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Cuore e tenebra

Per Milan Kundera  (ma non solo per lui) lo spirito del romanzo consiste  nello spirito di complessità («Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”» ). Ma non tutti la pensano così.  Ad esempio  Edmondo De Amicis. A quanto pare, per lui lo spirito giusto consisteva nella  semplificazione “educativa”. Almeno a giudicare dal suo celeberrimo libro “Cuore“. Umberto Eco già nel 1962 aveva scritto un “Elogio di Franti” (in Diario Minimo – Bompiani), mentre Natalia Ginzburg  scriveva nel 1970:

«A parte l’affetto, giudicando oggi Cuore trovo che non è per niente un bel libro. È abile e falso. È furbissimo e illustra con efficacia retorica un mondo che, in verità, nella sua sostanza, non è mai esistito se non nei libri. I suoi personaggi non hanno nessuna vita; definiti all’inizio, percorrono fino alla fine il cammino e compiono i gesti che fin dall’inizio ci eravamo aspettati: Garrone è sempre giusto e generoso; Franti è sempre perfido; il muratorino fa sempre il muso di lepre. Vi sono, è vero, alcuni ravvedimenti (…) Ma simili trasformazioni sono in qualche modo prevedibili: la virtù vince il male, il cuore trionfa, la scuola intesa come fucina di buoni sentimenti irradia un fuoco benefico, istruisce al bene. Chi non si ravvede mai, per fortuna, è il perfido Franti». (da “Mai devi domandarmi” – Einaudi, 2013)

Verifichiamo infatti che De Amicis descriveva  il “perfido” Franti in questo modo: «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, (ma non tremava davanti a Garrone, n.d.r…?) ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni ch’egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo.  (…) Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: – Franti! fuori di scuola! – Egli rispose: – Non son io! – Ma rideva. Il maestro ripeté: – Va’ fuori! – Non mi muovo, – rispose. Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco. Egli si dibatteva, digrignava i denti: si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un’espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo. – Dopo trent’anni che faccio scuola! – esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano dall’ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne pativano. Derossi s’alzò e disse: – Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. – E allora egli si rasserenò un poco e disse: – Riprendiamo la lezione, ragazzi. » (Edmondo De Amicis – “Cuore”, 1886)

Un mostro, insomma, l’incarnazione del male, Franti. Povero ragazzino: nessuna pietà per lui, irredimibile “cattivo per natura”. Un diverso. Però, però… però la realtà è un’altra cosa! Anche se  qualcuno trova molto comodo credere al contrario, la vita non è così semplice; essa è molto più complicata di così. Nella realtà i mulini bianchi non esistono, vengono creati e diffusi ad arte nell’immaginario collettivo al fine di suggestionarci, per convincerci ad acquistare senza alcun sforzo di ragionamento qualche genere di prodotto. Non necessariamente materiale. Anche e soprattutto politico.

È perciò evidente che il cosiddetto “libro Cuore” non è affatto un romanzo. Non ne possiede le caratteristiche. Il il suo centro consiste, infatti, proprio nel rifiuto della complessità, nella schematizzazione senza sfumature di grigio. Il socialista (!) De Amicis credeva solo nel bianco o nel nero, nel buono o nel cattivo (lui era il buono, ovvio), nell’innocente o nel colpevole. Credeva in una realtà di fantasia, che non è mai esistita. Fantascienza sociologica non dichiarata. Ma allora se il libro Cuore non è un romanzo,  cos’è? Lo spiega molto bene ancora Natalia Ginzburg: «In verità quello che mi affascinava in Cuore era il trovarvi un mondo più ordinato, e in fondo per me più rassicurante, del mondo nel quale vivevo. Che fosse quello di Cuore un mondo falso, libresco e inesistente nella realtà, io allora non lo capivo; i bambini spesso sono attratti dalla falsità; spesso essi preferiscono lo splendore delle sete artificiali, il luccichio delle perle false, alle vere perle e alla vera seta. E io ero, da bambina, retorica, conformista, e con ideali piccolo-borghesi. »

