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Tag: Antonio Gramsci (page 1 of 2)

La giustizia di circostanza

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Gustavo Zagrebelsky ha scritto che esiste un conflitto tra chi appartiene e chi non appartiene a un qualche “giro” o cerchia di potere.
Nella sua teoria, i “giri” sono strutture impermeabili di comando e di sottopotere che procedono per cooptazione e per esclusione, autogarantendosi e perpetuandosi, di per sé immobili. “Nei ‘giri’ ci si scambia protezione e favori con fedeltà e servizi. Questo scambio ha bisogno di ‘materia’. Occorre disporre di risorse da distribuire come favori: per esempio, denaro facile e impieghi (Cimone e Pericle insegnano), carriere e promozioni, immunità e privilegi. Occorre, dall’altra parte, qualcosa da offrire in restituzione.”

bel-amiL’appartenenza e la frequentazione di determinati ambienti di interesse non è di per sé né sbagliato né una novità, così come non lo sono le più che legittime attività di “lobbying” industriale. I grandi romanzi ottocenteschi sono infarciti di descrizioni delle manipolazioni più o meno riuscite che venivano compiute all’interno (o a lato) degli ambienti di influenza politici, sociali o finanziari. Un esempio per tutti:Bel Ami” di Maupassant, in cui il protagonista “diventa uno degli uomini di maggiore successo nella società parigina, grazie al giornalismo e alla sua capacità di manipolare donne potenti e intelligenti”.

Il problema (il grosso problema!) nasce quando l’asettico “giro” diventa una “cloaca” e la “cosa pubblica” si trasforma in bottino su cui mettere le mani per il reciproco dare e avere. A questo punto, all’interno del “giro” scatta un meccanismo feroce e implacabile: “Qual è la forza che lo muove? Poiché la protezione e i favori stanno su e la fedeltà e i servizi giù, dietro le apparenze delle allegre comunelle e della combutta innocente, si annidano sopraffazione e violenza. Il ricatto è il cemento. Si entra se si è ricattabili, e tutti, se sono dentro, per qualche ragione lo sono (…) Questa struttura del potere mai come oggi è stata estesa, capillare, omnipervasiva. Se potessimo sollevare il velo e avere una veduta d’insieme, resteremmo probabilmente sbalorditi di fronte alla realtà nascosta dietro la rappresentazione della democrazia. ”  (Gustavo Zagrebelsky – La tirannia occulta dei “giri” di potere – La Repubblica.it)

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Secondo Antonio Gramsci: “L’egemonia di un centro direttivo sugli intellettuali si afferma attraverso due linee principali: 1) una concezione generale della vita, una filosofia (…) che offra agli aderenti una ‘dignità’ intellettuale che dia un principio di distinzione e un elemento di lotta contro le vecchie ideologie dominanti coercitivamente; 2) un programma scolastico, un principio educativo e pedagogico originale che interessi e dia un’attività propria, nel loro campo tecnico, a quella frazione degli intellettuali che è la più omogenea e la più numerosa (gli insegnanti, dal maestro elementare ai professori di Università).” [Antonio Gramsci – Quaderni del Carcere, quad. 19 (x) par. 27]

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Infatti, come ha scritto Francesco De Sanctis, ecco che dopo la Restaurazione “I gesuiti vennero in moda, sfogandosi i mali umori del secolo sopra gli altri ordini religiosi, come restii ad ogni novità. Il loro successo fu grande, perché in luogo di  alzare gli uomini alla scienza, abbassarono la scienza agli uomini, lasciando le plebi nell’ignoranza e le altre classi in quella mezza istruzione, che è peggiore dell’ignoranza. Parimente, non potendo alzare gli uomini alla purità del Vangelo, abbassarono il Vangelo alla fiacchezza degli uomini, e costruirono una morale a uso del secolo, piena di scappatoie, di casi, di distinzioni, un compromesso tra la coscienza e il vizio, o, come si disse, una doppia coscienza.” (Francesco De Sanctis – Storia della Letteratura Italiana)

