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Tag: Burocrazia

Non è colpa di nessuno

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Così come “David Copperfield“,  “La piccola Dorrit” è uno dei romanzi più autobiografici di Charles Dickens. Mentre però nel “Copperfield” l’autobiografismo è cercato soprattutto nella descrizione del protagonista-ragazzino in quanto “persona” (lo stesso David), in “Little Dorritt” invece i riferimenti  sembrano puntare di più sul contesto sociopolitico, nonché su quello architettonico e urbanistico londinese.

L’assoluto protagonista “ambientale” del romanzo è comunque senza dubbio la prigione di Marshalsea, la quale, come Dickens sapeva bene, è realmente esistita. In questa prigione venivano infatti reclusi coloro che non avevano assolto il dovere di pagare i debiti. Costoro rimanevano imprigionati fino a quando non fossero riusciti a saldare il dovuto. Oggi della prigione di Marshalsea rimane a Londra solamente la memoria “affidata al nome delle strade della zona, tra cui spiccano Marshalsea Road e Dorrit Street” (Carlo Pagetti), però esisteva fin dal XIV secolo, ed era situata nel quartiere di Southwark, a sud del Tamigi, finché nel 1842 ne fu decretata la chiusura.

John Dickens, padre dello scrittore allora dodicenne, vi venne rinchiuso nel 1824 per circa quattro mesi in quanto debitore insolvente. La famiglia lo seguì in carcere, con l’eccezione di Charles che venne mandato a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe. La terribile esperienza familiare segnò per sempre il carattere di Charles Dickens, che poi ne proiettò la triste esperienza nella rappresentazione di molti suoi personaggi.

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E’ noto d’altra parte che non pochi detrattori del nostro autore considerano molti suoi personaggi eccessivamente caricaturali, a volte macchiettistici, eccessivi e quindi complessivamente  irreali. A queste osservazioni critiche ha però più volte risposto lo stesso Dickens, come ad esempio nella prefazione al “Martin Chuzzlewit“, dove scrive:

 “Ciò che è esagerazione per un certo tipo di mentalità e per una serie di percezioni , è pura verità per altre. Colui che è comunemente chiamato presbite percepisce in prospettiva innumerevoli particolari e punti di riferimento inesistenti per un miope. Io mi domando a volte se, in certi casi, non possa esservi una differenza di questo genere tra taluni scrittori e taluni lettori; se sia sempre lo scrittore a colorare troppo intensamente o se di tanto in tanto non sia il lettore ad avere un po’ offuscata la percezione dei colori.

Su questo argomento dell’esagerazione ho un’esperienza concreta più curiosa delle riflessioni appena esposte. eccola: non ho mai copiato esattamente dal vero un personaggio senza che qualche duplicato di quel personaggio mi domandasse incredulo: “Andiamo, mi è mai realmente accaduto di conoscere un individuo simile?”.

Se è vero che nello svolgimento degli avvenimenti romanzati “La piccola Dorrit” riflette alcune delle sue tristi esperienze giovanili, ritengo comunque che la rappresentazione tipologica del personaggio più geniale e interessante del romanzo non sia tanto quella di una persona, quanto di una fantomatica istituzione denominata “Ufficio delle Circonlocuzioni”. Il quale ufficio ovviamente non esiste, però al tempo stesso esiste. Eccome se esiste: si tratta infatti della rappresentazione parodistica dell’apparato burocratico statale: “…l’attacco più devastante condotto da Dickens contro il sistema legislativo vigente negli anni Cinquanta dell’ottocento riguarda la pubblica amministrazione, così come essa è rappresentata, nella inefficienza e in tutta la sua arroganza, nel Circomlocution Office.” (Carlo Pagetti)

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Ecco come questo ufficio viene descritto dall’autore:”Metteva il naso dappertutto, nelle grandi questioni come nelle piccole. Senza il placet di quel dicastero era impossibile provare il più evidente diritto o raddrizzare il torto più sfacciato. Se si fosse scoperta una nuova Congiura delle Polveri mezz’ora prima che appiccassero il fuoco alla miccia, nessuno avrebbe potuto salvare il Palazzo del Parlamento senza riunire almeno venti Consigli, riempire casse di verbali e sacchi di memoriali e un intero sotterraneo di corrispondenza sgrammaticata.

