Storie dal Mondo Nuovo

“Daniele Rielli è nato a Bolzano nel 1982. Collabora a giornali e riviste – “Vice“, “IL“, “il venerdì di Repubblica” – e da anni cura il sito di informazione “Quit the Doner”. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo, Lascia stare la gallina.” (dal risvolto di copertina).

In realtà “Quit the Doner” è lo pseudonimo utilizzato per molto tempo dallo stesso Daniele Rielli. Non è forse la cosa più importante, ma chi fosse interessato può approfondire il tema in questa intervista pubblicata su “minima & moralia”.

Quello che invece importa è altro: la lucidità, l’acutezza, l’ironia (anche auto-), l’umorismo, la profondità ecc. unite ad una grande serietà e intelligenza del presente. Riassumendo: i pezzi contenuti in questo libro sono in parte inediti, altri sono stati precedentemente pubblicati (spesso in forma ridotta) su: “minima & moralia” (con lo pseudonimo Quit), “il venerdì di Repubblica”, “Riders Magazine“, “Internazionale” , “IL“, “Linkiesta“.

Ma riassumere non è possibile, occorre leggere, passando così dall’apparente, divertito disimpegno di alcuni pezzi al tono di denuncia, “arrabbiato” (ma direi piuttosto “incazzato”) del conclusivo – inedito e basato sull’esperienza autobiografica – di “Io che ho attraversato l’Alto Adige”: “…L’Alto Adige etnico rimane un sistema illiberale posto nel cuore dell’Europa, un luogo dove l’individuo, italiano o tedesco, viene sempre dopo la sua comunità – nel caso dei tedeschi per scelta, in quello degli italiani, di solito, per riflesso. In queste proporzioni, e con questa concezione dichiaratamente razziale della comunità, è sicuramente un unicum nel continente…“.

Dai soggetti apparentemente più leggeri, come Valentino Rossi, un matrimonio da fiaba o il gioco del poker, grazie ad un evidente istinto investigativo e una grande capacità di documentazione, Rielli (o Quit) riesce veramente a restituirci un ritratto fresco e aggiornato, con uno sguardo acuto e intelligente, giovanile ma non biecamente giovanilistico, di alcuni aspetti del nostro problematico “Mondo Nuovo”. Spesso, e scusate se è poco, facendoci pure ridere.

Tanto per fare un esempio, in quanto direttamente interessato mi corre l’obbligo di citare il tema della bolognesitè, da lui trattato come segue: “Nei tanti anni passati sotto le Due Torri credo di aver capito che in ogni buon emiliano alberga una quota parte di umarell (il pensionato attratto quasi sessualmente dai lavori stradali), che commenta ad alta voce cose come: ‘Quella tavella lì andava messa due centimetri più alta, eh!‘” (pag. 111).

Ma il vero miracolo è che il talento di  Rielli riesca, in apparenza distratto, monotematico e concentrato su altro, a fulminarci con “ritratti” o avvertenze sociopolitiche che compaiono improvvisi. Ritratti o immagini riflesse, nelle quali possiamo senza dubbio specchiarci, per “riflettere” su di esse, ma davvero. Ad esempio nella sua inchiesta sul mondo dei pokeristi:

Può darsi, come sostiene Gottschall, che il raccontare storie sia stata effettivamente un’attività fondamentale per la nostra evoluzione, e abbia aiutato a tramandare conoscenze, a rinsaldare le strutture sociali e a stabilire barriere etiche e morali lasciando al palo le nostre amiche scimmie prive di una passione per l’intrattenimento. La domanda oggi inevitabile è però se questa predisposizione al racconto  sia adatta per affrontare i problemi complessi delle società scientificamente avanzate, in cui, tra l’altro, i mezzi per la diffusione delle storie sono aumentati a dismisura. Il dilagare dei complottismi, l’avanzata dei politici populisti e dei pensieri antiscientisti, la polarizzazione del dibattito pubblico sono, solo per nominare quattro casi universalmente noti, fenomeni che si sostanziano nel famigerato storytelling: la storia migliore vince, al di là della sua attinenza con la realtà, e di solito non fa prigionieri.” (pag. 215)

Un libro importante; un autore di cui per fortuna sentiremo molto parlare. Almeno spero.

 

 

 

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