bendaDel resto Julien Benda già nel 1927 denunciava l’avvenuto cedimento su tutto il fronte intellettuale:“E’ risaputo che, da mezzo secolo, tutta una scuola, non solo d’uomini d’azione ma di gravi filosofi, insegna che un popolo deve farsi una concezione dei suoi diritti e dei suoi doveri ispirata allo studio del proprio genio specifico, della propria storia, della propria posizione geografica, delle circostanze particolari nelle quali si trova, e non ai comandamenti di una sedicente coscienza dell’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi; che una classe deve costruirsi una scala del bene e del male determinata dai suoi specifici scopi, delle condizioni specifiche in cui si trova e smettere d’essere sensibile alla ‘giustizia in sé’, alla ‘umanità in sé’, e ad altri ‘orpelli’ della morale generale.” (Julien Benda – Il Tradimento dei Chierici)

Sarah Bakewell

E’ triste affermarlo, eppure la pecoristica propensione alla “servitù volontaria” rispetto a entità di presunta potenza e nobiltà superiori, nonché alle regole esplicite e implicite da esse dettate di volta in volta, sembra essere connaturato all’essere umano: “La Boetie era veramente giovane quando scrisse il “Discorso sulla servitù volontaria” (…) Il soggetto del “Discorso” è la facilità con cui nel corso della storia, i tiranni hanno dominato le masse, nonostante il loro potere sia evaporato nell’istante in cui quelle stesse masse hanno deciso di non sostenerli più. Non serve una rivoluzione: la gente deve solo smettere di partecipare al sistema e di accrescere le file degli eserciti e dei leccapiedi che lo sostengono. Questo però non succede quasi mai, neppure a quei tiranni che trattano i propri sudditi in maniera abominevole. Più affamano e maltrattano la gente, più questi sembrano amarli (…) Il mistero della tirannia è profondo quanto quello dell’amore stesso.” (Sarah Bakewell – Montaigne. L’arte di Vivere, Fazi Editore – 2011)

Ma i complici, i colpevoli, non sono solamente i soggetti che pianificano e partecipano attivamente, ma anche e soprattutto quelli numerosi che assistono passivi, coloro che fingono sempre di non vedere, di non capire, alimentando così surrettiziamente il velenoso meccanismo criminale della segretezza omertosa. La morale e la giustizia sono troppo spesso di “circostanza” (gesuitica secondo De Sanctis, brescianesca secondo Gramsci) , in parte per codardia e in parte per tacita speranza di compartecipazione a banchetti presenti e/o futuri, oggi come ieri. Ecco in proposito un memorabile personaggio di Dickens:dickens-la-piccola-dorrit“La signora General non aveva opinioni personali. Il suo metodo educativo consisteva nell’impedire che si formassero opinioni. Possedeva un piccolo binario circolare di concetti, su quale metteva in movimento certi trenini che trasportavano le opinioni degli altri e non si sorpassavano e non arrivavano mai in nessun posto. Con tutto il suo rispetto delle convenienze, non avrebbe potuto negare  che in questo mondo esistono anche delle sconvenienze; ma se ne liberava nascondendole in modo che nessuno riuscisse a scorgerle, volendo con ciò dare l’impressione che non esistevano. Un altro dei suoi modi per formare la mente era questo: ammucchiava in un armadio ideale tutte le cose difficili, ve le chiudeva a chiave e affermava che non esistevano più. Semplice, non c’è che dire, e molto elegante.” (Charles Dickens – La Piccola Dorritt)

L’illustrazione in testa è di George Grosz (caricatura per la rivista “Simplicissimus”): nella Germania descritta da Grosz, ogni cosa e ogni persona risultavano in vendita. Figurarsi i principi di equità e di giustizia: come ha scritto Barrès, “ogni uomo che si rispetti” può concepire unicamente una giustizia di circostanza.

