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Nel frattempo

Nella sua fulminante introduzione ai “Racconti” di John Cheever (Feltrinelli, 2012), Andrea Bajani scrive che lo scrittore russo Viktor Erofeev, quando gli chiedono che cosa significhi per lui scrivere, risponde spesso parlando di radio, non di letteratura. Prima della fine dell’Unione Sovietica, infatti, in molte abitazioni, compresa la sua, c’era una radio che riceveva solo tre canali: Radio Mosca, Radio Parigi e Radio Londra. Radio Mosca si sentiva perfettamente. Quando però “i russi giravano la manopola sulle altre due stazioni a disposizione (…) succedeva qualcosa di straordinario, inquietante e disturbante assieme. Le voci limpide di Radio Mosca lasciavano il posto a un intrico di suoni confusi (…)

L’impressione non era però quella di essere stati sbalzati fuori dalla frequenza, quanto piuttosto di essersi sintonizzati sulla frequenza di un altro universo, abitato da fantasmi, da presenze che arrivano da lontano, da una zona molto profonda, che è al tempo stesso il tempo dei morti e il centro della terra, dove tutto è incandescente, magmatico, originario. Viktor Erofeev alla domanda su cosa significhi per lui scrivere risponde sovente così: scrivere è provare a trasferire in un racconto quella congerie confusa di voci, suoni e rumori. Scrivere è ricavarsi una zona di silenzio e avvicinare l’orecchio alla radio per mettersi in ascolto dei fantasmi, non farsene spaventare, tradurre le loro parole su un foglio.” (…)

C’è un’intercapedine, tra la rassicurante  autorappresentazione borghese e il profondo incandescente di ciascun uomo, che però viene risolutamente messo a tacere, oppure negata. In mezzo c’è uno spazio rimasto vuoto, ed è lì che si annida il seme della disperazione. E’ quell’intercapedine il covo delle voci, il punto di ritrovo, l’amplificatore dei fantasmi. I personaggi dei racconti di John Cheever, parafrasando Erofeev, vogliono ascoltare Radio Mosca, e non certo gli scoppi, i fruscii e le interferenze della altre stazioni.” (Andrea Bajani – Ascoltare gli spettri alla radio)

Uno dei nodi della poetica di John Cheever consiste proprio nella descrizione di questa ridicola negazione dei fantasmi, o meglio della loro azione disturbante e perturbante, della  crisi di una classe media che ha le sue basi proprio in questa negazione. E ti credo. Perché mentre i fantasmi vengono negati o sfuggiti, per ottusità, pigrizia o vigliaccheria, nel frattempo qualcuno quel vuoto, che notoriamente non esiste in natura, pensa bene di riempirlo.

Sempre nel frattempo, mentre la medesima classe borghese contemplava il proprio ombelico, “la metafora della liquidità – proposta da Zygmunt Bauman nella sua celebre trilogia “Modernità liquida”, “Paura liquida” e “Vita liquida” (tutti Laterza) – ha marcato il nostro tempo. Essa subentrava alla nozione, troppo ottimistica, di “postmodernità”, che aveva caratterizzato la belle époque tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso. (…)  La società liquida di Bauman (…)  registrava la disgregazione delle strutture solide della prima modernità – corpi, istituzioni, regole – nel magma di una stagione instabile e incerta. (…)

Tuttavia, “anche questa geniale metafora comincia a mostrare i segni del tempo, (…)  Il processo che dal solido portava al liquido, sostituendo la velocità del tempo alla lentezza dello spazio, pare essersi invertito. (…) Nel linguaggio dell’inclusione torna a lavorare la macchina dell’esclusione. I confini che sembravano dissolti riprendono a suddividere quanto si era immaginato di unire. Non solo, ma fuori da ogni metafora liquida, si solidificano in muri di cemento, in barriere di filo spinato, in blocchi stradali. Un mondo terribilmente solido, striato da frontiere materiali, subentra a quello, liscio, promesso dai teorici dell’età globale.” (Roberto Esposito – La Repubblica 5 settembre 2017)

