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Il cavaliere aspetta fuori

Il grande Gatsby” è il terzo romanzo di Francis Scott Fitzgerald (dopo “Di qua dal paradiso” e “Belli e dannati“). Pubblicato per la prima volta a New York il 10 aprile 1925, venne definito da T.S. Eliot «il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Da allora ne sono state tratte (finora) quattro versioni cinematografiche.

La prima, quasi immediata, è The Great Gatsby, un film muto del 1926, diretto da Herbert Brenon, interpretata da Warner Baxter e Lois Wilson, che però è andata definitivamente persa. Ne sono sono seguiti tre altri adattamenti.

La seconda è stata girata nel 1949; il film fu diretto da Elliott Nugent, con protagonisti  Alan Ladd e Betty Field.

La terza è del 1974. La pellicola viene diretta da Jack Clayton, con Robert Redford, Mia Farrow e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola:

L’ultima versione è del 2013, film diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire:

Un confronto tra le due ultime versioni (Clayton del 1974 e Luhrman del 2013) evidenzia notevoli differenze di lettura del testo originario.

Stile e ritmo: il Gatsby del 1974 è diretto con incredibile distacco formale, mentre la colorata vorticosità e il ritmo serrato delle scene (soprattutto negli animatissimi Party di Gatsby), determinano un’atmosfera più passionale e “veloce” in quella del 2013.

Attori: decisamente freddi e glaciali nella versione di Clayton, passionali e fragili in quella di Luhrman.

Sceneggiatura:  quella più recente è molto incentrata sull’amore fra i due protagonisti e poco sulla disillusa e dissacrante descrizione del Sogno Americano e della società U.S.A. degli anni ruggenti presente nel cartaceo originale. A questa si attiene invece la versione del 1974 di Coppola, molto fedele al romanzo non solo nell’intreccio ma anche nei dialoghi.

 Colonna sonora: il film con Redford e Farrow è classico e pulito, musica anni ’20 e ’30 (l’età del jazz) per le feste, musica “hollywoodiana” per i momenti di tensione, di romanticismo, di tristezza, nessun azzardo “contemporaneo”. La scelta Luhrmanniana è invece di inserire musica moderna (Alternative Rock, House, Hip-Hop…) all’interno dei party di Gatsby, questo dona maggior “attualità” alla pellicola e al contempo garantisce un ritmo vorticoso e frenetico al tutto; intensità travolgente ma forse ridondante.

Afa e calura: Luhrmann esclude il sudore  determinato dalla soffocante atmosfera delle calde giornate estive di Long Island, vero sottofondo ambientale nel romanzo di Fitzgerald; quel copioso sudore che è invece spesso presente sui visi dei protagonisti nella versione di Clayton. Pare futile, ma è una differenza importante.

Questo per quanto riguarda il cinema. Ma dal 1925 ad oggi sono state effettuate centinaia di traduzioni e riedizioni in tutte le lingue del mondo di questo romanzo. Il quale, in realtà, appena uscito non ebbe alcun successo commerciale. Vendette poche copie, nonostante  le buone recensioni; era come se solo i recensori e alcuni “addetti ai lavori” si fossero accorti della sua importanza.  Edward Wilson, compagno di università di Fitzgerald, e dopo la sua morte principale artefice della sua riscoperta, gli scrisse che i personaggi sono troppo sgradevoli perché chi legge si appassioni veramente. Maxwell Perkins, editor di cui Fitzgerald si fidava ciecamente, gli scrisse che la tiepida accoglienza era dovuta al fatto che la sua creatura “…passa sopra la testa della gente, più di quanto tu nemmeno immagini“.

Per quale motivo, allora, questo breve romanzo e questo discutibile personaggio – Gatsby -che si rifiuta di accettare la realtà (“Non si può ripetere il passato?” esclamò incredulo. “Come no? Certo che si può!“) continua a colpire e affascinare intere generazioni: lettori, spettatori, registi, autori o scrittori o sceneggiatori che siano, in tempi tanto diversi? La risposta potrebbe essere contenuta e riassunta in due soli termini: il primo sostantivo è sincerità, il secondo è speranza.

