle dell’Eden, romanzo americano che più americano non si può, pubblicato nel settembre 1952 – in particolare nel capitolo 13 da cui traggo la seguente citazione:
 
Il mondo è percorso da tensioni estreme, prossime al punto di rottura, e gli uomini sono infelici e confusi. In un’epoca simile mi sembra cosa giusta e naturale pormi queste domande: In che cosa credo? Per cosa devo combattere? Contro cosa devo lottare?. La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione, senza dettami. E contro questo debbo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. Questo è ciò che sono e ciò che voglio. Capisco bene perché un sistema costruito  su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola cosa capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.”
Concordo; che si tratti di ISIS-Daesh, di mafia-camorra, di guru-santoni vari o del governo autoritario di turno, ripeto: concordo.

 

 

La prevalenza dell’io

«La vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare al sogno che si ha di se stessi», afferma uno dei personaggi di Tutto su mia madre di Pedro Almodòvar. Non potrei essere più in disaccordo; penso anzi che il successo planetario di Facebook si possa in fondo ricondurre al folle tentativo collettivo di mettere in vetrina l’immagine di se stessi, un brulicare indistinto di ego alla ricerca di mutuo riconoscimento. Quando mai l’immagine di se stessi corrisponde alla realtà? L’autenticità è un’altra cosa. Ma come scrive Rabelais: “Intendiamoci, non che io mi voglia impunemente esentare dal dominio della follia. Ci sono e ne partecipo anch’io, lo confesso. Tutti a questo mondo sono matti, e se in Lorena Fou è vicino a Tou, c’è la sua buona ragione. Ogni cosa è follia” (da Gargantua e Pantagruele)

Non sfugge a questa legge nemmeno Eugenio Scalfari, che nel consueto sermone domenicale su “La Repubblica” del 28 maggio, scrive:

OGNI giorno che passa la confusione aumenta, ma quale ne è la causa? Forse la globalizzazione? Forse l’aumento dell’egoismo in ogni individuo, in ogni famiglia, in ogni tribù, in ogni istituzione, in ogni Stato? La risposta è affermativa: globalizzazione ed egoismo. (…) improvvisamente la società globale ha trasformato se stessa: è diventata un elemento di chiusura. È difficile capire se quella chiusura provenga dall’aumento dell’egoismo o sia stata la globalità a determinarla provocando la chiusura di ogni persona, istituzione e interesse in se stesso. Papa Francesco, che resta il solo a predicare l’apertura di ciascuno verso gli altri, disse che tanti “Tu” diventano “Noi” e quando questo avviene quel “Noi” universale determina la rivoluzione. Aveva ed ha perfettamente ragione, ma sta avvenendo l’inverso: il “Tu” regredisce all’“Io”. Un “Io” globale e cioè l’egoismo fatto persona. E siccome le persone sono dovunque e operano dovunque, il loro se stesso come unico o prevalente segno di valore provoca la chiusura della società globale. La risposta sarebbe una resistenza positiva, l’ “Io” non è una soluzione ma una regressione terribilmente negativa e se vogliamo vederne l’eventuale progressione ci troveremo di fronte a una generale anarchia e al pericolo che ne deriva, cioè l’avvento delle dittature. I fatti raccontati dalla storia sono questi.

Intendiamoci, Scalfari ha perfettamente ragione, il suo ragionamento non fa una grinza. La follia semmai consiste nel pensare che tutto ciò sia successo “improvvisamente”; mentre invece è sotto gli occhi di tutti come la prevalenza dell’io e dell’egoismo personale e/o di gruppo sia un fenomeno patologico endemico da almeno mezzo secolo. Almeno nel cosiddetto occidente “evoluto”, infatti,  il concetto di olismo (unica possibilità di salvezza) ha perso gradualmente valenza socioculturale, per cadere nel dimenticatoio, quando non addirittura nel disprezzo collettivo.

Ma qualcuno si chiede ancora per quale motivo da tutto ciò deriverebbe il pericolo dell’avvento di dittatura. Ce lo spiega molto bene Massimo Gramellini (sul Corriere della Sera del 27 maggio 2017): “Purtroppo ci sono persone così deboli e insicure che non riescono a vivere senza appoggiarsi a un dogma. Non importa se religioso, materialista, scientifico, antiscientifico, carnivoro, vegano. Purché si tratti di un precetto che, in nome di una qualche presunta verità assoluta, li dispensi dalla fatica di adeguare i comportamenti alle situazioni. Ognuno ha il diritto di consegnarsi a una vita rigida da esaltato. Ma appena il fanatismo tracima all’esterno smette di essere un diritto per diventare un problema.” I dittatori per definizione sono creatori (inventori) e impositori di dogmi e verità assolute.

