Riempire i vuoti

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Quando nel 1980 uscì il quarto album in studio dei Talking Heads, “Remain in Light“, molti appassionati di musica, sottoscritto compreso, subirono un vero e proprio “choc” estetico. Bisogna ammettere che molte forme di snobismo intellettualistico subirono un salutare, durissimo colpo. Quella innovativa forma d’arte,  la sua grande potenza espressiva, rendevano impossibile continuare a sostenere i nostri pregiudizi “puristi” contro quello che in modo presuntuoso giudicavamo essere musica di più basso livello rispetto al nostro amato rock: il funk, la disco, la musica etnico-tribale, ecc. Lì dentro c’era anche tutto questo e – ahimè – tutto questo era dannatamente bello, nuovo, profondo e riuscito. Era un disco davvero molto, molto “avanti”. In altre parole, un capolavoro assoluto. Tra l’altro, per chi non lo sapesse, il geniale video di uno dei singoli pubblicati da quell’album – “Once in a Lifetime” – è esposto al Museum of Modern Art di New York. Eccolo:

Decidemmo quindi tutti quanti di diventare, subito, appassionati estimatori ed esperti della new wave.

Ma non è dei Talking Heads che volevo discutere, bensì del suo frontman, fondatore ed animatore del gruppo, nonché artista proteiforme (musicista, produttore, pittore, scultore, regista…): David Byrne. Più precisamente dello scrittore David Byrne.

Nel 2009 è uscito negli Stati Uniti il suo Bycicle Diaries, poi tradotto e pubblicato in Italia da Bompiani nel 2010 con i titolo Diari della Bicicletta. “Forse non tutti sanno che Byrne è anche un appassionato della bicicletta con la quale si muove da oltre vent’anni praticamente ovunque e definita da lui stesso “la mia finestra panoramica sul mondo“. Quando scoprì la bicicletta pieghevole infatti la portò sempre con sè tramutandola nella sua compagna di viaggio in tutti i tour musicali che faceva in giro per i continenti. Scrisse i “diari della bicicletta” durante i soggiorni a Berlino, Istanbul, Londra, Sidney, Manila e tutte le principali città americane.”(da bikeitalia.it)

Ma il vero oggetto di questo post voleva essere ancora un’altro, una frase, o meglio un concetto o un pensiero tratto dal suo ultimo, straordinario libro: How Music Works (2012), in italiano ‘Come funziona la musica‘ (Bompiani, 2013).

“…Ho sentito per la prima volta le canzoni rock, pop e soul su una scadente radio a transistor, e cambiarono la mia vita per sempre. La qualità era atroce , ma quel suono inscatolato comunicava una profusione di informazioni. Sebbene il messaggero fosse una trasmissione audio, era il messaggio sociale e culturale incastonato nella musica a elettrizzarmi quanto il suono. Quegli aspetti extra-musicali trasmessi insieme alla musica non richiedevano un segnale ad alta risoluzione; bastava qualcosa di “accettabile”. (…) è incredibile quanto le informazioni a bassa fedeltà o bassa risoluzione possono comunicare. (…) Lasciando che sia l’ascoltatore o lo spettatore a riempire i vuoti, completando il quadro (o il brano musicale), l’opera viene personalizzata e il pubblico lo può adattare alla propria vita e alla propria situazione. Si sente maggiormente coinvolto, e diventano possibili un’intimità e una partecipazione che la perfezione avrebbe probabilmente impedito…”.

Il libro è molto bello e a mio parere anche molto importante e innovativo, come gran parte delle sue cose. Ma questo concetto mi colpisce particolarmente: amo l’alta fedeltà, però concordo perfettamente sul fatto che il messaggio importante non sta lì, bensì nelle informazioni che vi stanno dentro, che magari lo hanno inconsapevolmente preceduto e che a un certo punto ti arrivano direttamente al cuore e alla mente. La bassa risoluzione o bassa fedeltà non è così importante quanto il messaggio culturale e sociale che lo ha formato, che ora passa e per il quale in realtà è sufficiente anche una condizione appena accettabile di trasmissione, senza “effetti speciali”. Per di più, se nel messaggio sono compresi anche dei vuoti, tanto meglio: sarà la nostra sensibilità personale a riempirli e niente ci verrà imposto a priori. In questo modo saremo più coinvolti e partecipativi. Sappiamo tutti che il vuoto non esiste in natura. Questa idea mi colpisce anche perché mi viene istintivo collegarla ad un’affermazione tratta dal suo blog, pubblicato sul New York Times, nel quale Byrne dichiarò «Ero un ragazzo borderline, immagino a causa dell’Asperger». (“I was a peculiar young man,” he wrote in a reflective entry last April. “Borderline Asperger’s, I would guess”). Tutto questo c’entra qualcosa? Non saprei dirlo, tantomeno dimostrarlo, ma il mio istinto dice di sì. Come al solito. è una questione di sensibilità.

Nella foto: David Byrne

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