Sul “Corriere della Sera” del 17 aprile scorso è uscita un’intervista di Aldo Cazzullo alla signora Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide De Gasperi: fondatore della Democrazia Cristiana, è stato l’ultimo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, il primo della Repubblica Italiana ed è reputato uno dei padri della Repubblica Italiana.

Chi era Alcide De Gasperi?
«Un intellettuale. Dalla prigione scriveva lettere in latino. Quand’era presidente del Consiglio, la sera per rilassarsi leggeva le egloghe di Virgilio e l’Anabasi di Senofonte in greco. Durante il fascismo lavorava il mattino in Vaticano come bibliotecario, e il pomeriggio per arrotondare traduceva testi in tedesco, che parlava come l’italiano. Papà dettava ad alta voce, mamma batteva a macchina, e noi dovevamo mettere le pantofole per non far rumore». (…)

Il suo testamento morale è considerato il discorso alla Conferenza di pace di Parigi.
«Di solito si cita l’incipit».

Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto tranne la vostra personale cortesia è contro di me… 
«Rappresentava un Paese che aveva fatto la guerra accanto a Hitler, e l’aveva persa. Ma io trovo più significativo il finale di quel discorso, là dove dice ai rappresentanti delle democrazie: “Vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia; un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano”. Era questo lo spirito del nostro Paese, settant’anni fa».

Rispondendo poi alle lettere dei lettori, il 19 aprile Cazzullo scrive che «La cosa più importante che Maria Romana De Gasperi ha detto al Corriere riguarda lo spirito del 1948, il modo prodigioso in cui un Paese umiliato ritrovò la fiducia in se stesso

Nell’ introduzione a”L’ età del jazz” di Fitzgerald  tradotto dal Saggiatore negli Anni Sessanta, Elémire Zolla vede Francis Scott Fitzgerald come un cavaliere antico: con qualche macchia ma senza alcuna paura. “Il bellissimo Ruggiero è ammaliato dalla maga Alcina finché non gli giunge da Bradamante il dono dell’ anello che disincanta.” Una storia di disincanto è quella di Francis Scott Fitzgerald, dice Zolla.

 Franca Cavagnoli, nell’introduzione alla sua traduzione per le edizioni Feltrinelli, scrive: «La purezza della figura di Gatsby, la sua disarmante credulità, è poi riassunta molto bene da ciò che Sylvia Plath annota sul margine della sua copia. Nel punto in cui Gatsby rimane in giardino a sorvegliare la finestra di Daisy, convinto che lei sia nella sua stanza mentre in realtà è in cucina con Tom a preparare irresponsabilmente il piano di fuga, Sylvia Plath scrive:”Il cavaliere aspetta fuori; il drago va a letto con la principessa“». In fondo, questo «…è un romanzo sulla facilità con cui a quel tempo si facevano i soldi e su come a nessuno interessasse il modo in cui venivano fatti».   Vi ricorda qualcosa?
 Però Nick Carraway, voce narrante del romanzo, l’ultima volta che vede Gatsby lo saluta così: «Bene, arrivederci». Ci stringemmo la mano e m’incamminai. Appena prima di raggiungere la siepe mi venne in mente qualcosa e mi voltai. «Sono tutti marci», gridai attraverso il prato. «Tu da solo, per la miseria, vali più di tutti loro messi assieme». Il grande Jay Gatsby è il cavaliere-gangster, che cerca Daisy come si cercava un tempo il Santo Graal. A rendere Gatsby grande è un dono che poche persone possiedono: il dono della speranza e della sincerità. Proprio quello che sembra mancare – sia in termini di stile, che di ritmo, di attori, di sceneggiatura, di colonna sonora – al film del nostro tempo, nel quale i cavalieri (anche gli ex) di solito sono tutta un’altra cosa. Mentre l’afa, la calura, le sudate  nelle soffocanti giornate estive, quelle invece sembrano proprio sempre uguali. Ce ne fossero, di Gatsby!

In testata: Giorgione, Ritratto di guerriero con scudiero detto Gattamelata, 1501 ca., Olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi

In mezzo: Giovanni Bilivert, Angelica si cela a Ruggiero, ante 1624. Firenze, Galleria Palatina

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)