Soldati di Salamina

cercas

“Spagna, ultimi mesi della guerra civile. Durante la ritirata delle truppe repubblicane verso la frontiera francese, viene presa la decisione di fucilare un gruppo di prigionieri franchisti. Tra loro si trova Rafael Sánchez Mazas, fondatore e ideologo della Falange. Riuscito a scampare alla fucilazione di massa, Sánchez Mazas si nasconde in un bosco. Un miliziano lo raggiunge, lo riconosce, ma lo lascia fuggire, di fatto graziandolo. Nel 1944 un giornalista viene per caso a conoscenza di questa storia. La figura di Sánchez Mazas, scrittore e poeta, e il mistero del miliziano che gli fa grazia della vita lo affascinano: è l’inizio un’avventura fatta di ricerca delle fonti, interviste a testimoni, momenti di sconforto e di speranza… Con una perfetta simbiosi tra realtà e finzione, Javier Cercas conduce il lettore verso un finale emozionante, riconfermando che la realtà è più sorprendente del romanzesco.”
Confesso che non ho trovato del tutto convincente il racconto della ricostruzione dell’indagine svolta dall’autore. A tratti, forse, risulta un po’ troppo “romanzata” e non del tutto credibile nei particolari. Per di più, nel suo lungo percorso di ricerca, egli sembra favorito da casualità o coincidenze fortuite quanto fortunate (ad esempio, a pag. 172: “Una notte, però, avvenne il miracolo...”), le quali finiscono per costituire il punto di svolta risolutivo, la chiave di interpretazione finale degli eventi passati. In questo caso, la chiave risolutiva è costituita da un un ballo, più specificatamente un paso doble“. Lo stesso succede anche nel suo successivo libro “L’impostore“.  Diciamo quindi che la simbiosi tra realtà e finzione non sembra del tutto riuscita. Tuttavia i fatti storici, anche in questo caso, sono indubitabili e l’opera letteraria merita una giusta considerazione e il buon successo di vendite ottenuto, a cui ha senz’altro contribuito qualche nota sdolcinata inserita qua e là, soprattutto nel finale.
Se però l’attenzione di Cercas è focalizzata sulla ricerca del miliziano che salva la vita di Mazas e sui motivi che lo hanno spinto a comportarsi in quel modo, si potrebbe sostenere che altrettanto e forse più importante potrebbe essere la situazione del condannato a morte scampato miracolosamente alla fucilazione. Sappiamo che anche Dostoevskij venne arrestato e condannato a morte e che davanti al plotone d’esecuzione la sentenza gli venne commutata in una condanna ai lavori forzati in Siberia. Questo fu, naturalmente, uno spartiacque nella vita di Dostoevskij, che trascorse i successivi quattro anni in un campo di prigionia di Omsk, in compagnia di altri forzati e di un unico libro: la Bibbia. Lì maturò la sua visione profondamente cristiana del mondo. I suoi capolavori successivi sono impregnati di quella esperienza e delle conseguenze umane e intellettuali che ne derivarono.
Non nutro alcuna simpatia per il falangista Sánchez Mazas. Rimane comunque il dubbio, tutto sommato, che sarebbe stato più utile e costruttivo indagare questo aspetto della vicenda, piuttosto che focalizzarsi, quale novello Sherlock Holmes, sulla ricerca di un singolo individuo e delle sue personalissime motivazioni. Le quali motivazioni, per quanto meritevoli, appaiono tutto sommato – storicamente -del tutto irrilevanti. Realtà o finzione; storia o romanzo: a volte è necessario scegliere da quale parte stare. L’impressione è che Cercas non avesse ancora deciso.

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