Usando un’espressione di Gramsci, ci troviamo insomma in una situazione di “interregno”, un vuoto che è uno stato di sospensione in cui il vecchio ordine non funziona più, mentre il nuovo ancora non si vede all’orizzonte. Nicola Di Battista, architetto, direttore della rivista Domus, in un recente convegno ha detto che  “Stiamo vivendo in un frattempo, tra un tempo passato che non passa e un futuro che non arriva“. Concordo pienamente, siamo di fronte a una crisi, una svolta di civiltà di cui la deprimente classe dirigente e politica non ha capacità né intenzione di occuparsi: “altre forze, altri gruppi di uomini, altri continenti reclamano più che protezione, riconoscimento, risorse. Essi chiedono di aprire una nuova epoca storica in cui, prima dei nostri comportamenti, dovremo mutare il nostro linguaggio concettuale per rispondere a domande finora inattese.” (Roberto Esposito)

Ma chi occupa quel vuoto, nel frattempo? Paradossalmente, la violenza del vuoto intellettuale stesso, nonché il rischio della violenza fisica che coerentemente ne consegue ad ogni suo ripugnante rigurgito storico. E attenzione, codesti soggetti ci tengono a comunicare che nulla è cambiato.

“La propaganda fascista di Forza Nuova, che utilizza le immagini del ventennio per i manifesti che diffonde sui muri delle città o dei social, continua a scatenare polemiche. Nell’immagine choc pubblicata sui social il 29 agosto l’associazione di estrema destra riprende un manifesto utilizzato dalla Repubblica di Salò nel 1944 contro le truppe alleate, riadattandolo alla campagna anti-immigrati.

L’immagine è di Gino Boccasile, grafico propagandista del ministero della Guerra durante il secondo conflitto mondiale e autore dei manifesti di propaganda della Rsi, oltre che pubblicitario: l’espressione del volto, le mani ad artiglio dell’uomo di colore, contro il candore della donna. Qui ripresi per alimentare, e cavalcare, il clima di tensione dopo la violenza di Rimini: «I nuovi barbari sono peggiori di quelli del ‘43/’45, oggi come allora fiancheggiati dai traditori della Patria», scrivono su Facebook.” (da Corriere.it)

 Oppure: La marcia su Roma di Forza Nuova, “patrioti” convocati il 28 ottobre:

“La data è tutto un programma: 28 ottobre. Lo stesso giorno del 1922, 25mila camicie nere del Partito nazionale fascista (PNF) entrarono nella capitale e la manifestazione armata permise a Benito Mussolini di prendere il potere con la forza: iniziò così il ventennio fascista in Italia. Novantacinque anni dopo, un partito neofascista, anzi, “nazifascista”, come ha già sentenziato due volte la Cassazione, Forza Nuova, riproporrà la fatidica e tristemente nota “marcia su Roma”. Sempre il 28 ottobre. Cambia solo il nome. Si chiamerà “marcia dei patrioti”. L’evento è stato lanciato sulla pagina Facebook della formazione di estrema destra: “28 ottobre in marcia”, è il titolo del post pubblicato il 3 settembre. “Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina… Compatriota, la macchina organizzativa è in moto ed ha bisogno del tuo sostegno concreto”, recita la chiamata. “Il 28 ottobre Roma ospiterà la grande marcia forzanovista contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo ius soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria”. Segue richiesta di sostegno.” (Paolo Berizzi – La Repubblica, 6 settembre 2017)

Questo è quanto, i taciti costruttori di muri aumentano. Come rispondere allora oggi a questo vuoto, a questo assordante, penoso e colpevole silenzio? Proviamo con la musica. Come ha avvertito Gesù, chi ha orecchie per intendere intenda. Chi invece è sempre rimasto alla finestra ascoltando Radio Mosca, troppo occupato a sfuggire o negare i propri fantasmi,  fino a quando continuerà a rimanerci?

