Siamo tutti in pericolo

UNO. «Bansky cacciato da Venezia. L’artista misterioso ha pubblicato su Instagram un video della sua ultima opera d’arte: un quadro scomposto, una serie di tele a olio che ritraggono una nave da crociera nel bacino di San Marco. Ma nella clip si vede anche quello che segue: due vigili della municipale di Venezia si avvicinano al bizzarro individuo intabarrato in abiti pesanti e gli chiedono di smantellare l’ancora più bizzarra opera d’arte che sta esponendo in piazza San Marco. Una bizzaria, per l’appunto, come tante è abituata a vederne la città sulla laguna alle prese con orde di turisti.

Il protagonista non è un visitatore qualunque. L’uomo infagottato a tal punto da essere irriconoscibile è il più osannato street-artist dei nostri tempi e quella che i vigili hanno chiesto di far sparire era la sua ultima opera. O forse più una performance, visto che, come racconta il Gazzettino di Venezia, era un quadro ‘scomposto’: una serie di tele a olio che ritraggono una nave da crociera nel bacino di San Marco.

È successo tutto il 9 maggio, a due giorni dall’apertura al pubblico della 58esima Biennale d’Arte, appuntamento al quale Banksy non è mai stato invitato. È proprio agli organizzatori della Biennale che l’artista indirizza una critica: “Nonostante sia la più ampia e più prestigiosa esposizione d’arte del mondo per qualche motivo non sono mai stato invitato”.» (da Huffpost)

DUE. Nel pomeriggio del  1° novembre 1975 Pasolini rilasciò a Furio Colombo un’intervista di cui pensò anche il titolo: “Siamo tutti in pericolo”. Avrebbe dovuto rivederla il giorno dopo, ma il destino volle diversamente. L’intervista, uscita poi l’8 novembre 1975  su “La Stampa-Tuttolibri”, fu riproposta con una premessa di Furio Colombo su “l’Unità” del 9 maggio 2005. Il testo è leggibile anche nel volume Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W.Siti e S. De Laude, “Meridiani” Mondadori, Milano 1999, pp. 1723-1730)

“Siamo tutti in pericolo”. L’ultima intervista di Furio  Colombo. Testo ripubblicato in “l’Unità” –  9 maggio 2005

Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione, che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista.
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo», non di buon senso.

Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo. (Continua in centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it)

TRE. «Sarà perché sono cresciuto in una famiglia protestante e poi sono diventato ambientalista, ma ho sempre trovato una certa affinità spirituale tra l’ambientalismo e il puritanesimo del New England. Entrambi i sistemi di credenze sono ossessionati dall’idea che essere umani significhi di per sé essere colpevoli. Nel caso dell’ambientalismo, l’idea è fondata su prove scientifiche. Che si tratti dei nordamericani preistorici che cacciarono il mastodonte fino a provocarne l’estinzione, dei maori che spazzarono via la megafauna della Nuova Zelanda, o della civiltà moderna che deforesta il pianeta e svuota gli oceani, gli esseri umani sono assassini universali del mondo naturale. E ora i cambiamenti climatici ci hanno fornito un’escatologia per fare i conti con il nostro senso di colpa: presto, in un domani infernalmente surriscaldato, arriverà il giorno del giudizio. A meno che non ci pentiamo e cambiamo vita, saremo tutti peccatori nelle mani di una Terra arrabbiata. (pag. 42)

Il cambiamento climatico ha molte caratteristiche in comune con il sistema economico che lo sta accelerando. Analogamente al capitalismo, infatti, è transnazionale, ha effetti imprevedibili e dirompenti, si autoalimenta ed è inevitabile. Non teme la resistenza individuale, crea grandi vincitori e grandi perdenti e tende verso una monocultura globale: l’estinzione della differenza a livello di specie, una monocultura degli obiettivi a livello istituzionale. (pag. 53)

Un libro che rende pienamente giustizia alla tragedia e alla strana commedia dei cambiamenti climatici è Reason in a dark time del filosofo Dale Jamieson. (…) A differenza dei progressisti che vedono una democrazia corrotta dagli interessi delle classi agiate, Jamieson suggerisce che l’inerzia statunitense sul problema dei cambiamenti climatici sia il risultato della democrazia. Una buona democrazia, dopotutto, agisce nell’interesse dei cittadini, e sono proprio i cittadini delle democrazie ad alte emissioni a beneficiare della benzina a buon mercato e del commercio globale, mentre le conseguenze del nostro inquinamento ricadono soprattutto su chi non ha diritto di voto: i paesi poveri, le generazioni future, le altre specie. L’elettorato statunitense, in altri termini, è razionalmente egoista. (…)

La tesi di Jamieson è che il cambiamento climatico appartiene a una categoria diversa da qualunque altro problema che il mondo abbia mai affrontato. Innanzitutto confonde profondamente il cervello umano che si è evoluto per concentrarsi sul presente anziché sul futuro remoto e su variazioni immediatamente percepibili anziché su sviluppi lenti e probabilistici (quando Jamieson osserva che “nel contesto di un mondo in fase di riscaldamento un inverno che nel passato non sarebbe stato considerato anomalo viene definito insolitamente freddo per dimostrare che non si sta verificando nessun riscaldamento” non si sa se ridere o piangere per il nostro cervello). La grande speranza dell’Illuminismo – che la razionalità umana ci avrebbe permesso di trascendere i nostri limiti evolutivi – ha subito una batosta a causa di guerre e genocidi, ma solo adesso, con il problema del cambiamento climatico, è naufragata del tutto. (pagg. 47-50) (Jonathan Franzen, La fine della fine della terra – Einaudi, 2019)

In testata: il graffito comparso su un edificio a pochi passi da campo Santa Margherita a Venezia, di cui Banksy ha rivendicato la paternità a mezzo Instagram – Il brano Ci vuole molto coraggio degli Ex-Otago è contenuto nell’album Marassi (2016)

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