Codesto glorioso istituto era sorto quando gli uomini di Stato avevano scoperto quanto fosse difficile governare il paese; era stato il primo a studiare l’essenza di questa sublime rivelazione e a estenderne la brillante influenza su tutta la procedura ufficiale. Qualunque cosa ci fosse da fare, l’Ufficio delle Circonlocuzioni era alla testa di tutti gli altri uffici pubblici nello scovare il modo di non farla.

Attraverso questa delicata percezione, il tatto con cui ne faceva uso invariabilmente, e la genialità che vi applicava, l’Ufficio delle Circonlocuzioni era arrivato a superare tutti gli altri dicasteri, e la situazione pubblica era diventata… quella che era.”

Non sappiamo se qualche duplicato di burocrate circonlocutore abbia mai domandato incredulo:“Andiamo, mi è mai realmente accaduto di conoscere un istituto simile?”.  Scommetterei di sì. Tuttavia, come osserva Edmund Wilson, il bersaglio della denuncia di Dickens era “la borghesia piena di sé e moraleggiante che aveva fatto un progresso così rapido in Inghilterra ed era scesa come uno spegnitoio sui fuochi allegri della vita inglese: sulla spontaneità e allegria, sulla franchezza e sull’indipendenza, quelle istintive virtù che Dickens ammirava e nelle quali aveva fede. Il nuovo tempo aveva portato delle nuove specie di virtù per ricoprire i floridi vizi dell’avarizia gelida e dello sfruttamento feroce; e queste virtù Dickens le detestava.

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Come sempre è successo, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ieri come oggi, lo scopo dell’Ufficio era di confermare il più possibile lo status quo, perciò ancora una volta di tutelare “i vizi privati e le pubbliche virtù”. I vizi pubblici vanno tenuti ben nascosti; per questo preciso scopo strategico si creano e si proteggono tatticamente determinate rispettabilissime istituzioni a ciò funzionali. Che pian piano iniziano a tutelare sé stesse, divengono autoreferenziali, parassitarie e irriformabili mediante le normali procedure democratiche proprio per il fatto di conoscerle e padroneggiarle meglio di chiunque altro.

Tant’é, questa la sua denuncia. Purtroppo Dickens cambiò poi all’ultimo momento il titolo del romanzo, abbandonando la scelta precedente, che era “Nobody’s Fault”, cioè “Non è colpa di nessuno”. Forse questo sarebbe stato al tempo stesso un titolo più adatto, un modo più efficace per alludere al dovere di ciascuno di assumersi le proprie responsabilità, da un lato; di denunciare il dominio incontrastato della pubblica ipocrisia nei meccanismi sociali, dall’altro. Come dire: “Così fan tutti? Non per questo è meno sbagliato.”

(La trasposizione televisiva di “Little Dorrit” a cura della BBC ha vinto sette Emmy – immagini tratte dalla miniserie TV)

Burocrazie e corruzione

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Allacciandomi al post precedente (Sotto la divisa niente?), riporto di seguito un testo di Antonio Gramsci, ripreso da “Odio gli indifferenti” (Chiarelettere, 2016). Esso fu pubblicato originariamente nel marzo 1918 con il titolo “Il nostro punto di vista” e fa riferimento al cosiddetto “scandalo dei cascami”: “Con scandalo dei cascami Gramsci si riferisce al contrabbando dei residui (“i cascami”) di seta e cotone utilizzati nella fabbricazione dei sacchetti per la polvere da sparo. Da una denuncia di un deputato repubblicano nel 1918 si sviluppò un’inchiesta in cui furono coinvolti diversi grandi industriali italiani.”

Interessa qui rilevare come le responsabilità della burocrazia rispetto all’imperante cultura corruttiva in Italia siano pesantissime, oggi come ieri. Le radici “culturali” di questa malapianta affondano purtroppo da molto tempo nell’humus fertile e accogliente di cui è composto il terreno alla base della nostra società.

