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Tag: Capitalismo

Burocrazie e corruzione

corruption

Allacciandomi al post precedente (Sotto la divisa niente?), riporto di seguito un testo di Antonio Gramsci, ripreso da “Odio gli indifferenti” (Chiarelettere, 2016). Esso fu pubblicato originariamente nel marzo 1918 con il titolo “Il nostro punto di vista” e fa riferimento al cosiddetto “scandalo dei cascami”: “Con scandalo dei cascami Gramsci si riferisce al contrabbando dei residui (“i cascami”) di seta e cotone utilizzati nella fabbricazione dei sacchetti per la polvere da sparo. Da una denuncia di un deputato repubblicano nel 1918 si sviluppò un’inchiesta in cui furono coinvolti diversi grandi industriali italiani.”

Interessa qui rilevare come le responsabilità della burocrazia rispetto all’imperante cultura corruttiva in Italia siano pesantissime, oggi come ieri. Le radici “culturali” di questa malapianta affondano purtroppo da molto tempo nell’humus fertile e accogliente di cui è composto il terreno alla base della nostra società.

Scrive Gramsci:

“Il capitalismo sfrutta e specula – deve speculare e sfruttare, pena la sua rovina – sempre, in tempo di guerra e in tempo di pace. Il capitalismo cerca sbocchi alle sue merci e guadagni ai suoi azionisti, come può e dove può. È la sua natura, la sua missione, il suo destino. Gli italiani vendono ai tedeschi, gli austriaci avranno venduto ai francesi, gli inglesi avranno venduto ai turchi. Il capitalismo è internazionale e l’Italia non è peggiore degli altri Stati”. Gramsci mette le cose in chiaro, si dichiara assolutamente estraneo a un tipo di pensiero generalizzante in cui “le responsabilità vengono talmente estese e diluite, che invero nessuno sarebbe più responsabile; gli arrestati dovrebbero essere immediatamente rilasciati, e dovrebbe essere arrestato il signor Capitalismo, vagabondo senza fissa dimora, trovandosi egli contemporaneamente un po’ in tutti i paesi del mondo”.

“I socialisti nel fare la storia, o la cronaca (sia pure dei tribunali), rifuggono dalle astrazioni e dagli indistinti generici. Essi sostengono sì che esiste nella società capitalistica una tendenza generale al mal fare, ma non perciò confondono le responsabilità sociali con quelle individuali. La produzione borghese può diventare speculazione, truffa, illusionismo, ma la sua missione, il suo destino non è di truffare: è di accrescere la ricchezza, di dare incremento alla somma dei beni sociali. Noi non abbiamo la visione teologica della società, in cui all’Iddio onnipotente, onnipresente e onnisciente dei cattolici si sostituisce una divinità astratta equivalente.
Per essa diventa inutile la ricerca, è inutile lo studio dei fatti e della storia, è inutile la disamina dei costumi: tutto è uguale dappertutto, perché dappertutto c’è il capitalismo e non si muove foglia che il capitalismo non voglia. Questo astrattismo fatalista non è non può essere affatto il nostro punto di vista, perché è fuori della realtà effettiva. Nella realtà effettiva il Capitalismo è lo Stato borghese, che si concreta nelle leggi, nell’amministrazione burocratica, nei poteri esecutivi. E questi, a loro volta, si concretano in singoli individui che vivono, vestono panni, possono essere mascalzoni o galantuomini. Anche le leggi, il Codice penale, sono attività capitalistica, ed essi puniscono i contrabbandieri dei cascami, ciò che significa costoro essere non capitalisti puri e semplici, ma capitalisti, uomini che hanno operato perversamente.
E il nostro punto di vista è questo: nell’organizzazione borghese della società italiana ci sono degli istituti di controllo che non funzionano, danneggiando così la produzione capitalistica genuina, poiché hanno lasciato che dei perversi, dei criminali continuassero nella loro attività più di quanto è presumibile un’azione losca possa rimanere ignorata. Ciò significa che l’organizzazione borghese italiana è cattiva anche capitalisticamente.
Il proletariato ha il compito specifico di premere continuamente sull’ordinamento attuale perché esso si rinnovi e diventi sempre più favorevole alla produzione, all’incremento della ricchezza: deve premere perché della borghesia si affermino solo quei ceti e quegli individui che, con la loro attività capitalisticamente onesta, rendano le condizioni meccaniche e naturali della vita sociale più adatte a un trapasso di classe al potere. Perciò i socialisti vogliono che gli istituti di controllo statale siano competenti ed esercitino effettivamente il loro ufficio. Solo i socialisti possono volere ciò, perché disinteressati, perché fuori della geèna degli affari. Ed essi non si possono accontentare delle astrattezze, delle responsabilità generiche. Nel fatto esiste la burocrazia che doveva controllare l’attività commerciale degli industriali dei cascami, e il potere esecutivo che doveva provvedere a impedire la speculazione. Cosa ha fatto la burocrazia? Ha compiuto il suo dovere? E, caso mai, perché non l’ha compiuto? La ricerca deve essere fatta, le responsabilità devono venire assodate. Gli incapaci, i malversatori devono venire eliminati. È una prova del fuoco per il regime: perché solo dimostrando di essere sempre capace di adempiere al suo compito sociale, esso si regge. Ma se nessuno lo obbliga a continuamente superare la prova, esso si perpetuerà tra l’indifferenza di tutti, che si sollazzeranno a parlare di Capitalismo senza la volontà del quale non si muove foglia.