Come però ha scritto Piergiorgio Odifreddi sul Corriere della Sera (partendo da un’analisi di Guerra e pace di Tolstoj in un articolo dal titolo “Matematici sul piede di guerra”): “In realtà la storia è il prodotto di una grande azione collettiva, in cui ciascun protagonista fornisce il suo piccolo apporto. E Tolstoj offre un’interessante metafora matematica: secondo lui, questo è ciò che avviene nel calcolo infinitesimale, in cui l’apporto individuale di quantità infinitesime, chiamate differenziali, viene sommato calcolando una somma infinita, chiamata integrale. In termini matematici, dunque, la storia sarebbe l’integrale dei comportamenti infinitesimi degli individui”.

Si tratta appunto di una metafora, perché finora nessuno è riuscito a formalizzare matematicamente un calcolo della storia. Esistono purtroppo molte persone che hanno difficoltà a comprendere cose che non si riferiscono in qualche modo direttamente a loro. Sarebbe  molto meglio rendersi conto di come all’interno di questa metafora la vera incognita sia costituita dal comportamento di ognuno di noi. Però da quello autentico, non dall’immagine fittizia che di esso vogliamo fornire mettendo ogni giorno in rete un nuovo selfie.

 

 

Quel film è un po’ lentino

 

La Lettura” del 21 maggio 2017 (n. 286) pubblica un articolo di Davide Ferrario dal titolo “The end“. “Così è finita la meraviglia del cinema. La tecnologia domestica ha ucciso la magia“. Questo il suo sommario:”Sono passati quasi 50 anni da quando vidi sul grande schermo «2001: Odissea nello spazio». Non capii quasi nulla, ma una cosa mi fu chiara: una potente liturgia. Da allora Vhs, Dvd e device hanno rovinato tutto. Altro che renderci liberi! Ecco un estratto del testo:

Un anno fa ho scoperto che mia figlia ventenne non aveva mai visto 2001. Una sera la convinsi a sedersi con me davanti al 52 pollici al plasma che uso per lavoro e infilai nel lettore il Blue Ray «Special Edition» del film (…) Ci godemmo la sequenza degli umanoidi, poi il valzer della stazione orbitante. Tutto bene; salvo un commento tipo «Lentino, questo film», con cui se ne era uscita la ragazza.” Per poi alzarsi per andare a prendere una Coca:

Si è rifatta viva solo una ventina di minuti più tardi. In mezzo ci aveva messo una conversazione Skype con un’amica; e uno scambio di vedute con sua madre su qualche problema domestico (…) Mentre passavano le grandiose immagini di Kubrick, lei chattava sul computer lì accanto. Come se non bastasse, l’iPad la informava ossessivamente su qualsiasi cosa succedesse nel mondo virtuale a cui è collegato (…) Tutto questo è durato circa tre giorni. Mia figlia ha preso e mollato il film come fa con certe relazioni sentimentali, mettendoci in mezzo sospensioni di una giornata intera. Non sono nemmeno certo che, trovandolo ‘lentino’, ogni tanto non abbia ceduto alla tentazione del fast forward. 

In sostanza Ferrario sostiene che oggi esiste un grosso problema, costituito da “ciò che è successo al cinema a causa dell’evoluzione tecnologica di questi cinquant’anni. Quello che una volta era un rito laico assimilabile a una messa, l’incontro di qualcosa bigger than life, (più grande della vita, dicono gli americani), si è trasformato in puro intrattenimento (…) Colpa dell’interattività. Un termine che negli anni Settanta suonava rivoluzionario e come tale veniva accolto. Con l’interattività – era la teoria – ci saremmo liberati della comunicazione a senso unico (‘Tu parli, io ascolto’) e dell’autoritarismo dell’autore (che i due termini abbiano la stessa etimologia apre ad affascinanti riflessioni”.

Mi permetto di dissentire. E aggiungo che, mio modesto parere, quest’ultima sua frase sull’autoritarismo della comunicazione a senso unico esprime il concetto  più interessante di tutto l’articolo. Peccato che Ferrario lo lasci subito cadere nel vuoto, quasi fosse scritta da qualcun altro. Pare non si accorga che in qualche modo essa fornisce una (possibile) spiegazione perfetta del comprensibile comportamento di sua figlia. Cerco di spiegarmi.