Scrive Gramsci:

“Il capitalismo sfrutta e specula – deve speculare e sfruttare, pena la sua rovina – sempre, in tempo di guerra e in tempo di pace. Il capitalismo cerca sbocchi alle sue merci e guadagni ai suoi azionisti, come può e dove può. È la sua natura, la sua missione, il suo destino. Gli italiani vendono ai tedeschi, gli austriaci avranno venduto ai francesi, gli inglesi avranno venduto ai turchi. Il capitalismo è internazionale e l’Italia non è peggiore degli altri Stati”. Gramsci mette le cose in chiaro, si dichiara assolutamente estraneo a un tipo di pensiero generalizzante in cui “le responsabilità vengono talmente estese e diluite, che invero nessuno sarebbe più responsabile; gli arrestati dovrebbero essere immediatamente rilasciati, e dovrebbe essere arrestato il signor Capitalismo, vagabondo senza fissa dimora, trovandosi egli contemporaneamente un po’ in tutti i paesi del mondo”.

“I socialisti nel fare la storia, o la cronaca (sia pure dei tribunali), rifuggono dalle astrazioni e dagli indistinti generici. Essi sostengono sì che esiste nella società capitalistica una tendenza generale al mal fare, ma non perciò confondono le responsabilità sociali con quelle individuali. La produzione borghese può diventare speculazione, truffa, illusionismo, ma la sua missione, il suo destino non è di truffare: è di accrescere la ricchezza, di dare incremento alla somma dei beni sociali. Noi non abbiamo la visione teologica della società, in cui all’Iddio onnipotente, onnipresente e onnisciente dei cattolici si sostituisce una divinità astratta equivalente.
Per essa diventa inutile la ricerca, è inutile lo studio dei fatti e della storia, è inutile la disamina dei costumi: tutto è uguale dappertutto, perché dappertutto c’è il capitalismo e non si muove foglia che il capitalismo non voglia. Questo astrattismo fatalista non è non può essere affatto il nostro punto di vista, perché è fuori della realtà effettiva. Nella realtà effettiva il Capitalismo è lo Stato borghese, che si concreta nelle leggi, nell’amministrazione burocratica, nei poteri esecutivi. E questi, a loro volta, si concretano in singoli individui che vivono, vestono panni, possono essere mascalzoni o galantuomini. Anche le leggi, il Codice penale, sono attività capitalistica, ed essi puniscono i contrabbandieri dei cascami, ciò che significa costoro essere non capitalisti puri e semplici, ma capitalisti, uomini che hanno operato perversamente.
E il nostro punto di vista è questo: nell’organizzazione borghese della società italiana ci sono degli istituti di controllo che non funzionano, danneggiando così la produzione capitalistica genuina, poiché hanno lasciato che dei perversi, dei criminali continuassero nella loro attività più di quanto è presumibile un’azione losca possa rimanere ignorata. Ciò significa che l’organizzazione borghese italiana è cattiva anche capitalisticamente.
Il proletariato ha il compito specifico di premere continuamente sull’ordinamento attuale perché esso si rinnovi e diventi sempre più favorevole alla produzione, all’incremento della ricchezza: deve premere perché della borghesia si affermino solo quei ceti e quegli individui che, con la loro attività capitalisticamente onesta, rendano le condizioni meccaniche e naturali della vita sociale più adatte a un trapasso di classe al potere. Perciò i socialisti vogliono che gli istituti di controllo statale siano competenti ed esercitino effettivamente il loro ufficio. Solo i socialisti possono volere ciò, perché disinteressati, perché fuori della geèna degli affari. Ed essi non si possono accontentare delle astrattezze, delle responsabilità generiche. Nel fatto esiste la burocrazia che doveva controllare l’attività commerciale degli industriali dei cascami, e il potere esecutivo che doveva provvedere a impedire la speculazione. Cosa ha fatto la burocrazia? Ha compiuto il suo dovere? E, caso mai, perché non l’ha compiuto? La ricerca deve essere fatta, le responsabilità devono venire assodate. Gli incapaci, i malversatori devono venire eliminati. È una prova del fuoco per il regime: perché solo dimostrando di essere sempre capace di adempiere al suo compito sociale, esso si regge. Ma se nessuno lo obbliga a continuamente superare la prova, esso si perpetuerà tra l’indifferenza di tutti, che si sollazzeranno a parlare di Capitalismo senza la volontà del quale non si muove foglia.