 

 

Downsizing

Nel 2013 fece molto discutere negli USA un articolo di Camille Paglia:  “Care donne, rassegnatevi: il mondo appartiene, e continuerà ad appartenere agli uomini. Voi vi siete scavate un ruolo importante, e meritate che vi sia riconosciuto, però smettetela di augurarvi la fine del maschio, perché tanto non succederà“. Questa la parafrasi del suo saggio, pubblicato da “Time”, che provocò la rivolta delle femministe americane. L’articolo si intitola “It’s a Man’s World, and It Always Will Be”. La professoressa della Pennsylvania cominciò attaccando il mito della “fine dell’uomo”, come aveva scritto nel suo recente libro Hanna Rosin.

La quale Hanna Rosin è invece convinta che le donne stiano correndo verso il futuro, mentre gli uomini stanno a guardare (o si voltano indietro cercando di far funzionare il microonde) fossilizzati in abitudini e certezze superate dalla storia. Giornalista americana, moglie di giornalista, madre di tre figli, lei è certa che sia accaduta la più grande svolta in duecentomila anni di storia dell’umanità: “La fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)”, che è anche il titolo del libro uscito nel 2012 in America.

Poi c’è l’inglese Naomi Alderman, che nel suo romanzo “Ragazze elettriche”  si domanda cosa accadrebbe se le donne diventassero più forti degli uomini, se i rapporti di forza si invertissero totalmente e i maschi fossero ridotti a esseri inferiori sottomessi (…) Una metafora sul potere, i suoi usi e abusi:

“Miss Alderman, come le è venuta l’idea delle “Ragazze elettriche”?

«Mi sembrava strano leggere in tutti quei resoconti pseudoscientifici sul “perché gli uomini e le donne hanno ruoli diversi nella società”, risposte tipo “le bambine guardano di più le facce, e quindi le donne sono più empatiche”, o teorie religiose fuori dal tempo. Nessuno mai che dicesse “perché in media gli uomini possono gettare una donna dall’altro capo della stanza e non viceversa”. È davvero incredibile che non si parta da questo ragionamento. Se i poteri coloniali hanno potuto opprimere gli indigeni dell’Africa, delle Americhe, dell’Oceania, non è stato per degli ormoni cerebrali diversi… non è stato il DNA britannico a vincere in modo brutale e disgustoso sugli aborigeni australiani, era semplicemente che potevamo farlo perché avevamo i fucili. È il Rasoio di Occam– cerca la spiegazione più semplice. Perché gli uomini nella storia sono sempre stati al potere? Perché le donne avevano giustamente paura di loro». (dall’articolo di Susanna Nirenstein – La Repubblica, 30 agosto 2017)

Dubito fortemente che sia arrivata “la fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)“. Allo stesso modo dubito che i “poteri coloniali” di vario genere smetteranno mai  di opprimere (o tentare di farlo) le parti deboli della popolazione mondiale. Questo per le banali, ma indiscutibili ragioni illustrate con chiarezza da Naomi Alderman; discutere poi su quanto tutto questo sia ingiusto è tutta un’altra cosa; i fatti e la storia parlano chiaro sulla nostra natura prevaricatrice: nel corso della storia noi esseri umani abbiamo sempre provato a rinchiuderci in categorie e liquidarci a vicenda come subumani o inferiori. “Mi affascina e mi sconcerta il modo in cui esseri altrimenti civili e intelligenti riescano a razionalizzare con pervicace ostinazione filosofie sbagliate e discriminatorie“, scrive Frances Hardinge.
Condivido. Rimango perciò molto perplesso, pur non avendolo ancora letto, dal titolo nonché dall’orribile copertina dell’ultimo libro di  Susan Cain. Non credo proprio – infatti – che esista alcun “superpotere” degli introversi. E meno male. Ma ascoltiamo la Cain, che sembra più che altro preoccuparsi del modello di business prevalente in America e del relativo sistema educativo:

“Studi recenti mostrano che gli introversi, benché preferiscano stare un passo indietro, possono diventare leader migliori degli estroversi.” (…) 

Lei offre consulenza a decine di aziende americane. Ma dopo averla sentita, hanno effettuato cambiamenti concreti?