Gramsci verrà arrestato l’8 novembre 1926 in dispregio dell’immunità parlamentare.

Il circolo vizioso dell’oligarchia

disuguaglianza

Inutile negare, sono veramente impressionato dall’attualità del pensiero e dalla genialità culturale di Antonio Gramsci. Credo che questa attualità sia riconosciuta da studiosi di ogni orientamento politico, purché intellettualmente onesti. Svelo quindi oggi un “gioco” che ho attuato finora una sola volta su questo blog, ma che farò più o meno spesso in futuro: alcuni post apparentemente determinati dall’attualità politico-economico-culturale (e dai dibattiti che ne conseguono), in realtà non saranno altro che riproposizioni, fedeli ma non dichiarate, dei suoi scritti, tratti da paragrafi di quella sbalorditiva, geniale (e difficile) miniera intellettuale che sono i suoi “Quaderni del carcere” (Einaudi editore – Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana).

Questa volta però si gioca senza trucco. Cito quindi un articolo sulla stretta attualità politico-economica di Paul Krugman (The New York Review of Books) che commenta un saggio di Robert Reich (Come salvare il capitalismo – Fazi editore, 2015) pubblicato da Internazionale n. 1142:

“… Reich spiega in modo molto convincente che l’aumento della disuguaglianza è in buona sostanza il riflesso di decisioni politiche che avrebbero potuto prendere una direzione completamente diversa. L’accresciuta importanza del potere di mercato è il riflesso di una rinuncia alla legislazione antitrust che appare sempre meno giustificata dai fatti, e in alcuni casi è addirittura il frutto di un brutale esercizio di potere politico per impedire misure antimonopolistiche. (…) Seguendo il suo schema, Reich sostiene che i sindacati non sono tanto una fonte di potere di mercato quanto un esempio di ‘potere di compensazione’ (un’espressione presa da John Kenneth Galbraith) che limita i soprusi dei monopolisti e e di altri soggetti. Se i sindacati non sono soggetti a restrizioni, possono esercitare questo potere attraverso la contrattazione collettiva, non solo in materia di salari, ma anche sulle condizioni di lavoro. In ogni caso, le cause e le conseguenze del declino dei sindacati, come le cause e le conseguenza della crescita del potere monopolistico, sono un ottimo esempio del ruolo della politica nell’aumento della disuguaglianza. Ma perché la politica è andata in questa direzione? Come altri commentatori, Reich sostiene che esiste una specie di circuito di reazione tra potere politico e potere di mercato. Più la ricchezza si concentra in alto, più cresce il suo potere politico grazie ai contributi elettorali, alle attività delle lobby  e alla commistione dei ruoli in un sistema di porte girevoli. Questo peso politico, a sua volta, è usato per riscrivere le regole del gioco – leggi antitrust, deregolamentazione, modifiche al diritto contrattuale, normative antisindacali – in modo da rafforzare la concentrazione del reddito. Ne nasce una spirale, un circolo vizioso dell’oligarchia.”