Gramsci verrà arrestato l’8 novembre 1926 in dispregio dell’immunità parlamentare.

Sotto la divisa niente?

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Scrive Francesco De Sanctis nella sua “Storia della letteratura italiana” che per l’Italia “il 1815  è una data memorabile, come quella del Concilio di Trento”. Com’è noto, l’Italia arrivò al Congresso di Vienna (novembre 1814 – giugno 1815) priva di reale potere politico (Metternich: “L’Italia non è che una espressione geografica“) e fu quindi costretta a subire le volontà e gli interessi delle nazioni più forti. Il congresso segnò l’inizio di quel periodo storico conosciuto come Restaurazione, i cui princìpi erano tesi al ripristino della situazione precedente l’era napoleonica.

“La burocrazia interessava alla conservazione dello stato la borghesia, che si dava alla ‘caccia degli impieghi’, e centralizzando gli affari sopprimeva ogni libertà e movimento locale, e teneva nella sua dipendenza province e comuni. Una moltitudine d’impiegati invasero lo stato, come cavallette, ciascuno esercitando per suo conto una parte del potere assoluto, di cui era istrumento.”

Quasi tre secoli prima, Machiavelli giudicava con serietà uomini e cose italiane, papato o principi che fossero. “Essendo l’Italia in quella corruttela, Machiavelli invoca un redentore, un principe italiano, che come Teseo o Ciro o Mosè o Romolo la riordini (…) Machiavelli combatte la corruttela italiana, e non dispera del suo paese. Ha le illusioni di un nobile cuore”. Poi c’è Guicciardini, di pochi anni più giovane di Machiavelli, che “ammette anche lui questi fini, ma li ammette sub conditione, a patto che sieno conciliabili col tuo particolare, come dice, cioè col tuo interesse personale (..) Nel Guicciardini comparisce una generazione già rassegnata. Non ha illusioni. E perché non vede rimedio a quella corruttela, vi si avvolge egli pure, e ne fa la sua saviezza e la sua aureola. I suoi Ricordi sono la corruttela italiana codificata e innalzata a regola di vita.” Il dio del Guicciardini è il suo particolare (…). Non rimane sulla scena del mondo che l’individuo”.

Veniamo ai giorni nostri. Mettiamo i seguenti ingredienti in una capace casseruola a forma di stivale: burocrazia, ipocrisia, egocentrismo, egoismo, individualismo, particolarismo, narcisismo, corruzione, furbizia consociativa, corporativismi politici  e professionali “di finti diversi e di veri complici” (Michele Serra), sale e pepe quanto basta. Mescoliamo il tutto, cuciniamo  e inforniamo in un ambiente globalizzato e incontrollato. Cosa otteniamo? Un’indigesto e amaro piatto pieno soprattutto di rassegnazione e disillusione.

Il dio del Guicciardini è il suo particolare (…) Tutti gli ideali scompariscono. Ogni vincolo morale, politico, che tiene insieme un popolo è spezzato. Non rimane sulla scena del mondo che l’individuo. Ciascuno per sè, verso e contro tutti.” Ecco: finchè non si comincia a smontare pezzo per pezzo questa indigeribile miscela di ingredienti non sarà possibile combattere la devastante corruzione che ancora una volta sta devastando l’Italia.

