Archivi tag: Bernardo Bertolucci

Conformismo e merito

1) DIRITTI. Il 26 agosto 1789, ventidue giorni dopo l’abolizione dei privilegi dell’aristocrazia in Francia, venne emanata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. L’articolo 6 della dichiarazione afferma che “Tutti i cittadini, essendo uguali agli occhi della legge, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, secondo la loro capacità e senz’altra distinzione che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. La “capacità”, le “virtù” e i “talenti” sono posti alla base di una nuova gerarchia sociale. La meritocrazia prende il posto di nascita, ricchezza o relazioni sociali nell’attribuzione del potere, che ora ha un legame diretto con il merito personale. Respingendo la vecchia società di classe, spostandoci verso l’ideale meritocratico, abbiamo creduto di eliminare ogni traccia delle gerarchie del passato.

2) MERITOCRAZIA. Michel Young, considerato uno dei più importanti sociologi del novecento, aveva capito che le cose nella realtà non vanno esattamente così. «Young sentiva che le gerarchie di classe avrebbero resistito alle riforme che voleva realizzare. Spiegò in che modo nel suo secondo best seller, L’avvento della meritocrazia, un’opera satirica pubblicata nel 1958. Come molti altri fenomeni, la meritocrazia deve il suo nome a un avversario. Il libro di Young si presentava come un testo scritto nel 2033, in cui uno storico analizzava la nuova società britannica sorta nei decenni precedenti. In quel lontano futuro soldi e autorità si guadagnavano, non si ereditavano. La nuova classe dirigente era determinata dalla formula “quoziente d’intelligenza (qi) + sforzo = merito“. La democrazia avrebbe ceduto il passo al governo dei più intelligenti, “non un’aristocrazia della nascita, non una plutocrazia della ricchezza, ma una vera meritocrazia del talento”. Era la prima volta che la parola “meritocrazia” si leggeva stampata su una pagina, e il libro vole va mostrare  come sarebbe stata una società costruita su questo principio. (…)

Uno dei primi intoppi del sistema è che “quasi tutti i genitori proveranno a favorire in modo sleale i figli”. E in una situazione di disparità dei redditi, è proprio una delle cose che i soldi permettono di fare. Se le condizioni economiche dei genitori contribuiscono a determinare i compensi dei figli, non siamo più in una società basata sulla formula “qi + sforzo = merito” Come sappiamo, i timori di Young erano fondati. (…) In poche parole, uno dei modi migliori per conquistare un posto tra chi ha più soldi, potere e privilegi è partire da lì. (…) Quelli che dovevano essere meccanismi di mobilità erano diventati fortezze di privilegi». (Kwame Anthony Appiah – “Contro la meritocrazia”, Internazionale n. 1286)

Per Michael Young, autore de L’avvento della meritocrazia, ripubblicato recentemente dalle Edizioni di Comunità (pp. 232, euro 15), la meritocrazia è un regime totalitario dove la posizione di un individuo viene determinata in base ai test di intelligenza somministrati dalla scuola elementare in poi e dove la ricchezza e il potere vengono distribuiti da una casta di «meritocrati» ancora più opprimente e arrogante delle oligarchie che oggi sfruttano privilegi nepotistici o espropriano la ricchezza comune con la corruzione e criminalità. (…)

Per Young la meritocrazia è sinonimo di un potere arbitrario in un sistema che tende ad autodistruggersi. Lo Stato moderno è incapace, almeno quanto lo è il mercato, di determinare un’equa redistribuzione delle competenze e dei meriti. Più che un sistema efficiente, la meritocrazia indica l’attitudine di una classe dominante che rende i suoi esponenti impermeabili ad ogni critica o a slanci verso una redistribuzione sociale che non sia quella imposta dall’interesse di classe. Una tesi sostenuta da Young in un articolo pubblicato sul Guardian nel 2001, intitolato «Abbasso la meritocrazia». Facendo i conti con Blair, Young sostenne che la meritocrazia non serve a migliorare le prestazioni di un sistema, ma semmai a peggiorarle in una burocrazia kafkiana. Essa afferma il senso di superiorità basato sul privilegio della proprietà, sulle rendite di posizione e sulla centralità acritica e indiscutibile dell’impresa.