Adoro Proust, ho letto due volte  “Alla ricerca del tempo perduto” (capolavoro non proprio “veloce”) e ho l’assoluta intenzione di rileggerlo almeno un’altra volta; amo Kubrick e diffido istintivamente (con riflesso condizionato tendente all’antipatia) di coloro che ritengono sensato rispondere “Carino, peccato sia un po’ lento” alla richiesta di esprimere un giudizio su un libro, un film o qualsiasi altra opera che magari voi giudicate un capolavoro assoluto. Un po’ come dire della Cappella Sistina “Non male, peccato ci sia un po’ troppo azzurro“.

Queste semplificazioni di giudizio non sono novità determinate oggi dall’evoluzione tecnologica; in realtà esistono da sempre. Premesso questo, aggiungo subito che quando mi hanno costretto a leggere “I promessi sposi” l’ho detestato; mentre invece l’ho adorato una volta terminati gli obblighi scolastici. E che la prima volta che ho visto al cinema “2001: Odissea nello spazio“, (più o meno all’età della figlia di Ferrario) mi sono addormentato profondamente. Spero senza russare.

Avessi avuto l’iPad, che purtroppo non esisteva ancora, forse avrei fatto qualcos’altro e sarei rimasto sveglio. Non amo i fast food, ma se capita li utilizzo, ci porto i miei figli e considero le crociate contro di essi fanatismo allo stato puro. Adoro la lentezza, tuttavia ritengo che le posizioni radical chic di Slow Food possano essere considerate tra i sintomi più singolari di degrado di una certa cultura snob di sinistra. Si vuole davvero sostenere che l’evoluzione tecnologica e l’interattività impediscono di amare Proust, oppure di apprezzare i capolavori cinematografici e artistici in generale? E’ una tesi a mio parere del tutto insostenibile. Qualsiasi “rito laico assimilabile a una messa” può essere apprezzato appieno solo a condizione che assistervi sia una libera scelta del singolo individuo e non piuttosto (come spesso accade) una costrizione determinata da veri o presunti doveri morali, obblighi o sensi del dovere oppure, peggio, costrizioni forzose e ideologiche.

Quello che Ferrario considera una colpa dell’interattività, a mio parere è invece un suo grande merito nonché – soprattutto – una grande possibilità che ci viene offerta. Altra questione è poi discutere se noi siamo oggi davvero in grado di coglierla in modo positivo, questa possibilità. A causa della rapidità dei mutamenti, mi pare anzi che non siamo ancora pronti – dal punto di vista culturale – a superare il citato “autoritarismo dell’autore“. La forte accelerazione cui siamo soggetti ci lascia disorientati. In realtà, troppo spesso ci piace ricevere ordini, “essere comandati”, lasciare che qualcuno decida per noi il palinsesto. L’interattività per qualcuno è un problema pieno di colpe; per altri è una possibilità ed ha solo meriti. A mio parere è una grande problematica opportunità, a patto di dominarla e di non esserne dominati. Come al solito dipende soprattutto da noi, ma nostalgia per la comunicazione a senso unico per favore no.

 

Moralisti e immoralisti

Solo chi è capace di stare da solo è anche capace di comunione e può contribuire davvero a costruire una comunità“, ha scritto Dietrich Bonhoeffer,   teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al nazismo che venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg all’alba del 9 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra. Purity significa “Purezza”, ed è il vero nome della protagonista dell’omonimo romanzo di Jonathan Franzen (Einaudi, 2016). La quale protagonista si fa però chiamare “Pip” perché se ne vergogna: “Me ne vergogno tanto che mi tengo sempre stretto il portafogli quando esco con gli amici, perché a volte la gente te lo prende per ridere della foto sulla patente, e sulla patente c’è il mio vero nome.

La capisco perfettamente. Infatti, così come il termine “morale” (e quindi “moralismo” e “moralista”) , anche il concetto di “purezza” – spesso collegato nel sentire comune alla suddetta “morale”, politica o religiosa che sia – può essere intesa in modi diversi, positivi o negativi, spesso addirittura opposti e pericolosamente fanatici o estremisti. “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne, ad esempio, descrive bene come venisse concepita dai “puritani” delle origini nell’America appena colonizzata: “Nella società puritana la libertà dell’individuo coincideva con il bene della comunità, che doveva essere purificata da ogni elemento estraneo, considerato al soldo di Satana. Per questa ragione le autorità imponevano stili di vita improntati a un inflessibile rigore morale. E chi infrangeva gravemente le regole poteva incorrere persino nella pena di morte” (dalle note di copertina Feltrinelli). Talebani occidentali, per intenderci.