Non si può più nascondere il fatto che la vera maschera della pervasiva e radicata corruzione italiana è la burocrazia. Questo non significa che sotto ogni funzionario si nasconda un disonesto. Tutt’altro. Ma non nascondiamoci il dato di fatto che in tutti gli ambienti sociali esistono veri e propri “sistemi” criminali. Tanto più pericolosi quanto la loro facciata è “rispettabile e legalizzata”. Anche il comune cittadino non ne è immune, anzi, verrebbe da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina… Non vi è alcuna congiura, ma agiscono ovunque dei meccanismi, non previsti dalle leggi e dai regolamenti (anzi, malgrado le une e gli altri), che nei fatti garantiscono l’impunità a chi “esercita per suo conto una parte del potere assoluto” di cui dovrebbe essere solo strumento. Essi si basano su una fitta rete di connivenze omertose che, attraverso la segretezza, conduce al sistematico mancato accertamento dei casi e al loro occultamento. Anche chi finge di non vedere ne è complice e responsabile.

Se un vigile urbano, per fare un piccolo e banale esempio, si mostra offeso personalmente da una nostra infrazione stradale (“E allora io che ci sto fare qui?!?”), significa che sotto la divisa si nasconde un burocrate teso a rivendicare innanzitutto il proprio ruolo personale. Afferma sé stesso, non la sua funzione. Si tratta di un Guicciardini individuale e nient’altro. Se invece il vigile si limiterà a comminarci la meritata sanzione, magari spiegandoci – severo ma cortese – i motivi della multa, possiamo dire che sotto la divisa abbiamo un uomo. Un cittadino. Un essere sociale. Un Machiavelli. Solo così ricominceremo a respirare aria fresca: sbirciando sotto la divisa da parata della burocrazia. Consapevoli che non sarà affatto un bello spettacolo. Ma da questo pantano non si uscirà senza prima combattere il Guicciardini che c’è in tutti noi.

 

 

Burocrazia criminale

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Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno, di Eyal Sivan, produzione francese del 1999, è un documentario sul processo di primo grado al tenente colonnello Otto Adolph Eichmann.

Le immagini sono integralmente tratte dalle riprese originali effettuate dal regista americano Leo H. Hurwitz, che aveva nascosto quattro telecamere dietro finte pareti. Esperto in questioni ebraiche e responsabile dell’emigrazione coatta prima, e dell’evacuazione forzata dal ’41 al ’45, venne rapito dai servizi segreti israeliani a Buenos Aires nel ‘60, dove si era rifugiato dopo la guerra. Il maggior responsabile dello sterminio di 6 milioni di ebrei (calcolo desunto dai verbali minuziosamente redatti dai burocrati della morte dei vari universi concentrazionari) era stato catturato dopo 15 anni di ricerche forsennate e per lungo tempo infruttuose. Il rito venne celebrato nel ‘61, nella Casa del Popolo di Gerusalemme. Il 31 maggio 1962, Eichmann veniva condotto alla forca. Scritto da Eyal Sivan e Rony Brauman, il film si ispira a La banalità del male di Hannah Arendt, che assistette al dibattimento in aula, quale inviata del New Yorker. Il dibattimento si è svolto in lingua ebraica con traduzione simultanea. Il film è quindi sottotitolato in italiano. Mi sono appuntato alcuni dei dialoghi che più mi hanno colpito. Essi non sono direttamente consequenziali, eccoli.

Un testimone: “Il tenente colonnello Eichmann prese la direzione dell’ufficio centrale per l’emigrazione degli ebrei (…) Era una persona molto posata“.

Domande del P.M.: “E’ esatto che lei ha dichiarato che il suo lavoro in Austria è quello che le ha dato più soddisfazioni e le ha fatto assaporare la gioia della creatività? In pratica il suo lavoro in Austria consisteva nell’espellere gli ebrei.”

Per tutto ciò che riguarda queste emigrazioni forzate, agli occhi dei suoi superiori lei era considerato un qualificato specialista. (…) E’ per questo che lei veniva chiamato ‘lo specialista’?”

Risposta: “Sì, avevo acquisito esperienza in materia” (…)

Ricevevo degli ordini, che la gente venisse uccisa o no, gli ordini dovevano essere eseguiti secondo la procedura amministrativa. Io ero responsabile di una piccola parte delle operazioni. Altri settori si facevano carico delle partenze dei trasporti”. (…)

La Corte: “Allora era inconcepibile che qualcuno fosse in grado di accettare le conseguenze di un rifiuto di obbedienza alle autorità?