Burocrazie e corruzione

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Allacciandomi al post precedente (Sotto la divisa niente?), riporto di seguito un testo di Antonio Gramsci, ripreso da “Odio gli indifferenti” (Chiarelettere, 2016). Esso fu pubblicato originariamente nel marzo 1918 con il titolo “Il nostro punto di vista” e fa riferimento al cosiddetto “scandalo dei cascami”: “Con scandalo dei cascami Gramsci si riferisce al contrabbando dei residui (“i cascami”) di seta e cotone utilizzati nella fabbricazione dei sacchetti per la polvere da sparo. Da una denuncia di un deputato repubblicano nel 1918 si sviluppò un’inchiesta in cui furono coinvolti diversi grandi industriali italiani.”

Interessa qui rilevare come le responsabilità della burocrazia rispetto all’imperante cultura corruttiva in Italia siano pesantissime, oggi come ieri. Le radici “culturali” di questa malapianta affondano purtroppo da molto tempo nell’humus fertile e accogliente di cui è composto il terreno alla base della nostra società.

Scrive Gramsci:

“Il capitalismo sfrutta e specula – deve speculare e sfruttare, pena la sua rovina – sempre, in tempo di guerra e in tempo di pace. Il capitalismo cerca sbocchi alle sue merci e guadagni ai suoi azionisti, come può e dove può. È la sua natura, la sua missione, il suo destino. Gli italiani vendono ai tedeschi, gli austriaci avranno venduto ai francesi, gli inglesi avranno venduto ai turchi. Il capitalismo è internazionale e l’Italia non è peggiore degli altri Stati”. Gramsci mette le cose in chiaro, si dichiara assolutamente estraneo a un tipo di pensiero generalizzante in cui “le responsabilità vengono talmente estese e diluite, che invero nessuno sarebbe più responsabile; gli arrestati dovrebbero essere immediatamente rilasciati, e dovrebbe essere arrestato il signor Capitalismo, vagabondo senza fissa dimora, trovandosi egli contemporaneamente un po’ in tutti i paesi del mondo”.

“I socialisti nel fare la storia, o la cronaca (sia pure dei tribunali), rifuggono dalle astrazioni e dagli indistinti generici. Essi sostengono sì che esiste nella società capitalistica una tendenza generale al mal fare, ma non perciò confondono le responsabilità sociali con quelle individuali. La produzione borghese può diventare speculazione, truffa, illusionismo, ma la sua missione, il suo destino non è di truffare: è di accrescere la ricchezza, di dare incremento alla somma dei beni sociali. Noi non abbiamo la visione teologica della società, in cui all’Iddio onnipotente, onnipresente e onnisciente dei cattolici si sostituisce una divinità astratta equivalente.
Per essa diventa inutile la ricerca, è inutile lo studio dei fatti e della storia, è inutile la disamina dei costumi: tutto è uguale dappertutto, perché dappertutto c’è il capitalismo e non si muove foglia che il capitalismo non voglia. Questo astrattismo fatalista non è non può essere affatto il nostro punto di vista, perché è fuori della realtà effettiva. Nella realtà effettiva il Capitalismo è lo Stato borghese, che si concreta nelle leggi, nell’amministrazione burocratica, nei poteri esecutivi. E questi, a loro volta, si concretano in singoli individui che vivono, vestono panni, possono essere mascalzoni o galantuomini. Anche le leggi, il Codice penale, sono attività capitalistica, ed essi puniscono i contrabbandieri dei cascami, ciò che significa costoro essere non capitalisti puri e semplici, ma capitalisti, uomini che hanno operato perversamente.
E il nostro punto di vista è questo: nell’organizzazione borghese della società italiana ci sono degli istituti di controllo che non funzionano, danneggiando così la produzione capitalistica genuina, poiché hanno lasciato che dei perversi, dei criminali continuassero nella loro attività più di quanto è presumibile un’azione losca possa rimanere ignorata. Ciò significa che l’organizzazione borghese italiana è cattiva anche capitalisticamente.
Il proletariato ha il compito specifico di premere continuamente sull’ordinamento attuale perché esso si rinnovi e diventi sempre più favorevole alla produzione, all’incremento della ricchezza: deve premere perché della borghesia si affermino solo quei ceti e quegli individui che, con la loro attività capitalisticamente onesta, rendano le condizioni meccaniche e naturali della vita sociale più adatte a un trapasso di classe al potere. Perciò i socialisti vogliono che gli istituti di controllo statale siano competenti ed esercitino effettivamente il loro ufficio. Solo i socialisti possono volere ciò, perché disinteressati, perché fuori della geèna degli affari. Ed essi non si possono accontentare delle astrattezze, delle responsabilità generiche. Nel fatto esiste la burocrazia che doveva controllare l’attività commerciale degli industriali dei cascami, e il potere esecutivo che doveva provvedere a impedire la speculazione. Cosa ha fatto la burocrazia? Ha compiuto il suo dovere? E, caso mai, perché non l’ha compiuto? La ricerca deve essere fatta, le responsabilità devono venire assodate. Gli incapaci, i malversatori devono venire eliminati. È una prova del fuoco per il regime: perché solo dimostrando di essere sempre capace di adempiere al suo compito sociale, esso si regge. Ma se nessuno lo obbliga a continuamente superare la prova, esso si perpetuerà tra l’indifferenza di tutti, che si sollazzeranno a parlare di Capitalismo senza la volontà del quale non si muove foglia.