«Le aziende si stanno rendendo conto che un terzo o metà dei loro dipendenti sono introversi, e se non sanno come ottenere il meglio da queste persone — che lavorano in settori diversi, dalla tecnologia alla finanza —, vuol dire che non stanno gestendo il business nel modo più efficace. I cambiamenti sono sottili. Per esempio, riducono il numero di riunioni, formulano strategie per far sì che tutti esprimano le loro opinioni. Sono piccoli passi, ma sta succedendo». (…)

Lei ha visitato decine di scuole in America ed è molto critica nei confronti degli insegnanti che valutano le capacità dei bambini sulla base del numero di volte che alzano la mano o che assegnano lavori di gruppo anche quando sarebbe utile che i ragazzi lavorassero da soli. È cambiato qualcosa?

«A volte è più facile respingere le critiche che provare a cambiare, ma ho scoperto che alcune scuole hanno cominciato a pensare in modo diverso a come strutturare le giornate, al curriculum e al modo in cui viene valutata la partecipazione in classe. Un problema che c’era — e c’è ancora — sono le pagelle in cui si legge: “La piccola Sophie ha ottime idee ma non parla abbastanza in classe”».

Questo modello di insegnamento è un problema perlopiù americano o lo ha riscontrato anche altrove?

«Il mio lavoro è focalizzato sul sistema scolastico americano, ma mi arrivano lettere da tutto il mondo che si rivelano molto simili. Mi è capitato di riceverne anche da Paesi di tradizione confuciana, dove essere pacati è più accettato». (da La rivincita degli introversi, di Viviana Mazza – La Lettura, 20 Agosto 2017)

Cambiamo campo, passiamo al cinema: “Downsizing (in sala a gennaio) di Alexander Payne  ha aperto, alla presenza del presidente Mattarella, una Mostra (del cinema di Venezia, ndr) in edizione extralarge con un protagonista alto dodici centimetri — Matt Damon in versione ristretta — che si ritrova affrontare questioni immense, dal senso della vita al destino del pianeta. (…) 

Il rimpicciolirsi suggerito dal film non è solo fisico, nell’era del grande ego social.

«Innanzitutto vorrei ricordare che noi siamo già piccoli, basta guardare all’universo. E poi sì, il grande nemico è l’ego, i buddisti lo sanno da secoli».”(Intervista di Arianna Finos a Alexander Payne – La Repubblica 31 agosto 2017)

“Downsizing” significa più o meno “riducendo“. Se ognuno di noi riducesse un po’ il proprio ego ed aumentasse la consapevolezza della nostra complementarietà nei diversi ruoli e delle diverse sensibilità nel contesto generale, invece di seguire il connaturato quanto animalesco istinto di sottomettere, sopraffare o escludere il prossimo (soprattutto quello debole e diverso) avremmo fatto un grande passo avanti nella direzione dell’interesse “universale”.

Un concetto banale ed elementare dovrebbe poi essere chiaro a tutti (purtroppo constato che i “razionalizzatori  pervicaci e ostinati di filosofie sbagliate e discriminatorie” non sono d’accordo): le colpe, i delitti, le violenze e i soprusi – colonialisti o meno – dei nostri avi non ricadono sulla nostre coscienze solo a condizione di prenderne con coerenza le distanze, di “dissociarsi” da esse, di non assorbirne i malefici principi. La tacita condivisione, magari pigramente passiva e nostalgica, di presunti gloriosi eventi e idee criminali del passato implica di fatto la sostanziale connivenza nel presente e il possibile collaborazionismo col male nel futuro: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. I sintomi e le condizioni al contorno di una sua diabolica ripetizione sono tutti già presenti. Ci piaccia o meno, si tratta ormai di scegliere da che parte stare, e la parte giusta molto raramente coincide con quella più comoda e confortevole.