Risposta: “Si viveva in un’epoca di crimine legalizzato dallo Stato. La responsabilità era di coloro che davano gli ordini”. (…)

La Corte: “E’ ciò che pensa lei, che si definisce un idealista, uno in grado di eseguire al meglio gli ordini che venivano dall’alto?

Risposta: “Io sentivo che la mia adesione al nazionalismo che veniva predicato significava fare il mio dovere secondo il mio giuramento. Questa era la mia interpretazione. Oggi sono cosciente che qualsiasi nazionalismo condotto all’estremo porta ad un egoismo brutale e da questo si arriva presto al radicalismo.” (…)

La Corte: “Questi Consigli Ebraici in quanto strumenti della politica tedesca nei confronti degli ebrei, facilitavano considerevolmente l’applicazione di misure contro di loro ed erano un risparmio importante del personale sia di polizia che di funzionari civili. Ciò fu possibile ingannando le vittime, facilitando il lavoro, facendo lavorare gli stessi ebrei, affidando a loro l’incarico del proprio sterminio.”

Risposta: “Sì. è vero.” (…)

Eichmann:”… dovevo recarmi nuovamente a Lublino. Dovevo portare una lettera al generale Globcnik nella quale gli veniva affidato il potere e l’autorizzazione di uccidere 150.000 o 200.000 ebrei. Ricordo ancora di aver sentito dire che Globcnik aveva  avuto la curiosa idea di farsi rilasciare, a fatto compiuto (non è chiaro cosa chiedesse, forse una liberatoria, ndt). Sembra l’avesse richiesto. E mi ricordo ancora che, quando attraversai Lemberg in auto, in periferia, vidi una cosa che non avevo mai visto, una fontana di sangue. Passai vicino al luogo dove poco prima erano stati fucilati degli ebrei e dove probabilmente sotto la pressione del gas, il sangue sprizzava fuori dalla terra come una fontana.” (…)

Dopo aver ammesso di considerare lo sterminio del popolo ebraico uno dei più orrendi crimini compiuti dall’umanità, Eichmann afferma: “Per concludere, già allora pensavo che questa soluzione estrema non fosse giustificata. La consideravo un atto mostruoso. Ma ero legato al mio giuramento di obbedienza e dovevo occuparmi nel mio settore dell’organizzazione dei trasporti. Non ero sciolto dal mio giuramento, quindi non mi sento responsabile nel profondo di me stesso e mi sento liberato da ogni colpa. Ero sollevato per non aver avuto nulla a che fare con lo sterminio fisico. Nulla a che fare. Ero fin troppo occupato dal lavoro che mi avevano affidato. Ero capace e svolgevo il mio lavoro su una scrivania, facevo il mio dovere conformemente agli ordini. Non ho mai avuto rimproveri per non aver compiuto il mio dovere o di aver mancato in qualcosa nel fare il mio dovere. E, ancora una volta, oggi, lo voglio ripetere”. Queste sono le ultime parole che Eichmann proferisce in Uno specialista,

 

 

Burocrati

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Max Weber (1864 – 192o) ha delineato il modello tipico e ideale della burocrazia in Economia e società, testo uscito postumo nel 1922. Egli spiega che la burocrazia è legata all’affermarsi del capitalismo industriale e si basa su alcuni principi molto precisi: 1) Divisione del lavoro rigidamente determinata da norme e definizione delle qualificazioni (leggi e regolamenti); 2) Gerarchia degli uffici, che determina gli ambiti di autorità e i flussi di comunicazione (sistema rigido di subordinazione, con poteri di verifica e controllo); 3) Impersonalita’ delle relazioni, che evita interferenze di sentimenti nell’assolvimento dei doveri (trattamento imparziale); 4) Il lavoro come professione  e carriera, fondate rispettivamente sulla qualificazione e su prestazioni e grado di anzianità (minuziosa preparazione specializzata del burocrate, che gli conferisce enorme potere); 5) Un sistema di regole generali che governano ogni azione e decisione. Tali regole costituiscono la base di una competenza di tipo specialistico. Secondo Weber, la superiorità tecnica della burocrazia rispetto ai modelli organizzativi preindustriali, è determinata dal fatto che: A) La rigida definizione di diritti e doveri e la gerarchia permettono una maggiore rapidita di risposta; B) Il ricorso a regole scritte e rigide assicura precisione, uniformità, prevedibilità; C) Il coordinamento e’ agevolato dal ricorso a regole; D) La divisione del lavoro consente lo sfruttamento di economie di specializzazione.