Gramsci verrà arrestato l’8 novembre 1926 in dispregio dell’immunità parlamentare.

La verità e gli intellettuali

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Julien Benda designa col termine chierici “tutti coloro la cui attività, per natura, non persegue fini pratici, ma che, cercando la soddisfazione nell’esercizio dell’arte o della scienza o della speculazione metafisica, in breve nel possesso di un bene non temporale, dicono in qualche modo: <<Il mio regno non è di questo mondo>>. Vi è quindi un’esplicita assimilazione della figura dell’intellettuale a quella dell’ecclesiastico, quindi al religioso. Il “chierico”, come il “laico”, vien da lui configurato quale tipologia ideale.benda

Leggendo “Il tradimento dei chierici” (Piccola Biblioteca Einaudi – 2012) si incontra questa frase: “Penso che lo scrittore che tratta posizioni morali, non nei termini di oggettivi dello storico o dello psicologo, ma da moralista, cioè improntandole a giudizi di valore (…) ha il dovere di assumere una posizione precisa, a rischio altrimenti di cadere nella predicazione del dilettantismo, che costituisce, specificamente in fatto di morale, un insigne tradimento di chierico.”

saidEsattamente il contrario di quanto sosteneva Edward W. Said in “Dire la verità. Gli intellettuali e il potere” (Feltrinelli – 2014): poiché “Ciascuno di noi vive in una società determinata, appartiene a una nazione caratterizzata da una lingua, da una tradizione e da una situazione storica specifica. In che misura gli intellettuali sono al servizio di queste realtà e in che misura si oppongono a esse? Lo stesso si può dire del rapporto degli intellettuali con le istituzioni (università, chiesa, gruppi professionali) e con i grandi poteri internazionali, che ai giorni nostri hanno cooptato l’intellighenzia in misura straordinaria. (…) Quindi, per me il principale dovere degli intellettuali è quello di tentare di raggiungere una relativa indipendenza da simili pressioni, ed è per questo che ho descritto l’intellettuale come un esiliato e un emarginato, un dilettante, oltre che l’autore di un linguaggio che si propone di dire la verità al potere”.