 

Maschere nude

“Come per le novelle, Pirandello concepì un’edizione complessiva della sua opera teatrale che raccogliesse tutti i drammi scritti. L’editore Bemporad prima e Mondadori dopo ne intrapresero la pubblicazione che coprì un ampio arco temporale. Pirandello diede alla raccolta il titolo unitario di Maschere nude, che esprime il senso ultimo riposto dall’autore agrigentino nel proprio teatro: nella fattispecie il rapporto problematico tra l’identità e il ruolo che ciascuno interpreta nella società e la relazione tra realtà e rappresentazione, che nell’opera di Pirandello è rivestita di un significato ulteriore. Infatti è proprio al teatro che Pirandello delega lo smascheramento dei cliché e dei ruoli cui gli uomini sono costretti nella vita: a teatro lo sdoppiamento tra attore e personaggio – quel complesso rapporto che tiene insieme l’uomo in carne e ossa con il ruolo che deve interpretare, fondamento di ogni rappresentazione teatrale e di ogni “finzione” –, si moltiplica per mostrare la lacerazione dell’uomo e la frantumazione della propria identità. Il personaggio (la “maschera”) viene mostrato “nudo”, cioè inerme e incapace di opporre resistenza alla frammentazione dell’identità cui è soggetto: è quindi sul palcoscenico che si riesce finalmente a mostrare la falsità delle convenzioni, i giochi di ruolo, l’incomunicabilità che mina ogni sana relazione umana.” (da orlandofurioso.com)

L’uso della maschera fu inizialmente zoomorfo, e si fa risalire alla preistoria. Sulle pareti della grotta dei deux frères, sui Pirenei francesi, un dipinto rappresenta un cacciatore mascherato da capra, durante la caccia. La tradizione di travestirsi con pelli e maschere di animali e di imitarne le movenze è presente in tutte le culture umane. (da Wikipedia)

Non fu certo Pirandello il primo a teorizzare il motivo della maschera, anzi delle maschere che coprono il nostro volto, sempre dileguante nel gioco delle immagini specchiate che si inseguono e vestono una realtà sempre sfuggente a tutti i livelli, da quello politico-morale fino a quello fisico passando per quelli più profondamente spirituali. Un tema che stava molto a cuore (in pieno periodo rinascimentale) anche a Leon Battista Alberti:

La linea di condotta di coloro che sono costretti a vivere tra la folla e gli affari deve essere la seguente: non dimenticare mai, nell’intimo del proprio cuore, l’offesa ricevuta; non mostrare mai il proprio risentimento; seguire i tempi simulando e dissimulando; non venir mai meno a se stessi durante l’impresa, ma similare attentamente come sentinelle, cercando si comprendere quali siano i sentimenti, le inclinazioni, i pensieri, i tentativi, i progetti, l’interesse, la necessità, gli affetti, gli odi, le volontà, le possibilità di ciascuno… Colui che si mostrerà…. a questo modo, sarà considerato persona dabbene dalla gente, sarà stimato dai dotti, temuto e assecondato da tutti… Il principio essenziale… è questo solo, che non c’è sentimento che non si possa coprire alla perfezione sotto l’apparenza della probità e dell’innocenza; ciò che conseguiremo brillantemente  adeguando le nostre parole, il nostro volto, e qualsiasi particolare esteriore della nostra persona, in modo da sembrare del tutto simili a coloro che sono creduti buoni e miti… Che splendida cosa è il saper nascondere i più segreti pensieri con il sapiente artifizio della colorita e ingannatrice finzione!” (Leon Battista Alberti – Momus)

Com’è noto, I vestiti nuovi dell’imperatore è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen. La fiaba parla di un imperatore vanitoso vittima di due imbroglioni i quali, giunti in città, spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.

L’imperatore si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; attribuendo la non visione del tessuto a una sua indegnità che egli certo conosce, e come i suoi cortigiani prima di lui, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.

Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità. Solo un bambino grida con innocenza “Ma il re è nudo!”  E il sovrano continua imperterrito a sfilare come se nulla fosse successo.

Montaigne nei suoi  Saggi narra l’episodio del viaggio dei tre stranieri  a Rouen, a colloquio con re Carlo IX, i quali avevano denunciato scandalizzati «che c’erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di agi, e che le loro metà stavano a mendicare alle porte di quelli, smagriti dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che quelle metà bisognose potessero tollerare una tale ingiustizia, e che non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case». (Saggi, I-XXXI)

E’ cambiato forse qualcosa? Le voci dei “bambini innocenti” sono sempre più deboli e inascoltate. Gli imbroglioni aumentano e i cittadini a quanto pare si sentono segretamente colpevoli di inconfessate indegnità: come spiegarlo altrimenti? L’uso della maschera nel teatro, così nell’antico come nel moderno, può avere finalità tragica oppure comica. Nell’utilizzo senza confronti più diffuso, quello della reale, ma pur sempre teatrale, vita quotidiana, ha invece solo significati essenzialmente tragici; solo qualche volta, anche patetici.

