La cultura di Sherlock Holmes

Sherlock-Holmes

Primo estratto. Sherlock Holmes dialoga con il dott. Watson. Si conoscono da pochi giorni e Watson scopre che Sherlock ignorava la teoria di Copernico nonché la struttura del sistema solare:

Ora che mi ha insegnato queste cose, farò del mio meglio per dimenticarle.
– Per dimenticarle?
– Vede – mi spiegò – secondo me, il cervello d’un uomo, in origine, è come una soffitta vuota: la si deve riempire con mobilia a scelta. L’incauto v’immagazzina tutte le mercanzie che si trova tra i piedi: le nozioni che potrebbero essergli utili finiscono col non trovare più il loro posto o, nella migliore delle ipotesi, si mescolano e si confondono con una quantità d’altre cose, cosicché diventa molto difficile trovarle. Lo studioso accorto invece, seleziona accuratamente ciò che immagazzina nella soffitta del suo cervello. Mette solo gli strumenti che possono aiutarlo nel lavoro, ma di quelli tiene un vasto assortimento, e si sforza di sistemarli nel miglior ordine. È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Creda a me, viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna appresa in passato. Per questo è molto importante evitare che un assortimento di fatti inutili possa togliere lo spazio di quelli utili.
– Ma qui si tratta del sistema solare – protestai.
– Che me ne importa? – m’interruppe impaziente Holmes. – Lei dice che noi giriamo attorno al Sole. Se girassimo attorno alla Luna non cambierebbe nulla per me o per il mio lavoro.” Arthur Conan Doyle  – Uno studio in rosso.

Secondo estratto. Da un qualsiasi quotidiano  del 26 novembre scorso:

“Il ministro del Lavoro torna a strigliare i giovani: «Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21», ha detto Giuliano Poletti, dialogando con gli studenti durante la convention di apertura a Veronafiere di «Job&Orienta», la 25esima mostra convegno nazionale dell’orientamento, scuola, formazione, lavoro.” (Il Corriere.it).

Sherlock Holmes mi è sempre stato “cordialmente” antipatico. Forse alla fine ho capito il motivo: la realtà è che sir Conan Doyle, nei suoi “romanzi” – che pure leggo in modo spensierato – racconta un sacco di cazzate. Scusate il francesismo. Non parlo delle oneste balle narrative, che fanno parte del gioco; parlo dei trucchi logico-deduttivi introdotti a tradimento e che fanno del suo protagonista un vincente a prescindere. Come del modello di società che egli rappresenta. Il problema è il trucco, pensato anche in questo caso ovviamente a tavolino nell’intento di buggerare il lettore credulone con il fascino del mistero e dell’acutezza para-scientifica dell’acuto e geniale specialista. (Ad esempio: al primo  incontro con Watson: “A quanto vedo, lei è stato nell’Afghanistan. – Come fa a saperlo? – domandai stupefatto. – Lasci perdere – fece lui ridacchiando.”  Ma la spiegazione fornita successivamente è del tutto risibile e pretestuosa). Stessa identica cosa succede nell’attuale meccanismo politico-economico-finanziario-comunicativo. Il problema è che queste panzane positivistiche non rappresentano altro se non la punta di un iceberg. Sott’acqua però si scopre un intero filone letterario e culturale di successo, il quale sostiene la necessità di un approccio formativo alla Sherlock Holmes come necessario per tutte le nuove generazioni. Le quali, ingenue, avrebbero in questo modo il futuro economico-professionale assicurato. Tutto ciò non è altro che un drammatico e strumentale imbroglio, che galleggia sulle sue reali motivazioni nascoste sotto il pelo dell’acqua, immerse nella consueta collusione politico-imprenditoriale tipica della nostra “classe dirigente”. Dove chi comanda e detta la linea è il mondo finanziario e la sua malcelata cattiva fede.

Terzo estratto:

Le competenze elevate ce l’ha ormai solo il computer, l’unico ferro nuovo tra i tanti ferri vecchi che il governo Renzi elenca quotidianamente con disgusto (…) Sicché diciamo la verità, anche il centodieci e lode è un ferro vecchio. E anche il verbo “studiare”: meglio “leggiucchiare”, “guardicchiare”, quindi spararle grosse con linguaggio immaginifico.” (Domenico StarnoneInternazionale n. 1131).

Quarto e ultimo estratto:

“…sotto l’influenza del neoliberismo, i governi premono sempre più affinché i programmi di studio scolastici e universitari siano strettamente vincolati al mercato del lavoro, le imprese svolgano un ruolo maggiore  nella progettazione dei corsi e i giovani siano incoraggiati a pensare alla potenziale retribuzione futura quando scelgono il corso di studio. Questa mercatizzazione dell’istruzione, non nel senso stretto di venderla, ma in quello più ampio di considerarla commercializzabile sul mercato del lavoro, è concepita per rendere un servizio più efficiente alla società introducendo il calcolo dei costi nelle decisioni in materia di istruzione. Come in tutti i casi di esternalizzazione, si producono esternalità, una delle quali è il colpo potenzialmente fatale inflitto all’idea della conoscenza come obiettivo puro, fine a sè stesso: per apprendere, ad esempio, le leggi della chimica, o come leggere una poesia per il gusto di farlo, non solo come strumento da utilizzare sul mercato. (Colin Crouch- Quanto capitalismo può sopportare la società, Laterza 2014).

Che poi nella contesa tra il sistema tolemaico e quello copernicano Galileo sia stato costretto o meno ad abiurare l’oggettiva verità scientifica (“inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori”) per non finire nelle pontificie galere (o peggio, bruciato vivo) è del tutto secondario. E’ successo in passato? Amen. Come detto: “Non cambierebbe nulla per me o per il mio lavoro.”  Elementare, Watson.

 

 

 

 

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