Lo scherzo” di Milan Kundera descrive invece cosa può significare tragredire ai rigidi parametri di giudizio delle società cosiddette “collettivistiche” anche quando si tratta di particolari apparentemente insignificanti: “Lo studente Ludvík scrive, per scherzo, una cartolina con tre righe beffarde sull’ottimismo socialista e la spedisce a una sua compagna, una bella ragazza che prende tutto sul serio. Ma questo prendere tutto sul serio è anche «il genio stesso dell’epoca». Cento mani si alzano per condannare quella cartolina. Siamo a Praga, subito dopo il 1948. Ludvík perde ogni diritto, la sua vita è sfigurata per sempre da quel piccolo scherzo ” (dal risvolto di copertina Adelphi). L’ironia non fa davvero parte del bagaglio dei moralisti.

Come scrive Franzen, anche nella Repubblica Democratica Tedesca la perfetta moralità riconosciuta e premiata dallo stato assumeva forme diverse: “Il padre di Andreas era il secondo più giovane membro del partito mai elevato al Comitato centrale, e aveva il lavoro più creativo della Repubblica. Come capo economista di stato, il suo compito era manipolare i dati su larga scala, dimostrare aumenti di produttività dove non ce n’erano, far quadrare un bilancio che ogni anno si allontanava sempre più dalla realtà, correggere i tassi di scambio ufficiali per massimizzare l’impatto delle valute forti  che la Repubblica riusciva a procacciarsi o estorcere, ingigantire gli scarsi successi e trovare scuse ottimistiche per i numerosi fallimenti dell’economia. ” Certo, i regimi e le religioni fanno e hanno fatto anche molto di peggio, giustificando i loro delitti con presunti valori ideali assolti. Eppure.

Eppure a qualche gerarchia di valori dobbiamo pure far riferimento, se è vero – com’è vero – che in Italia e non solo oltre alla crisi economica ce n’è un’altra di tipo etico e culturale. Per il semplice, banale ma fondamentale principio secondo cui altrimenti varrebbe solo la legge del più forte. Proprio come nella giungla. Leggo ad esempio che Flavio Briatore, dopo i sigilli apposti al suo nuovo “Twiga” di Otranto, dichiara che “in Italia non si può lavorare“, di conseguenza gli investitori fuggono in lidi più “felici” (paradisi fiscali, di solito). Nessun cenno al fatto che la Magistratura ha solo verificato come il suo “investimento” consista in un abuso edilizio in quanto effettuato su terreno agricolo. Dettagli, per lui. Ma rispettare le regole è diventato moralismo?

Scrive il direttore del Foglio Cerasa che la sinistra “moralista” ha concimato il terreno sul quale è germogliata l’intolleranza grillina.
Risponde Michele Serra su “Repubblica” di oggi, però, che: “I ragionamenti per blocchi, per tribù, per clan lasciano il tempo che trovano, ognuno risponde in prima persona di quello che dice e scrive (…) Moralisti e immoralisti facciano pulizia nei loro armadi con pari intransigenza: pagliuzze con le pagliuzze, travi con le travi. Poi se ne riparla.
Troppo spesso condividere un’etica, una morale o una presunta “purezza” di un gruppo sociale rappresenta un mezzo per sfuggire la paura, il terrore della solitudine e dei rischi che essa comporta. Come fidarsi di coloro che preferiscono condividere a prescindere la moralità “corrente”, senza mai riflettere criticamente sulle sue basi, sempre riscaldati dalla morbida coperta del rassicurante perbenismo di maggioranza? Semplicemente, si adeguano. Per questo motivo diffido di coloro che sono incapaci di solitudine: il tasso di ipocrita opportunismo è spesso la vera incognita. Nonostante le apparenze, costoro sono incapaci di vera comunione, quindi tanto meno di costituire le solide basi di una vera comunità. Torniamo perciò alla sacrosanta citazione di Bonhoeffer riportata all’inizio. Il quale Bonhoeffer, purtroppo, è stato ucciso da quella comunità che aveva scelto Hitler con elezioni democratiche: la sua. Non è per nulla un dettaglio insignificante.
(Nell’immagine qui sopra: American Gothic – Grant Wood, 1930)

 

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