Nella prima immagine qui sopra: Le due maschere, tragica e comica, del teatro latino. Mosaico del I secolo a.C. (Musei Capitolini).

Nell’ultima immagine: illustrazione della favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen

Xenofobia, patria e welfare?

Pico della Mirandola riteneva che l’uomo sia stato creato per il desiderio divino che vi fosse un essere capace di comprendere le leggi del creato e amarne la bellezza. Come egli spiega nell'”Oratio de hominis dignitate“, l’uomo riunisce potenzialmente tutte le identità assegnate singolarmente alle altre creature; la sua eccellenza consiste nel dono di poter  essere creatore della propria natura. E immagina il pensiero di Dio: “l’altrui già definita natura è costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, non costretto entro chiusa veruna, di tuo arbitrio, nel cui potere t’ò posto, la tua natura ti determinerai. T’ò collocato nel mezzo del mondo perché d’intorno più comodamente tu vegga quel che esiste nel mondo. Non ti facemmo né celeste né terreno, né mortale né immortale affinché tu, di te stesso quasi arbitrario  e , per così dire, onorario plasmatore ed effigiatore, ti componga in quella forma che avrai preferita. Potrai degenerare in quelle inferiori che sono brute; potrai, per decisione dell’animo tuo, rigenerarti nelle superiori che sono divine” 

(…) Ma a che pro tutto questo? Affinché comprendiamo – da che così fummo creati, che siamo quel che vogliam essere – dover noi soprattutto curare che codesto non abbia a dirsi contro di noi: che essendo in alto grado non ci si accorga d’esser invece divenuti simili ai bruti e ai giumenti incoscienti”. Anche Steinbeck, in tempi più recenti, la pensava così: “Ma la parola ebraica timshel – ‘Tu puoi’ – quella dà una possibilità. E’ forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo. Perché, se ‘tu puoi’… è vero anche che tu puoi non… (…) Ma pensate alla superiorità della scelta! Questo sì che fa di un uomo un uomo. Un gatto non può scegliere, l’ape deve fare il miele. Lì la divinità non c’entra”  (da La valle dell’Eden).

L’ape non può scegliere e fa il miele; l’uomo invece può scegliere, perfino di diventare neonazista: “Settantatre anni dopo la fine del nazifascismo sta montando in Italia – antifascista per Costituzione – un’onda nera che afferma la sua voglia di protagonismo. Che occupa spazi e entra nei consigli comunali (eleggendo rappresentanti oppure con blitz squadristi tipo quelli di CPI a Catania e Milano dove il sindaco Beppe Sala è ora sotto protezione per minacce ricevute). Che aspira a mettere le mani sulle leve della politica che decide. E’ una nuova ultradestra antidemocratica, attrattiva per i giovani, abile nel cavalcare il disagio sociale diffuso, soprattutto nelle fasce deboli, nelle periferie. Da Nord a Sud propone un’offerta non più metapolitica: welfare “socialista” e provocazioni, sul web, nelle piazze, nei circoli, allo stadio, e spazi comunali, spiagge (il caso Chioggia denunciato da “Repubblica” finito in Procura e in Parlamento; le ronde anti- ambulanti di CPI a Ostia). In mezzo al mare, con la nave anti-Ong di Generazione Identitaria fermata a Cipro. Persino negli oratori e nei cimiteri. E nei municipi, dove consiglieri, assessori e sindaci escono allo scoperto: indossano felpe coi simboli di unità militari naziste (Andrea Bonazza, capogruppo CPI a Bolzano), si augurano che «ritorni il fascismo in questo Stato di merda» (Andrea Bianchi, sindaco di Trenzano). (Paolo Berizzi – Xenofobia, patria e welfare. Nasce il patto tra i nuovi fascisti “Arriveremo in Parlamento” – La Repubblica 28 luglio 2017)