Come però scrisse lo stesso Weber, “ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Nella misura in cui ne è capace nasconde le sue informazioni e le sue azioni allo scrutinio critico.” Un effetto collaterale è che quando si crea una burocrazia è quasi impossibile sbarazzarsene. Infatti.

Il sociologo statunitense Robert King Merton (1910 – 2003) molto conosciuto per aver coniato espressioni come “profezia che si autoavvera”, ha criticato Weber ed elencato le disfunzioni della burocrazia: 1) Rigidita’ di comportamento (incapacita addestrata). L’indottrinamento dei burocrati al rispetto assoluto delle regole provoca totale mancanza di flessibilità nella loro applicazione; 2)  Riduzione della ricerca di nuove soluzioni; 3) Interiorizzazione delle norme, che divengono un fine in se’ (ritualismo); si perde di vista l’obiettivo originario; 4) Prevalere della necessita’ di rendere difendibile la propria azione rispetto ad altre priorita’.

Alvin Ward Gouldner (1920 – 1980) sociologo e accademico statunitense, ha descritto “il circolo vizioso della burocrazia”: le norme nascondono le relazioni di potere e diminuiscono la tensione tra dipendenti e superiori; le norme spesso stabiliscono un rendimento minimo, con la tacita aspettativa che il rendimento effettivo sia superiore; progressivamente il minimo diventa lo standard il che provoca l’intervento diretto dei capi; questo aumenta la tensione e induce il ricorso a ulteriori norme. Il risultato e’ la proliferazione di norme che non aiutano la produttività, ma che hanno l’unica funzione latente di conservare l’apatia.

Michel Crozier (1922 -2013) sociologo francese, parla delle disfunzioni burocratiche che sono conseguenza di razionali strategie di lotte di potere (variabile strategica considerata finora marginalmente) all’interno delle organizzazioni. Secondo Crozier, la burocratizzazione favorisce la centralizzazione delle decisioni. Ciò porta a privilegiare i problemi politici interni a danno del necessario adattamento all’ambiente. Inoltre la centralizzazione delle decisioni, se conduce ad eliminare l’arbitrio e la discrezionalità, conduce ad una maggior rigidità.

Si potrebbe continuare con gli studi sociologici, ma sul Corriere di ieri Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato questa “Circolare delle circolari”:

Circolare n. 44. Oggetto: circolazione circolari. Sono state presentate alcune rimostranze da parte di genitori dell’alberghiero e dei loro rappresentanza (sic!) riguarda (sic!) la mancata circolazione di alcune circolari. Si raccomanda di far circolare per le classi agli (sic!) studenti tutte le circolari e di farle ricircolare per le classi uscite prima (sic!). Si raccomando (sic!) di mantenere un flusso continuo di circolazione e di ricircolazione delle circolari anche con l’ausilio attivo e fattivo all’ (sic!) istituto alberghiero degli studenti di accoglienza turistica» . Galli della Loggia aggiunge:  “Sono pronto a fornire in privato a chi ne avesse interesse l’indicazione del nome e cognome del dirigente scolastico che ha redatto e firmato questo testo ufficiale di una scuola della Repubblica italiana.”

A questo punto credo che un piccolo dubbio dovrebbe venire perfino all’ultimo dei mille brontosauri annidati nei gangli vitali della struttura gestionale e amministrativa del nostro paese. Per poi dimenticarlo subito dopo, è ovvio.

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