Sulla modernità (2)

HARING/ 1995.87.3 003
HARING/ 1995.87.3 003

“Il termine autismo deriva dal greco “autus” e significa “se stesso”. Il disturbo autistico è una entità clinica la cui natura è in corso di definizione e le cui cause non sono ancora chiaramente definite. La parola autismo richiama mutismo, isolamento, indifferenza nei confronti dell’ambiente esterno, ma anche alcune capacità intellettuali superiori alla norma. La persona affetta da tale patologia mostra una marcata diminuzione dell’integrazione sociale e della comunicazione.”

Come si è visto in un post precedente, anche il comportamento dello specialista contempla spesso “anormalità” in tre aree: quella sociale, quella comunicativa (ma non certo per mutismo) e quella comportamentale. Tra le sue caratteristiche vi è l’isolamento dal mondo; spesso infatti egli ha notevoli difficoltà ad impiegare i nuovi apprendimenti in modo costruttivo in situazioni diverse da quelle che li hanno generati in prima istanza; “di solito un limitato repertorio di comportamenti viene ripetuto in modo ossessivo.”
La modernità insomma ha finito per determinare una nuova specifica patologia: l’autismo degli specialisti. Mirando esclusivamente all’efficienza, essa non ha mai considerato la pericolosità di un vizio che colpisce proprio i suoi “amministratori delegati” (scienza, tecnologia, mercato, calcolo economico – cioè finanza – burocrazia, democrazia). Non a caso la democrazia risulta ultimissima, in ordine di importanza e anche di sostanza. Il risultato è che essi (gli arroganti e autoritari specialisti) vanno avanti imperterriti e sicuri di sé, ciascuno diffidando e disprezzando ogni dubbio che possa filtrare da dimensioni esterne alla propria bolla esclusiva, ognuno viaggia sulla propria strada e verso la propria meta separata dalle altre – in un processo spesso dissipativo che naturalmente (loro) definiscono progresso – incuranti dei problemi, dei conflitti e delle contraddizioni strutturali che questo meccanismo comporta. Ognuno (di loro) spera e conta sul fatto  che il progresso parallelo realizzato nelle diverse direzioni da altri specialisti (che naturalmente non si sognano nemmeno di pensarci) finisca prima o poi per cavare magicamente le castagne dal fuoco, rendendo sostenibili nel tempo tutti i processi che invece risultano oggettivamente insostenibili per la società nel suo complesso.
Le magnifiche sorti e progressive” hanno quindi colonizzato il mondo, andando avanti indifferenti per la loro strada senza porsi troppe domande, imponendo i suoi criteri di giudizio e d’azione, radendo al suolo con la sua “superiore” potenza razionale ogni ostacolo sul suo percorso. Fino a quando non hanno trovato – ed è quello che sta succedendo ora – un ostacolo insormontabile: le macerie da essa stessa prodotte nei due secoli di sviluppo veloce e autoreferente che l’hanno caratterizzata nel suo inarrestabile successo, dimostrando in questo modo la sua intrinseca insostenibilità ecologica e sociale.
In altre parole, la potenza del mezzo è diventata fine a sé stessa: estremamente razionale ed efficiente, è vero, ma più importante e decisiva del fine che inizialmente doveva servire, cioè l’umanità. Eppure Ivan  Illich ci aveva avvertito già da molto tempo che esiste una “misura”, un limite critico per ogni fenomeno, per ogni componente dell’equilibrio globale, e che se manca la consapevolezza che l’equilibrio della vita è fragile e complesso, si finisce prima o poi per superare tale soglia critica. In questo caso, gli strumenti della modernità divengono negativi, cioè strumenti contro-produttivi che tradiscono i propri obiettivi e anziché “liberare” l’uomo, fanno di quest’ultimo il suo servitore. E tutto questo non è davvero ragionevole, come affermato perfino da papa Francesco con la sua enciclica “Laudato Sì”. I cosiddetti “poteri forti” la leggeranno? Temo che i poteri forti non leggano altro che i loro estratti conto.
Il fatto è che la corsa all’efficienza ha avuto come conseguenza l’incapacità di comprendere la distinzione tra razionalità e ragionevolezza. Un argomento economico infatti può ben essere razionale e matematicamente ineccepibile, ma se le sua premesse non sono ragionevoli, esso può condurre a disastri. Legge di Murphy a parte, ciò che è ragionevole è senza dubbio anche razionale, ma ciò che è meramente razionale non sempre è ragionevole.
Se conveniamo sul fatto che la nostra civiltà è divenuta in buona misura irragionevole, ne consegue necessariamente che dobbiamo cambiare la logica profonda della (post)modernità industriale. D’altra parte, come ha scritto Einstein, “non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha creato”. Se vogliamo uscire da questo vicolo cieco dobbiamo perciò ripristinare i canali comunicativi tra le diverse componenti sociali e ridare senso positivo alle nostre azioni collettive. Occorre quindi cambiare alla radice la nostra autistica mentalità. Non si tratta di negare i risultati assolutamente positivi che sono stati raggiunti, non si tratta di evocare un luddismo postmoderno, ma di sollecitare una necessaria presa d’atto del fatto che i limiti su questa terra esistono, eccome, e che essi sono stati superati. Eccome.
Si tratta insomma di realizzare una vera e propria rivoluzione culturale. Non è certo una passeggiata; per di più non esiste nessuna cabina di regia in cui trovare il volante con cui dare finalmente una sterzata decisiva a questa macchina impazzita. In qualche misura, quindi, la situazione è fuori controllo. Ma abbiamo un’unica certezza: la (non) politica dello struzzo dei nostri impotenti governanti in balia (oppure al soldo?) dei forti poteri finanziari dominanti e incapaci di proporre strade alternative è la politica peggiore. Non è una soluzione, si tratta esclusivamente di una opportunistica e ipocrita presa d’atto di quale sia la parte più forte nella situazione attuale. Ed evitare il conflitto causa assoluta sfiducia rispetto ai propri mezzi. Impotenza assoluta, insomma.  Come operare quindi concretamente per fare in modo che la speranza di un progetto alternativo, giusto e democratico non muoia definitivamente e ci porti fuori da questa situazione di condivisa follia assoluta? Alla mia modesta personalissima sensibilità, tutto questo appare veramente una domanda di importanza cruciale. (2 – continua)

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