Cori, striscioni, xenofobia: se c’è un luogo dove il fascismo, vecchio e nuovo, è totalmente sdoganato, sono le curve degli stadi. Sempre più “brune”. Dei 151 gruppi ultrà politicizzati – su un totale di 382 gruppi – 85 sono di estrema destra, stima l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Il primato della fascisteria? Come vent’anni fa va ai supporter naziskin del Verona. «Chi ha permesso questa serata? Chi ha pagato tutto? Chi ha fatto da garante ha un nome: Adolf Hitler», ha gridato il primo luglio il capo Luca Castellini alla festa per il ritorno in A della squadra. E dal publico si è alzato il coro «È una squadra fantastica, una squadra fatta a svastica, che bello è… Allena Rudolf Hess!». Castellini è anche un politico: coordina Forza Nuova al Nord. A luglio a Roncolevà (Verona) sono arrivati 25 profughi e per protesta l’auto del presidente della cooperativa che li seguiva è stata presa a sassate. «Quando si ospita questa gente sono cose che devi mettere in conto», è stato il commento del “Caste”. (Paolo Berizzi – Dalle scuole agli stadi ai conflitti in periferia. E’ qui che cresce il nuovo fascismo – La Repubblica 29 luglio 2017)

L’uomo, al contrario dell’ape che fa il miele e del gatto (che fa il gatto), può scegliere perfino di buttare il cervello alle ortiche e di degenerare nelle forme più brute, invasate e inferiori:”Il piano è ambizioso, un salto di qualità per il neofascismo. Poggia su uno schema semplice: il passaggio dalla strada ai seggi, dalle “azioni” muscolari (come i mille saluti romani il 29 aprile al cimitero Maggiore) alla partita Camera- Senato. Dove, ha promesso il vicepresidente casapoundino Simone Di Stefano, «voleranno sedie e schiaffoni». Per fortuna possiamo comunque sempre scegliere tra le  dimensioni inferiori e quelle superiori e provare ad  impedire che sedie, schiaffoni e molto altro (ad esempio i manganelli) volino di nuovo. Su un monumento del campo di concentramento di Dachau, c’è un incisione tradotta in trenta lingue che recita: “Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”. Perché la storia dovrebbe sempre insegnarci qualcosa. La civiltà dipende da noi.

 

Corrotto io?

 