La meritocrazia serve «ad alimentare un business che va di moda – scrive Young – Se i meritocrati credono che il loro avanzamento dipende da ciò che gli spetta, si convinceranno che meritano qualsiasi cosa possono avere». «I nuovi arrivati oggi possono davvero credere di avere la moralità dalla propria parte».” (da ilmanifesto.it)

3) QUOZIENTE D’INTELLIGENZA (QI). «Sin da quando sono stati elaborati, nel 1912, i test del QI sono molto controversi e sono numerosi gli studi che ne denunciano la mancanza di fondatezza. (…) Quando l’uomo vuole misurare l’intelligenza, infatti, di rado lo fa per scopi umanitari. Si cercò soprattutto di confermare dei pregiudizi razziali, di giustificare il dominio della classe borghese sul proletariato e di dimostrare l’ereditarietà dell’idiozia.

Questi test che pretendono di essere rigorosamente scientifici sono in realtà molto soggettivi. Il termine QI in origine indicava il quoziente tra l’età mentale e quella biologica moltiplicato per 100. (…) Per di più, i test del QI non prendono in considerazione il livello sociale né la cultura dell’individuo. Per esiste un’innegabile correlazione tra il punteggio ottenuto e il livello socio-professionale della persona. Ciò può essere spiegato dal fatto che questi test misurano solo la capacità di effettuare alcune attività intellettive più diffuse negli ambienti privilegiati che nelle classi popolari. Lo stesso vale per il lessico, che penalizza inevitabilmente il QI verbale dei proletari. Infine, il carattere scolastico del test si addice meglio a chi a chi proviene da famiglie elitarie, più allenato a questo tipo di prestazione.

Allora che cosa misurano? L’innegabile abilità delle classi socio-professionalmente privilegiate nelle svolgere alcuni compiti intellettivi mirati. Appare pertanto evidente che i risultati ottenuti sono del tutto artificiali. I test del QI sono concepiti in modo tale che i risultati si distribuiscano simmetrici attorno al numero 100, che è la media, in un grafico a forma di campana chiamato “curva di Gauss”.

Il 95,44% della popolazione ha un QI compreso tra 7 e 13. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 13 e 145. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 55 e 7. Quindi in una data popolazione ci sarebbe esattamente lo stesso numero di idioti e di geni. Che straordinario equilibrio! Se i risultati dei test del QI si inseriscono così armoniosamente nella curva di Gauss è perché sono studiati per farlo. (…) E poi che cosa vuol dire essere intelligenti? Significa essere portati per qualcosa in particolare? Per gli studi, la musica, gli affari? Come viene valutata l’intelligenza del cuore e il QE (quoziente emotivo)? Che cosa dovremmo pensare di un intellettuale brillante ma freddo ed egoista? E una madre di famiglia semplice ma istintiva e piena di buonsenso?

In questi ultimi anni la necessità di uscire dal concetto di QI e di chiarire meglio l’intelligenza ha prodotto nuove definizioni. Nel 198 Robert Sternberg ha proposto di distinguere tre aspetti dell’intelligenza: analitico, creativo e pratico; secondo lui, la conoscenza e la gestione delle proprie forze e debolezze in questi tre settori porterebbe all’intelligenza di successo. Nel 1983, Howard Gardner ha distinto otto manifestazioni d’intelligenza: linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-cinestetica, spaziale, interpersonale, intrapersonale e naturalistica. Ma a queste categorie potrebbero aggiungersene altre, tanto l’intelligenza è un concetto vasto e complesso». (Christel Petitcollin – Il potere nascosto degli ipersensibili,  Sperling & Kupfer – Pickwick, 2017)