Per Benda il dilettantismo rappresenta “un insigne tradimento”, per Said invece esso è il principale dovere dell’intellettuale, che per lui deve sempre essere un outsider. Ma la contraddizione è soltanto apparente. Scrive infatti Said che “il modo di agire dell’intellettuale si fonda su principi universali: tutti gli esseri umani hanno il diritto di aspettarsi dai poteri secolari o dello stato modelli di comportamento dignitosi in fatto di libertà e giustizia; la violazione deliberata o involontaria di  tale diritto va denunciata e combattuta con coraggio.” In questa frase è sintetizzato gran parte del messaggio di fondo, il contenuto fondamentale di ambedue i libri. Ciò che unisce i due autori è l’incrollabile fiducia e fedeltà rispetto precisi valori universali. E’ anche innegabile – altro tratto comune – che essi intendono con ciò lanciare un preciso atto di accusa alla “classe” intellettuale del proprio tempo. Il cui tradimento consiste nel perseguire troppo spesso fini pratici anziché difendere la (spesso) scomoda verità dei fatti. Cosa che sarebbe invece richiesto dal ruolo che si sono scelti. Da questa radice avvelenata proliferano poi  tutte le malapiante da cui siamo infestati.

odio-gli-indifferenti-226844-1Ma allora dove si colloca (tra i “buoni” o tra i “cattivi”?) il cosiddetto “intellettuale organico” di cui parlava Antonio Gramsci? Sappiamo che per lui esistevano due categorie di intellettuali: quella tradizionale – insegnanti, ecclesiastici, funzionari – che svolgono nel tempo sempre la stessa funzione; poi quella degli intellettuali organici, direttamente collegati alle classi o le imprese che si servono di loro per i loro scopi e interessi. Scrive Said: “Gramsci ritiene che gli intellettuali organici siano attivamente coinvolti nella società, ossia costantemente impegnati a lottare per cambiare orientamenti ed espandere mercati; a differenza degli insegnanti e degli ecclesiastici, che sembrano più o meno rimanere al loro posto svolgendo anno dopo anno lo stesso tipo di lavoro, gli intellettuali organici sono sempre in movimento, sempre in prima linea.”

Del resto ecco cosa scrive lo stesso Gramsci: “Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”. (da Antonio Gramsci – Odio gli indifferenti – Chiarelettere 2016).

pasoliniE ancora: come dovremmo collocare la straordinaria opera intellettuale di Pier Paolo Pasolini, il quale ad esempio nelle “Lettere luterane” (Einaudi, ET Saggi 2005) “nell’ultimo anno della sua vita condusse, dalle colonne del «Corriere della Sera» e del «Mondo», una rovente requisitoria contro l’Italia di quel periodo: un’Italia da trent’anni in mano ai «gerarchi democristiani», divorata dal consumismo e dal conformismo; un’Italia «distrutta esattamente come l’Italia del 1945» anzi, dove a essere in macerie sono i valori e non le case.”? (dalle note di copertina)

Forse la soluzione (buoni o cattivi? chierici o traditori?) si trova nella distinzione introdotta da Max Weber   tra “etica della convin­zione” — o più weberprecisamente “eti­ca dei princìpi” (Gesinnungsethik) ed “etica della responsabilità” (Verantwortungsethik).

La prima è un’etica assoluta, di chi ope­ra solo seguendo principi rite­nuti giusti in sé, indipendente­mente dalle loro conseguenze. E’ questa un’etica della testimonianza assolutizzata: “avvenga quel che avverrà, io devo comportarmi così”.

La seconda è l’etica veramente pertinente alla politica. L’etica della responsabilità si riferisce alle presumibili conseguenze delle scelte e dei comportamenti che l’individuo ed il suo gruppo di appartenenza mette in atto.

Il pro­blema, scrive Weber, è che «il raggiungimento di fini buoni è accompagnato il più delle vol­te dall’uso di mezzi sospetti», e «nessuna etica può determi­nare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono “giustifica” i mezzi e le altre conseguenze moralmente peri­colose». Chi non tiene conto di questo — che dal bene non deriva sempre il bene e dal male non deriva sempre il ma­le — «in politica è un fanciul­lo».

