La Lettura” del 21 maggio 2017 (n. 286) pubblica un articolo di Davide Ferrario dal titolo “The end“. “Così è finita la meraviglia del cinema. La tecnologia domestica ha ucciso la magia“. Questo il suo sommario:”Sono passati quasi 50 anni da quando vidi sul grande schermo «2001: Odissea nello spazio». Non capii quasi nulla, ma una cosa mi fu chiara: una potente liturgia. Da allora Vhs, Dvd e device hanno rovinato tutto. Altro che renderci liberi! Ecco un estratto del testo:

Un anno fa ho scoperto che mia figlia ventenne non aveva mai visto 2001. Una sera la convinsi a sedersi con me davanti al 52 pollici al plasma che uso per lavoro e infilai nel lettore il Blue Ray «Special Edition» del film (…) Ci godemmo la sequenza degli umanoidi, poi il valzer della stazione orbitante. Tutto bene; salvo un commento tipo «Lentino, questo film», con cui se ne era uscita la ragazza.” Per poi alzarsi per andare a prendere una Coca:

Si è rifatta viva solo una ventina di minuti più tardi. In mezzo ci aveva messo una conversazione Skype con un’amica; e uno scambio di vedute con sua madre su qualche problema domestico (…) Mentre passavano le grandiose immagini di Kubrick, lei chattava sul computer lì accanto. Come se non bastasse, l’iPad la informava ossessivamente su qualsiasi cosa succedesse nel mondo virtuale a cui è collegato (…) Tutto questo è durato circa tre giorni. Mia figlia ha preso e mollato il film come fa con certe relazioni sentimentali, mettendoci in mezzo sospensioni di una giornata intera. Non sono nemmeno certo che, trovandolo ‘lentino’, ogni tanto non abbia ceduto alla tentazione del fast forward. 

In sostanza Ferrario sostiene che oggi esiste un grosso problema, costituito da “ciò che è successo al cinema a causa dell’evoluzione tecnologica di questi cinquant’anni. Quello che una volta era un rito laico assimilabile a una messa, l’incontro di qualcosa bigger than life, (più grande della vita, dicono gli americani), si è trasformato in puro intrattenimento (…) Colpa dell’interattività. Un termine che negli anni Settanta suonava rivoluzionario e come tale veniva accolto. Con l’interattività – era la teoria – ci saremmo liberati della comunicazione a senso unico (‘Tu parli, io ascolto’) e dell’autoritarismo dell’autore (che i due termini abbiano la stessa etimologia apre ad affascinanti riflessioni”.

Mi permetto di dissentire. E aggiungo che, mio modesto parere, quest’ultima sua frase sull’autoritarismo della comunicazione a senso unico esprime il concetto  più interessante di tutto l’articolo. Peccato che Ferrario lo lasci subito cadere nel vuoto, quasi fosse scritta da qualcun altro. Pare non si accorga che in qualche modo essa fornisce una (possibile) spiegazione perfetta del comprensibile comportamento di sua figlia. Cerco di spiegarmi.

Adoro Proust, ho letto due volte  “Alla ricerca del tempo perduto” (capolavoro non proprio “veloce”) e ho l’assoluta intenzione di rileggerlo almeno un’altra volta; amo Kubrick e diffido istintivamente (con riflesso condizionato tendente all’antipatia) di coloro che ritengono sensato rispondere “Carino, peccato sia un po’ lento” alla richiesta di esprimere un giudizio su un libro, un film o qualsiasi altra opera che magari voi giudicate un capolavoro assoluto. Un po’ come dire della Cappella Sistina “Non male, peccato ci sia un po’ troppo azzurro“.

Queste semplificazioni di giudizio non sono novità determinate oggi dall’evoluzione tecnologica; in realtà esistono da sempre. Premesso questo, aggiungo subito che quando mi hanno costretto a leggere “I promessi sposi” l’ho detestato; mentre invece l’ho adorato una volta terminati gli obblighi scolastici. E che la prima volta che ho visto al cinema “2001: Odissea nello spazio“, (più o meno all’età della figlia di Ferrario) mi sono addormentato profondamente. Spero senza russare.

Avessi avuto l’iPad, che purtroppo non esisteva ancora, forse avrei fatto qualcos’altro e sarei rimasto sveglio. Non amo i fast food, ma se capita li utilizzo, ci porto i miei figli e considero le crociate contro di essi fanatismo allo stato puro. Adoro la lentezza, tuttavia ritengo che le posizioni radical chic di Slow Food possano essere considerate tra i sintomi più singolari di degrado di una certa cultura snob di sinistra. Si vuole davvero sostenere che l’evoluzione tecnologica e l’interattività impediscono di amare Proust, oppure di apprezzare i capolavori cinematografici e artistici in generale? E’ una tesi a mio parere del tutto insostenibile. Qualsiasi “rito laico assimilabile a una messa” può essere apprezzato appieno solo a condizione che assistervi sia una libera scelta del singolo individuo e non piuttosto (come spesso accade) una costrizione determinata da veri o presunti doveri morali, obblighi o sensi del dovere oppure, peggio, costrizioni forzose e ideologiche.

Quello che Ferrario considera una colpa dell’interattività, a mio parere è invece un suo grande merito nonché – soprattutto – una grande possibilità che ci viene offerta. Altra questione è poi discutere se noi siamo oggi davvero in grado di coglierla in modo positivo, questa possibilità. A causa della rapidità dei mutamenti, mi pare anzi che non siamo ancora pronti – dal punto di vista culturale – a superare il citato “autoritarismo dell’autore“. La forte accelerazione cui siamo soggetti ci lascia disorientati. In realtà, troppo spesso ci piace ricevere ordini, “essere comandati”, lasciare che qualcuno decida per noi il palinsesto. L’interattività per qualcuno è un problema pieno di colpe; per altri è una possibilità ed ha solo meriti. A mio parere è una grande problematica opportunità, a patto di dominarla e di non esserne dominati. Come al solito dipende soprattutto da noi, ma nostalgia per la comunicazione a senso unico per favore no.