Sulla modernità (4)

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La teoria olistica ci insegna che l’alveare è più intelligente delle singole api che lo abitano. Sappiamo anche che ad un certo punto, nella storia della società occidentale, la modernità ha sostituito alla nozione di bene comune quello di interessi comuni, con ciò stesso ponendo le basi del suo declino.
La differenza fra le due impostazioni è fondamentale. La tradizione civile aveva infatti accettato la costitutiva fragilità della vita e stabilito che non esiste “vita buona” al di fuori della polis, senza amicizia e reciprocità rispetto all’ambiente naturale e sociale; e questo era il bene comune. Per la modernità invece, l’uomo vive in società perché vi è spinto dalla necessità, cioè dagli interessi comuni che sono finalizzati alla realizzazione di società forti, di cui lo Stato e il mercato sono gli unici strumenti regolatori, ma senza il rischio di ricordargli la sua costitutiva fragilità e i doveri di reciprocità: in quest’ottica la natura si domina, il prossimo è un competitore, la dimensione pubblica si contrappone a quella privata.
L’ethos dell’efficienza, vero e proprio principio regolativo della società postmoderna, all’inizio degli anni Ottanta si è unita in Europa alla cosiddetta deregulation finanziaria di derivazione americana, “dimenticando” che democrazia e libertà sono valori ad esse superiori. Si sono poste in questo modo le basi del pericolo mortale che ne sarebbe derivato: la recisione dei legami tra democrazia e mercato. Così l’economia si è sospinta sempre più su un sentiero di sviluppo oligarchico e ha posto definitivamente il suo concetto di sviluppo sul piano dell’irragionevolezza. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti: aumento scandaloso delle disuguaglianze di reddito, degrado ambientale, crisi finanziarie, ecc.
Sono convinto che l’homo æconomicus corrisponda in toto all’identikit del perfetto idiota sociale, un individualista convinto che per essere felici sia sufficiente aumentare le utilità quantitative personali. E’ fin troppo evidente che non è così: possiamo infatti essere dei perfetti massimizzatori di utilità anche in solitudine; per essere felici invece, occorre essere almeno in due.
E’ pure evidente che in molte occasioni quei princìpi giudicati “irrazionali” da questo tipo di mentalità, come quelli di condivisione e di reciprocità, raggiungono risultati di gran lunga migliori rispetto a quelli giudicati “razionali”, cioè ispirati ai canoni degli scambi equivalenti, in sostanza quelli commerciali. Il paradosso è veramente clamoroso: all’opposto della mano invisibile di Smith, dove agenti autointeressati promuoverebbero il “bene comune” pur non avendone intenzione, nel nostro caso, invece, i soggetti che praticano la reciprocità disinteressata conseguono, al di là delle loro intenzioni, anche l’interesse personale.
Con questo spirito – che credo costituirebbe la giusta cornice in cui inquadrare finalmente  le attività del nostro tempo – ritengo si possano ottenere anche grandi risultati. Diversamente, non rimane che contare come al solito sull’ottimismo della volontà.

Nel De Beryllo (1458) Nicolò Cusano (1401-1464) scrive: “Il berillo è una pietra lucida, bianca e trasparente (…); chi guarda attraverso di esso vede ciò che prima gli era invisibile. Se si applica agli occhi dell’intelletto, un berillo intellettuale permette a chi guarda attraverso di esso di cogliere il principio indivisibile di tutte le cose”. Credo però che ognuno di noi, così come ogni cittadino può fare secondo le proprie possibilità e competenze, riuscirebbe ad apportare un contributo più efficace e soddisfacente al bene comune sforzandosi di accantonare il proprio berillo personale. Per quanto sia difficile convincersene, e per quanto dispiaccia al nostro orgoglio riconoscerlo, la verità è che non esiste nessun berillo. Purtroppo, ed è la cosa peggiore e più pericolosa, alcuni ritengono di possedere il vero e unico berillo ed intendono ad ogni costo imporlo a tutti gli altri, con il pretesto dell’unicità e di un falso bene comune. Tutto ciò corrisponde solo a menzogna, malafede ed egocentrismo finalizzato in realtà al conseguimento di potere sul prossimo. Su tutti i nostri simili. Ma la verità è che in natura e nella realtà esistono solo la nostra intelligenza e la nostra (buona) volontà di guardare al mondo di fuori della nostra persona, dimenticandoci ogni tanto dei nostri esclusivi e miopi interessi personali. Tutto il resto è una sconfitta. (4 – Fine)

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