4) CONFORMISMO. “Il conformista” è un romanzo di Alberto Moravia, pubblicato per la prima volta nel 1951. Nel 1970 ne è stato tratto un film omonimo diretto da Bernardo Bertolucci. (nel film sono state apportate importanti modifiche di trama; paradossalmente, l’immagine riportata nella copertina dell’edizione Bompiani 2018 non corrisponde al testo originale ma ad una variazione dell’adattamento cinematografico ). «Il romanzo, pubblicato nel 1951, è il ritratto di un personaggio e di un atteggiamento morale caratteristici del nostro tempo: il conformista e il conformismo. L’eroe contemporaneo, secondo Moravia, è l’uomo che vuole confondersi, essere uguale a tutti. Ma, in tutti i tempi, l’ingresso in società comporta un prezzo molto alto da pagare, soprattutto in termini di libertà individuale. Storia di un viaggio di nozze a Parigi e di un delitto di stato, biografia di un uomo e descrizione di un’epoca e di una società, l’opera è però più che altro la storia di un prezzo pagato da un conformista moderno per ottenere di entrare a far parte di una società inesistente, e nell’affrontare il grande tema del rapporto tra uomo e società si propone come uno dei lavori più coraggiosi e attuali dello scrittore romano.» (dalle note di copertina)

«… un desiderio di normalità; una volontà di adeguazione ad una regola riconosciuta e generale; una voglia di essere simile a tutti gli altri dal momento che essere diverso voleva dire essere colpevole. (…) Ancora una volta era la normalità che l’attraeva; e tanto più in quanto gli si rivelava non casuale né affidata alle preferenze e alle inclinazioni naturali dell’animo, bensì prestabilita, imparziale, indifferente ai gusti individuali, limitata e sorretta da regole indiscutibili e tutte rivolte a un fine unico. (…) «Come sei strano» dice Giulia, (la futura moglie di Marcello il protagonista del romanzo) «tutti vorrebbero essere diversi da tutti… e tu invece si direbbe che ci tieni ad essere come tutti.» (…) Era poi veramente buono? o non era piuttosto ciò che Giulia e sua madre chiamavano bontà, la sua anormalità, ossia quel suo distacco, quella sua assenza dalla vita comune? Gli uomini normali non erano buoni, pensò ancora, perché la normalità veniva sempre pagata, consapevolmente o no, a caro prezzo, con complicità varie ma tutte negative, di insensibilità, di stupidità di viltà quando non addirittura di criminalità». (Alberto Moravia – Il conformista, Bompiani 2018)

CONCLUSIONI. Di fatto, il valore del quoziente d’intelligenza (quello ufficialmente riconosciuto, il cosiddetto QI) cresce di parecchio grazie al conformismo sociale. Il merito personale cresce poi di conseguenza, secondo la scontata (e altrettanto riconosciuta) equazione: quoziente d’intelligenza+ sforzo = merito. Su che cosa poi significhi essere intelligenti, non è davvero il caso di ragionare troppo. Molto meglio allinearsi il più rapidamente possibile; i conseguenti vantaggi  non tarderanno a manifestarsi.

Oppure no?

Il brano “Il conformista” di Giorgio Gaber è contenuto nell’album “Un’idiozia conquistata a fatica” (1997/1998 – 1998/1999 – 1999/2000)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

I difensori dello status quo

Poche settimane fa Clare Gannaway,  curatrice della collezione d’arte contemporanea della Manchester Art Gallery, ha rimosso dalle pareti della sala 11 (denominata “In pursuit of beauty” – All’inseguimento della bellezza) il dipinto «Hylas and the Nymphs» del 1896 (vedi sopra), di John William Waterhouse, artista britannico preraffaellita, lasciando al suo posto uno spazio vuoto (vedi sotto).  Secondo lei, infatti: “Le ninfe a mollo nell’acqua, che rapiscono Ila (il bellissimo giovane della mitologia greca, prediletto di Eracle) in epoca di #MeToo (la campagna contro le molestie sessuali diventata virale) possono anche essere viste come una fantasia erotica inadatta e offensiva per il pubblico moderno“. (Antonella De Gregorio, Corriere.it) Comprensibilmente basita la reazione del pubblico, che ha subito riempito la parete di Post-it di protesta contro quella che viene definita una auto-censura “talebana”.