Le due etiche non sono però «antitetiche ma si comple­tano a vicenda, e solo congiun­te formano il vero uomo, quel­lo che può avere la “vocazione per la politica“», salvo ribadire che tra esse non potrà mai dar­si vera conciliazione né armo­nia a buon mercato. (Paolo Ferrario, da Antologia del tempo che resta)

Così il cerchio si chiude, tornando al punto da cui siamo partiti. Infatti, Benda scrive: “il chierico mi sembra venir meno alla sua funzione scendendo sulla pubblica piazza solo se vi scende (…) per farvi trionfare una passione realistica di classe, di razza o di nazione. Quando Gerson salì sul pulpito di Notre -Dame per denunciare gli assassini di Luigi d’Orleans, quando Spinoza, a rischio della vita, andò a scrivere dei carnefici dei Witt: <<Ultimi barbarorum>>, quando Voltaire si battè per Calas, quando Zola e Duclaux andarono a testimoniare in un celebre processo, questi chierici assolvevano pienamente, e nella maniera più nobile, alla loro funzione di chierici; essi erano sacerdoti della giustizia astratta e non si macchiavano di alcuna passione per un oggetto terreno. Del resto, esiste un criterio sicurissimo per sapere se il chierico che agisce in pubblico lo fa in modo conforme al suo ufficio: viene immediatamente insultato dal laico, di cui disturba gli interessi (Socrate, Gesù). Si può dire in partenza che il chierico lodato dai secolari tradisce la sua funzione.”  La verità ha i confini sempre arruffati, ma i traditori di certo non mancano.

Nell’immagine: illustrazione di Escher.

 

Il circolo vizioso dell’oligarchia

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Inutile negare, sono veramente impressionato dall’attualità del pensiero e dalla genialità culturale di Antonio Gramsci. Credo che questa attualità sia riconosciuta da studiosi di ogni orientamento politico, purché intellettualmente onesti. Svelo quindi oggi un “gioco” che ho attuato finora una sola volta su questo blog, ma che farò più o meno spesso in futuro: alcuni post apparentemente determinati dall’attualità politico-economico-culturale (e dai dibattiti che ne conseguono), in realtà non saranno altro che riproposizioni, fedeli ma non dichiarate, dei suoi scritti, tratti da paragrafi di quella sbalorditiva, geniale (e difficile) miniera intellettuale che sono i suoi “Quaderni del carcere” (Einaudi editore – Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana).

Questa volta però si gioca senza trucco. Cito quindi un articolo sulla stretta attualità politico-economica di Paul Krugman (The New York Review of Books) che commenta un saggio di Robert Reich (Come salvare il capitalismo – Fazi editore, 2015) pubblicato da Internazionale n. 1142:

“… Reich spiega in modo molto convincente che l’aumento della disuguaglianza è in buona sostanza il riflesso di decisioni politiche che avrebbero potuto prendere una direzione completamente diversa. L’accresciuta importanza del potere di mercato è il riflesso di una rinuncia alla legislazione antitrust che appare sempre meno giustificata dai fatti, e in alcuni casi è addirittura il frutto di un brutale esercizio di potere politico per impedire misure antimonopolistiche. (…) Seguendo il suo schema, Reich sostiene che i sindacati non sono tanto una fonte di potere di mercato quanto un esempio di ‘potere di compensazione’ (un’espressione presa da John Kenneth Galbraith) che limita i soprusi dei monopolisti e e di altri soggetti. Se i sindacati non sono soggetti a restrizioni, possono esercitare questo potere attraverso la contrattazione collettiva, non solo in materia di salari, ma anche sulle condizioni di lavoro. In ogni caso, le cause e le conseguenze del declino dei sindacati, come le cause e le conseguenza della crescita del potere monopolistico, sono un ottimo esempio del ruolo della politica nell’aumento della disuguaglianza. Ma perché la politica è andata in questa direzione? Come altri commentatori, Reich sostiene che esiste una specie di circuito di reazione tra potere politico e potere di mercato. Più la ricchezza si concentra in alto, più cresce il suo potere politico grazie ai contributi elettorali, alle attività delle lobby  e alla commistione dei ruoli in un sistema di porte girevoli. Questo peso politico, a sua volta, è usato per riscrivere le regole del gioco – leggi antitrust, deregolamentazione, modifiche al diritto contrattuale, normative antisindacali – in modo da rafforzare la concentrazione del reddito. Ne nasce una spirale, un circolo vizioso dell’oligarchia.”

