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Leggerezza e pesantezza

Tomáš e Tereza sono due tra i principali protagonisti del grande romanzo di Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” (1984, tradotto e pubblicato in Italia da Adelphi nel 1985). All’inizio del romanzo Tomáš decide di regalare a Tereza un cucciolo di cane e propone di chiamarlo Tolstoj. «Non può chiamarsi Tolstoj», obiettò Tereza «è una femminuccia. Può chiamarsi Anna Karenina». «Non può chiamarsi Anna Karenina, nessuna donna può avere un musetto buffo come questo» disse Tomáš. «Karenin, piuttosto. Sì, Karenin. Me lo sono sempre immaginato proprio così». Il cucciolo si chiamerà Karenin.

Aleksèj Aleksàndrovič Karènin, ufficiale governativo, è il marito di Anna Karenina. Per quale motivo Tomáš se lo fosse sempre immaginato «con un musetto buffo come questo», Kundera non lo spiega ; così come non spiega affatto per quale motivo la cucciola femmina Karenin divenga poi un cane adulto maschio nelle successive apparizioni, (almeno nella traduzione italiana) da pag. 137 in poi dell’edizione sopra citata. Errore suo? Del traduttore? A questo punto, però,  si potrebbe fare un’ osservazione che  in inglese si scrive: “Who cares?” e che in italiano suona più o meno: “E chi se ne frega?“. Il resto del libro dimostra infatti che occuparsi di questo è del tutto irrilevante.

Con questa “sottile” metafora si intende qui rappresentare un possibile, sempre troppo diffuso approccio al tema della leggerezza. Perché il modo sbagliato di farlo è sottovalutarne il peso e apprezzarne solo il lato effimero. Kundera lo spiega benissimo  nel suo romanzo, ancor prima che ricompaia il Karenin “transgender”: «Dopo quattro anni passati a Ginevra, Sabina si era stabilita a Parigi senza riuscire a riprendersi dalla malinconia. Se le avessero chiesto che cosa le era successo, non avrebbe trovato le parole per dirlo. Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso, lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma cos’era successo a Sabina? Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l’aveva forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l’insostenibile leggerezza dell’essere

«Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è il positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni

Italo Calvino, nella prima delle sue “Lezioni americane” (Mondadori, 1993) dedicata appunto alla “leggerezza”, comincia così: «Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire». Questo è il modo giusto di considerare la nostra opposizione tra pesante e leggero. E poco più avanti Calvino continua: «L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere è in realtà un’amara constatazione dell’Ineluttabile Pesantezza del Vivere (…) Il suo romanzo [di Kundera, n.d.r.] ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartiene a un altro universo da quello del vivere. (…) Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna.»

Con triplo salto carpiato, passiamo allora alla meccanica quantistica. Semplificando – ma non troppo – si può dire che  il principio di indeterminazione di Heisenberg da un punto di vista concettuale significa che l’osservatore, cioè lo scienziato che fa la misura, non può mai essere considerato un semplice spettatore, ma che il suo intervento, nel misurare le cose, produce degli effetti non calcolabili, e dunque un’indeterminazione che non si può eliminare. Per estensione, questo significa, anche per la scienza, che esiste un ineluttabile collegamento tra l’osservazione di un fenomeno e il condizionamento che l’osservazione stessa apporta al fenomeno in oggetto.

Esiste cioè una stretta correlazione, in positivo e in negativo, tra i fenomeni, tra le cose, le azioni che compiamo e a cui assistiamo: ognuna dipende, è contenuta ed è intrecciata e condizionata almeno in parte all’altra. In fondo è sempre impossibile definire e quindi comunicare con assoluta, precisa determinazione qualsiasi cosa ci riguardi. Molto meglio prenderne atto. È quindi superfluo aggiungere che non esiste leggerezza senza pesantezza e viceversa, che l’una senza l’altra sarebbe insostenibile per chiunque. Il perenne inseguimento dell'”indefinibile immaginabile” è in fondo quanto di più vicino possiamo immaginare per descrivere l’assurda, tragica e stupida bellezza dell’insondabile mistero della vita. Al tempo stesso così leggera, così pesante e viceversa. Parmenide ci scuserà.

In testata: un’illustrazione di Gianni De Conno – Il brano “La vita dei Baustelle è contenuta nell’album “L’amore e la violenza” (2017) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)