 
La Terra di mezzo è una regione di Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. TolkienLo Hobbit e Il Signore degli Anelli si svolgono interamente nella Terra di Mezzo, così come parte de Il Silmarillion e dei Racconti incompiuti.
Il mondo di mezzo, invece, è un film del 2016 scritto e diretto da Massimo Scaglione, ambientato a cavallo tra gli anni ’70 e giorni d’oggi, narra l’epopea del mattone a Roma e i disastrosi risultati della cementificazione lungo la cintura periferica, procurati dalla connivenza tra politica e palazzinari alleati in nome della corruzione e del danaro. Il film ripercorre meticolosamente i passaggi tra corrotti e corruttori e sfocia fino all’inchiesta di Mafia Capitale. (Da Wikipedia)
 Poi c’è la cronaca giornalistica della triste realtà quotidiana, dove  il mondo di mezzo “è il nome che i pm romani hanno dato all’inchiesta che nel dicembre 2014 ha portato all’arresto di decine di persone. Il nome vuole sintetizzare un’area di confine tra i due diversi «mondi» (quello legale e quello illegale) «in grado di garantire le relazioni funzionali al conseguimento degli interessi dell’organizzazione». La frase compare nelle intercettazioni dell’inchiesta. Condanne pesanti, alcune esemplari.
Ma il reato di associazione mafiosa, attorno al quale ruotava il processo chiamato appunto «Mafia Capitale», non c’è. È caduto. (Ilaria Sacchettoni – Il Corriere della Sera, 20 luglio 2017). Ragion per cui si può festeggiare.
Gli arrestati sorridono, quelli a piede libero si abbracciano. Così nell’aula bunker di Rebibbia si festeggia lo scampato pericolo. Urla da stadio e lacrime di gioia: lo strano caso degli imputati che esultano per le condanne. No, quella non è mafia, è soltanto “mondo di mezzo”, non è mafia è solo associazione a delinquere, è solo banda, non cosca.  (Attilio Bolzoni, La Repubblica 21 luglio 2017)
  Che vuoi che sia la questione morale. È il senatore azzurro Francesco Giro a svelare il cortocircuito di una politica che si autoassolve, ribaltando il senso di una sentenza in realtà durissima nel comminare le pene. «Chiederò agli organi di FI la revoca immediata della sospensione adottata due anni fa per i colleghi Tredicine e Gramazio», annuncia l’esponente berlusconiano: «Non ha più ragion d’essere dopo il primo grado, che ha radicalmente ridimensionato le accuse, eliminando quelle che ritenevamo lesive dell’onorabilità del ruolo politico-istituzionale del partito». Sarebbe stata un’onta la condanna per mafia, ma ora che gli ex consiglieri comunale e regionale del Pdl si sono beccati 3 e 11 anni per corruzione, si può far ben finta di niente (…)  «la sentenza ci dice che si tratta di triste e ordinaria corruzione », si unisce al coro Storace. (Giovanna Vitale – La Repubblica 22 luglio 2017)
Niccolò Macchiavelli confronta spesso simbolicamente l’organismo politico con il corpo umano. Questo parallelismo tra corpo umano e corpo dello Stato (che risale ad Aristotele) era presente anche nel testo di Tito Livio da lui commentato (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio). Poiché concepisce le istituzioni politiche in modo “naturalistico”, come corpi organici, Machiavelli pensa che un regime monarchico corrotto dia luogo ad una generale corruzione delle membra del corpo civile e sociale: “non si trovano né leggi né ordini che bastino a frenare una universale corruzione. Perché, così come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi, così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno dei buoni costumi.” (1, 18 [1])
Di fronte alla corruzione del popolo, per Machiavelli solo la virtù di un singolo (che sarebbe poi un principe-dittatore) può avere la forza di imporre la libertà collettiva, con gli enormi , drammatici rischi e i paradossi che tutto questo comporta.
 Ma tornando all’oggi, una chiave di lettura, anche se certo non ancora una soluzione, ci viene offerta da Piercamillo Davigo nel suo ultimo libro (Il sistema della corruzione – Laterza, 2017):
Il problema è che i politici professionisti si sono presentati più o meno come dei padroni di casa, sostanzialmente facendo intendere “non dovete darci fastidio”. Io penso invece che i padroni di casa siano i cittadini. I politici sono assimilabili ad amministratori di condominio, che sono stati incaricati di governare e di amministrare temporaneamente i nostri beni, e che dovrebbero render conto di come li amministrano.
La funzione dei magistrati – uso questa metafora – è quella dei “cani da guardia“: il loro mestiere è abbaiare se ci sono dei ladri. Avevo una certa stima di me stesso come cane da guardia, ero convinto di essere un buon cane, di abbaiare anche molto bene; sennonché, tutte le volte che abbaiavo, gli amministratori del condominio, anziché guardare se c’erano i ladri, scendevano e mi prendevano a calci.
Allora sorge il dubbio che siano stupidi o collusi, perchè altrimenti non si spiega che il problema sia sempre e soltanto il cane che abbaia e mai il ladro che ruba.
Davigo conclude il suo libro con la constatazione che “un sistema senza valori minimi comuni non può funzionare e il grado di indifferenza nel nostro paese è talmente grottesco da impedire il funzionamento del sistema. Dunque, sono convinto che una tale situazione non durerà a lungo, e non potrà che cominciare a migliorare.” Le ultime parole sono una nota di speranza (ottimismo della volontà…?): La speranza di non essere ingannati da corrotti e corruttori rimane legata a quanto disse Abramo Lincoln in occasione del celebre discorso a Clinton nel 1858:Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo.”
 Nel frattempo, ognuno faccia in coscienza e per davvero la sua parte.
Nell’ immagine in testata: un frame tratto dal gioco d’azione e d’avventura La Terra di Mezzo: L’Ombra di Mordor, sviluppato da Monolith Productions e prodotto da Warner Bros. Interactive Entertainment

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