E ora Gramsci: dal Quaderno 10 (XXXIII) 1932-1935: La filosofia di B. Croce II, par. 15.

Noterelle di economia. (…) L”homo oeconomicus’ è l’astrazione dell’attività economica di una determinata società. Ogni forma sociale ha il suo ‘homo oeconomicus’, cioè una sua attività economica. (…) Tra la struttura economica e lo Stato con la sua legislazione e la sua coercizione sta la società civile, e questa deve essere radicalmente trasformata in concreto e non solo sulla carta della legge e dei libri degli scienziati; lo Stato è lo strumento per adeguare la società civile alla struttura economica, ma occorre che lo Stato ‘voglia’ far ciò, che cioè a guidare lo Stato siano i rappresentanti del mutamento avvenuto nella struttura economica. Aspettare che, per via di propaganda e di persuasione, la società civile si adegui alla nuova struttura, che il vecchio ‘homo oeconomicus’ sparisca senza essere seppellito con tutti gli onori che merita, è una nuova forma di retorica economica, una nuova forma di moralismo economico vacuo e inconcludente.”

Eh già, “occorre che lo Stato ‘voglia’ far ciò” (Gramsci); cioè occorre,  “in buona sostanza il riflesso di decisioni politiche che avrebbero potuto prendere una direzione completamente diversa” (Krugman su Reich). Impressionante l’attualità di Gramsci, ma anche in questo caso la sua verità è sorprendente solo per chi sia ingenuo oppure in malafede.

La storia si ripete

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“C’è sempre un certo numero di individui che hanno bisogno di appassionarsi per qualcosa di non immediato, di non personale e di lontano, a cui la cerchia dei propri affari, della scienza, dell’arte, non basta per esaurire tutta l’attività dello spirito. (…) Dato ciò, nessuna meraviglia che un gran numero di giovani si sia inscritto in un partito dove almeno, se c’era pericolo di incontrare  qualche umile uscito dal carcere o qualche modesto repris de justice, non si poteva incontrare nessun panamista, nessun speculatore della politica, nessun appaltatore  di patriottismo, nessun membro di quella banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore, che, dopo aver fatto l’Italia, l’hanno divorata. (…) Ora se un partito socialista si sviluppava in Italia in condizioni sì sfavorevoli e in un modo così illogico, si è perché rispondeva più che altro a un bisogno morale di un certo numero di giovani, nauseati di tanta corruzione, bassezza e viltà; e che si sarebbero dati al diavolo pur di sfuggire ai vecchi partiti imputriditi sin nel midollo delle ossa”. (Gaetano Mosca – Elementi di scienza politica , 1923) Citato da Antonio Gramsci ,”Quaderni dal carcere“, Quaderno 8 (XXVIII) par. 36.

Ma è vero che “la storia si ripete”? Credo di sì; d’altra parte c’è anche chi afferma quanto segue: Le affermazioni “la storia si ripete” (di Tucidide) e “la Storia non si ripete mai” (di Vilfredo Pareto) sono in pratica egualmente vere. (George Macaulay Trevelyan).

E allora chiudiamo con il famoso aforisma di George Santayana: “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”.

Verissimo. Il problema è che quest’ultimo la fa ripetere anche a chi invece la storia magari la conosce benissimo. E che di ripeterla non ne avrebbe proprio nessuna voglia.

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