E ora Gramsci: dal Quaderno 10 (XXXIII) 1932-1935: La filosofia di B. Croce II, par. 15.

Noterelle di economia. (…) L”homo oeconomicus’ è l’astrazione dell’attività economica di una determinata società. Ogni forma sociale ha il suo ‘homo oeconomicus’, cioè una sua attività economica. (…) Tra la struttura economica e lo Stato con la sua legislazione e la sua coercizione sta la società civile, e questa deve essere radicalmente trasformata in concreto e non solo sulla carta della legge e dei libri degli scienziati; lo Stato è lo strumento per adeguare la società civile alla struttura economica, ma occorre che lo Stato ‘voglia’ far ciò, che cioè a guidare lo Stato siano i rappresentanti del mutamento avvenuto nella struttura economica. Aspettare che, per via di propaganda e di persuasione, la società civile si adegui alla nuova struttura, che il vecchio ‘homo oeconomicus’ sparisca senza essere seppellito con tutti gli onori che merita, è una nuova forma di retorica economica, una nuova forma di moralismo economico vacuo e inconcludente.”

Eh già, “occorre che lo Stato ‘voglia’ far ciò” (Gramsci); cioè occorre,  “in buona sostanza il riflesso di decisioni politiche che avrebbero potuto prendere una direzione completamente diversa” (Krugman su Reich). Impressionante l’attualità di Gramsci, ma anche in questo caso la sua verità è sorprendente solo per chi sia ingenuo oppure in malafede.

Niente da aggiungere

Grosz

Riporto alcuni estratti da “La Repubblica di oggi”:

1)  «Io Luigino me lo sento sulla coscienza perché mi sono comportato da impiegato di banca e se fossi stato una persona che rispettava le regole non gli avrei fatto fare quel tipo di investimento». Marcello Benedetti è un ex impiegato della banca Etruria di Civitavecchia. Licenziato un anno fa da quella filiale per un procedimento penale che ha in corso, Marcello ora monta caldaie in giro per la sua città. Il contratto delle obbligazioni acquistate da Luigino D’Angelo, il pensionato che si è tolto la vita per aver perso 110mila euro, porta la sua firma. Benedetti accetta di rilasciare l’intervista a patto che non si sfiori l’inchiesta che lo ha travolto, e che non riguarda i bond subordinati: su questo non può rilasciare dichiarazioni.

Fu lei a “convincere” Luigino ad investire i suoi risparmi in obbligazioni subordinate?

«Sì, Luigino fu uno dei primi clienti della banca a cui proposi questo investimento».

Lo mise al corrente dei reali rischi che correva in questo tipo di operazione?

Gli occhi si inumidiscono. «Firmò il questionario che sottoponevamo a tutti, nel quale c’era scritto che il rischio era minimo per questo tipo di operazione».

Una bugia scritta in un contratto?

«In realtà nelle successive carte che il cliente firmava, era presente la dicitura “alto rischio”, ma quasi nessuno ci faceva caso. Era scritto in un carteggio di 60 fogli».

E voi impiegati non mettevate al corrente i clienti?

«Avevamo l’ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca, settimanalmente eravamo obbligati a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. L’ultimo della lista veniva richiamato pesantemente dal direttore ».

Eravate però perfettamente al corrente di cosa significasse vendere ai vostri clienti delle obbligazioni subordinate, giusto?