Eccesso di zelo, o cos’altro? Dal canto suo, Clare Gannaway si è difesa spiegando che l’obiettivo della rimozione non era quello di censurare alcunché, ma solo di “provocare il dibattito“. Il dipinto è stato poi rimesso al proprio posto. Che si trattasse o meno di un’abile strategia di marketing, la mossa della Gannaway un’obiettivo lo ha comunque raggiunto: provocare il dibattito su di sé.

A pensarla diversamente da lei non è soltanto il pubblico. «Dissente l’artista Michael Browne: «È un preoccupante tentativo di cancellare il passato. E non mi piace che qualcuno stabilisca cosa è giusto vedere e cosa no». Cathy Feely, docente di storia dell’arte alla Derby University, definisce l’opera di Waterhouse «un gioiello» e porta i suoi studenti a vederla «proprio affinché capiscano l’attitudine vittoriana verso il sesso». E la polemica rimbalza, oltre che su tutti i giornali e sulla Bbc, anche sui social media: qualcuno posta su Facebook un quadro della stessa scena di ninfe nude e giovane uomo, ma dipinto da una donna, Henrietta Rae, come per dimostrare che il machismo non c’entra. » (Enrico Franceschini – la Repubblica, 3 febbraio 2018)

Sulla questione Ian Buruma scrive: «Se dovessimo eliminare da musei e gallerie le opere degli artisti di cui disapproviamo la condotta, finiremmo con il depauperare importanti collezioni. Rembrandt maltrattava l’amante in modo crudele. Picasso si comportava da bruto con le mogli. Caravaggio concupiva giovanotti ed era un assassino. Per non parlare della letteratura: Céline era un feroce antisemita. William Burroughs in preda all’alcol sparò alla moglie, uccidendola. E i registi? Erich von Stroheim girò per proprio piacere scene di orge e Charlie Chaplin aveva un debole per le giovanissime. C’è poi il caso di Woody Allen: accusato (ma mai condannato) di aver molestato la figlia adottiva di sette anni.»

Gli esempi di censura (tentata o riuscita) nella storia della cultura sono davvero innumerevoli: dall’Indice dei libri proibiti all’Arte degenerata nonché i cosiddetti Bücherverbrennungen (in italiano: “roghi di libri“) di hitleriana memoria; dalla Lolita di Nabokov all’Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (il film venne ritirato e i negativi addirittura distrutti con furore da inquisizione). Più di recente, lo scorso anno una petizione online ha chiesto al Metropolitan Museum di New York di rimuovere il famoso quadro di Balthus ( Thérèse Dreaming, 1938)  che ritrae un’adolescente seduta scompostamente su una sedia con gli slip in vista (vedi sotto). Vi è infatti chi scorge in quell’opera una sorta di istigazione alla pedofilia o una “oggettivazione dei bambini” — così come hanno fatto gli ottomila firmatari della petizione. E così via.

Oscar Wilde diceva che non esistono libri immorali, ma solo scritti bene o male. Nelle società democratiche, la stessa considerazione dovrebbe valere per tutte le manifestazioni artistiche. Ma non è affatto così. Ci domandiamo allora: per quale motivo questo NON succede quasi mai?

