Sulla modernità (3)

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Come ho accennato e tentato di motivare in questo post precedente, e anche in questo,  si tratta ormai di provare con urgenza a modificare alla radice la nostra autistica mentalità: una vera e propria rivoluzione culturale. Non è certo una passeggiata; per di più non esiste nessuna cabina di regia in cui trovare il volante con cui dare finalmente una sterzata decisiva a questa macchina impazzita. In qualche misura, quindi, la situazione appare davvero fuori controllo. Abbiamo un’unica certezza: la politica dello struzzo dei nostri attuali governanti (tra l’altro in tutta evidenza ampiamente sottomessi o succubi di poteri molto più forti, come quelli economico-finanziari) è la politica peggiore. Come operare quindi concretamente? Come tentare di costruire una NUOVA MODERNITA’?

Non si può certo pensare di reagire agli attuali processi dissipativi aumentando la potenza dei mezzi di controllo, magari creando un nuovo settore di specializzazione; in questo modo si finirebbe per cadere in quella che è stata chiamata la trappola dell’ipercomplessità, cioè una condizione di complessità che eccede i mezzi di controllo impiegati per disciplinarla, aggravando così la situazione anziché risolverla.
Storicamente, il rimedio a questa perdita di controllo sull’interdipendenza delle diverse sfere è stato a lungo identificato nella politica, considerata una funzione super partes che presidia l’interesse generale. In realtà, questo primato della politica rispetto alle altre sfere d’azione rimane troppo spesso sulla carta, perché essa tende a divenire un subsistema specializzato e autoreferente come gli altri, che vede l’interesse generale solo dal proprio punto di vista, che è quello del massimo consenso elettorale. E soprassediamo per il momento sul tema della corruzione, disgraziatamente endemica, diffusiva e apparentemente inestirpabile anche nel nostro paese. Quando questo succede, la sostenibilità dello sviluppo complessivo della nostra società non viene più presidiata da alcuna intelligenza o potere condiviso.
Dobbiamo allora  prendere atto che questa nostra modernità è diventata cieca non tanto a causa di un qualche evento sfortunato, della casualità di qualche fattore esterno o dal fato imprevedibile, bensì proprio perché questo sviluppo è implicito nei suoi meccanismi costitutivi di sistema, il quale, come detto, affida il cambiamento ad una serie di automatismi indipendenti, nessuno dei quali si preoccupa degli altri o del quadro generale.
Osserviamo poi obiettivamente che anche sui temi dell’ambiente, argomento della massima attualità e importanza come testimoniato anche dall’ultima enciclica di papa Francesco “LAUDATO SI” , si è creata una forte diffidenza, nonostante una generale condivisione di principi (spesso apparente). Per quale motivo? Avanzo l’ipotesi che anche l’ambientalismo tenda a divenire un subsistema specializzato (della politica?) con i suoi codici e tecnicismi, il suo linguaggio esperto spesso improntato al passatismo, quindi incline all’autoreferenzialità e a perdere di vista i propri obiettivi concreti.
Come detto, questo fatto, anche in questo caso crea distanza e incomunicabilità con le altre componenti sociali, in particolare con il cosiddetto “cittadino comune”. Quest’ultimo infatti assume ormai istintivamente un atteggiamento difensivo nei confronti dell’ambientalismo, che per di più viene a volte percepito come una forma di fanatismo. Egli ha ormai associato questi temi a tutta una serie di colpe, a valanghe di dati, di eventi e disastri avvenuti e annunciati che vengono periodicamente riversati dagli innumerevoli congressi e dai sistemi informativi. Se poi l’alternativa è rinunciare al proprio tenore di vita o tenersi il senso di colpa, si preferisce mettere sotto il tappeto le responsabilità e si sceglie di non cambiare.
Per ripristinare un decente canale comunicativo tra le varie componenti del complesso sociale, è allora necessario sfuggire al perverso meccanismo delle scatole cinesi, eliminare per quanto possibile ogni asfittico contenitore ed entrare nella piena consapevolezza del fatto che la complessità del reale consiste nell’intreccio di tutte le componenti, non nella loro separatezza autoreferenziale e autorassicurante . Paradossalmente, anche l’ambientalismo vincerà la sua battaglia solo aprendosi all’esterno e sforzandosi di autodistruggersi – in quanto subsistema specializzato – per divenire parte integrante del patrimonio culturale collettivo. Si può tentare di costruire una nuova modernità solo cominciando a dimostrare quale sia la vera ragionevolezza dell’umanità. in quanto tale, la strada della ragionevolezza non è mai di parte, bensì appartiene a tutti. I conflitti e gli avversari esisteranno sempre, così come coloro che perseguono esclusivamente il proprio personale interesse. Molte battaglie si sono perse, altre si perderanno e molte si vinceranno, ma il nuovo orizzonte deve avere un senso più vasto. Tale orizzonte è l’obiettivo di vincere la “guerra”,  e questa “guerra” si vince esclusivamente combattendo sul terreno, oggi davvero rivoluzionario, del bene comune. (3 – continua)

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