«Sì. Ogni anno c’era un aumento del capitale e per farlo dovevamo chiamare tutti i clienti e fargli rivedere azioni, obbligazioni, etc». (…)

(Articolo di Federica Angeli: “Ho Luigi sulla coscienza ma l’ordine di mentire ci arrivava dalla banca – pag. 6)

2) (…) La Federconsumatori di Arezzo annuncia che la prossima settimana presenterà un esposto in procura. «Il collocamento del 2013 è stato fatto in buona fede sperando di salvare la banca» assicura Bertola dal quartiere generale dell’Etruria, vicino all’Autosole e assolve i dipendenti agli sportelli. Fra loro uno racconta: «Eravamo sotto pressione. I dirigenti insistevano, ci facevano anche 2 o 3 telefonate al giorno: le hai vendute? Quante ne hai vendute di subordinate? Credevamo di offrire titoli sicuri, li abbiamo dati anche ad amici e ai parenti. In ufficio facevano la classifica di chi ne vendeva di più: si andava da “sei un mito” a “sei un incapace”. E non avevamo premi di produzione». Si ferma e aggiunge: «Ho visto miei colleghi allo sportello piangere. La nostra credibilità è a pezzi, con quale faccia domani consiglieremo un investimento a un cliente?».

(Articolo di Laura Montanari: E ora nel fortino di Arezzo scatta l’assedio agli sportelli “Chiudiamo anche i conti” – pag. 7)

3) Renzi sente di essere stato trascinato nella bufera suo malgrado e proprio durante la Leopolda, il simbolo del renzismo, che quest’anno doveva diventare l’occasione per rivendicare i successi del governo. «E’ un problema grave ma che dovrebbe ricadere su altri, a cominciare dalle banche, dalle loro colpe», spiega ai suoi collaboratori. Difende il decreto «che ha evitato guai peggiori ai correntisti e all’occupazione», protegge il ministro Maria Elena Boschi nell’occhio del ciclone perché suo padre era vicepresidente di Banca Etruria prima del commissariamento. Ma nessuno qui sottovaluta le conseguenze politiche di una vicenda che ha un fortissimo impatto sociale. Infatti l’esecutivo lavora a un provvedimento, ancora coperto dal segreto, che «riuscirà a raccontare meglio tutta la vicenda degli obbligazionisti».

(Articolo di Goffredo De Marchis: Renzi: “Il caso banche rischia di oscurarci” La Boschi prende tempo – pag. 11)

Agghiacciante: “un provvedimento che riuscirà a raccontare meglio…!” Davvero senza parole.

Anzi no, Roberto Saviano le parole le ha trovate:

Questo governo deve essere criticato con lo stesso rigore con cui abbiamo criticato il governo Berlusconi (…) Perché era giusto sotto Berlusconi chiedere le dimissioni, urlare allo scandalo e all’indecenza ogni volta che qualcosa, a ragione, ci sembrava andare nel verso sbagliato e tracimare nell’autoritarismo? Perché sotto Berlusconi non ci si limitava a distinguere tra responsabilità giuridica e opportunità politica, ma si era giustizialisti sempre? E perché invece oggi noi stessi ieri zelanti siamo indulgenti anche dinanzi a una contraddizione cosi importante e oggettiva? (…) La moglie di Cesare e il padre di Maria Elena Boschi – Il Post ”

(…) «Questo governo deve essere criticato con lo stesso rigore con cui abbiamo criticato il governo Berlusconi», continua lo scrittore. «Per molto meno siamo scesi in piazza. Non possiamo introiettare l’accusa di disfattismo con cui Renzi reagisce alle critiche». Secondo Saviano sulla vicenda restano «troppe opacità» a cui Boschi deve rispondere: «Se resterà al suo posto è solo perché questo è il Paese del conflitto di interessi».
Articolo firmato f.s.: Saviano:“La Boschi deve dimettersi”. – La Repubblica – pag. 9.

Nell’illustrazione: George Grosz – Toads of Property, 1920

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