Stephen King ha scritto: «Leggere a tavola è considerato maleducato nella buona società, ma se volete aver successo come scrittore, l’educazione deve essere almeno al secondo posto nella vostra scala delle priorità. Al gradino più basso è bene che stia la buona società e ciò che si aspetta da voi. Se intendete scrivere in totale onestà, i vostri giorni come membro  della buona società sono comunque contati. (…)

Il fine della fiction è di trovare la verità dentro  la ragnatela di bugie della storia, non di macchiarsi di disonestà intellettuale andando a caccia di soldi. E poi, miei cari amici, non funziona. (…)

Il mondo è popolato da aspiranti censori e, sotto sotto, mirano tutti alla stessa cosa: vogliono che voi vediate il mondo come lo vedono loro… o che almeno teniate la bocca chiusa su quello che vedete voi e che se ne discosta. Sono tutti agenti dello status quo. Non necessariamente gentaglia, ma gente pericolosa, se per caso credete nella libertà intellettuale.» (da On Writing – Frassinelli, 2015)

E’ di questo che stiamo trattando qui. Ogni desiderio di censura manifesta in fondo lo stesso desiderio: la perenne, eterna volontà di controllo da parte di chi detiene (o ritiene di detenere) il potere sufficiente ad imporre le proprie idee sul comportamento, sui pensieri e sulla volontà altrui. Per di più: «il potere dà facilmente alla testa e induce a pensare di avere un controllo personale sugli eventi che va ben al di là del reale. Questa osservazione che molti hanno fatto in modo informale, trova ora il sostengono di una ricerca sperimentale condotta da psicologi della Stanford Graduate School of Business, della London Business School e della Northwestern University, che pubblicano i loro risultati sulla rivista “Psychological Science”, rivista della Association for Psychological Science.»  (le Scienze.it)

È difficile immaginare di poter apprezzare opere che legittimino l’abuso sui minori, l’odio razziale o la tortura. Ma così come non dovremmo condannare un’opera sulla base della condotta dell’artista, occorrerebbe essere cauti quando si applicano all’espressione artistica le norme della rispettabilità sociale. Alcune opere vengono create con l’obiettivo di provocare. Nelle creazioni frutto dell’immaginazione è lecito esprimere ciò che nella vita non si farebbe mai. Se accordassimo solo a soggetti rispettabili la facoltà di esprimersi artisticamente ci troveremmo circondati da un kitsch moralistico: esattamente il tipo di arte che i governanti degli Stati autoritari amano promuovere in pubblico mentre in privato si abbandonano ad azioni peggiori di quelle che la maggioranza degli artisti ama solo immaginare.

Scrive Roberta Scorranese su “la Lettura” dell’11 febbraio 2018: «Ora, nei Preraffaelliti la donna è quasi sempre fatale, un po’ ninfa e un po’ dimonia: che si fa, si chiedono i critici, li rimuoviamo tutti? E giacché ci siamo, ironizza il «Guardian», perché non censuriamo anche Picasso? Già fatto: tre anni fa la Fox mandò in onda una riproduzione di Les Femmes d’Alger oscurandone i seni. E potremmo arrivare fino a noi, in Italia, magari blindando le pitture erotiche di Pompei. O coprendo le statue delle dee nei Musei Capitolini di Roma… Alt, già fatto anche questo: due anni fa in occasione della visita del presidente iraniano Rouhani.»

Proprio così, su questo tema tutto è già stato proposto e molto (sempre troppo) di quanto proposto  è stato anche messo in atto da sistemi di potere di ogni genere, i quali sono sempre interessati prima di tutto alla propria tutela. E su questo c’è davvero poco da scherzare:

«Ma se la presenza di donne sigillate da capo a piedi su un vialone di Teheran urtasse la mia, di suscettibilità? Non credo che, per rispetto nei miei confronti, gli ayatollah consentirebbero loro di mettersi la minigonna. Sarei curioso di sapere come funziona la sensibilità a corrente alternata del signor Rohani (le tette di marmo lo sconvolgono e i gay condannati a morte nel suo Paese no?) e di sentire cosa penserebbe mia nonna di questa ennesima arlecchinata italica: quando ero bambino mi insegnò che il primo modo di rispettare gli altri è non mancare di rispetto a se stessi.» (Massimo Gramellini – La Stampa, 27 gennaio 2016)

Il brano di Brunori Sas – “Secondo me”  è tratto dall’album “A casa tutto bene(2017)