Corrado Augias approfondisce e articola da par suo la questione: «Fin dalle prime pagine, Cuore si presenta con le caratteristiche d’una “epopea” o se si vuole della drammaturgia d’agitazione e di propaganda. Come nel teatro dei gesuiti, o di Brecht, come nell’Odissea, per risalire fino ad un archetipo sommo e remoto. La presentazione dei personaggi, la fissità dei comportamenti, servono per dire al lettore che le figurine che ha di fronte sono mosse da forze che sfuggono al controllo della volontà, obbediscono alla funzione che devono svolgere.È appena uscito un volume di storia e critica letteraria (“La letteratura circostante” di Gianluigi Simonetti — Il Mulino ed.) nel quale l’autore descrive tra l’altro quella che chiama “ La letteratura in senso forte”, vale a dire quella che si prefiggeva di plasmare le coscienze dei lettori, addirittura di dare un colpo di pollice al corso degli eventi. Forme (e propositi) scomparsi dalla letteratura contemporanea. “ Cuore” rientra proprio in quel tipo di narrazione.» La Repubblica, 10 aprile 2018)

In altre parole, si trattava di uno strumento il cui fine era la pura e semplice gestione del potere. Propaganda e tutela preventiva dell’ordine così come veniva concepito e desiderato dall’alto.

Cambiamo i parametri: il dottor Francesco Ingravallo è l’investigatore protagonista di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda. Tutti lo chiamano don Ciccio: «uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. (…) Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo». (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Garzanti, 1993)

Carlo Emilio Gadda, come si vede, era tutt’altro che “deamicisiano”, così come non lo è Aldo Grasso:

«Quando sono uscite in America serie come The Wire, I Soprano, Breaking Bad e altre ancora, e in Italia Romanzo criminale, Gomorra, Suburra, in molti si sono chiesti se fosse giusto mettere in scena la violenza, la criminalità, il male. Dobbiamo far finta che non esistano? Dobbiamo produrre solo fiction agiografica per consolarci con un’immagine positiva, gratificante? Dobbiamo chiedere alla tv, al cinema e ad altre forme espressive di esimersi dal raccontare la criminalità, nel timore che ciò dia origine a comportamenti emulativi? Una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. (…) Il primo dovere che una serie deve porsi non è l’argomento trattato ma la scrittura, l’unica in grado di restituire la complessità del reale, di esplorare temi centrali rispetto alla sensibilità condivisa, di costruire un «racconto mondo» capace anche di rappresentare il male». (Aldo Grasso, La Lettura n. 333)

Proprio così: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. Vincenzo Paglia ha scritto: «La radice di ogni totalitarismo sta nel sentirsi talmente gratificati dalla pienezza della verità da non sentire più il bisogno dell’altro o da non avvertirne la mancanza. In questi casi il dialogo non solo non viene praticato, ma è addirittura sentito come un pericolo e quindi escluso. Al contrario, il dialogo tende per sua natura a costruire relazioni al cui interno si tesse la ricchezza stessa del vivere assieme. Mai comunque il dialogo può essere rinuncia alle proprie convinzioni e tantomeno tolleranza del male e delle ingiustizie». (Il crollo del noi – Laterza 2017)

Di più: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza ipocrita in favore del male. Ciò è ben descritto nella scena del film “The Untouchables – Gli intoccabili” di Brian De Palma: Al Capone (Robert De Niro) piange  ascoltando l’aria “Vesti la giubba”, un’aria  molto commovente dell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, proprio mentre il suo scagnozzo gli comunica di aver appena eseguito il suo ordine di uccidere il poliziotto irlandese Jimmy Malone (Sean Connery):

Chiudo con un doveroso e doppiamente opportuno omaggio al grande Miloš Forman,  da poco scomparso. Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è un film del 1975. È tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962 e tradotto in italiano nel 1976 da Rizzoli Editore. L’autore scrisse il libro in seguito alla propria esperienza da volontario all’interno del Veterans Administration Hospital di Palo Alto, in California.

Protagonista del film uno straordinario Jack Nicholson. Nel reparto di un ospedale psichiatrico dell’Oregon, malati che vengono considerati inguaribili sono segregati tra pareti impietose e diretti con pugno di ferro da Miss Ratched, la “Grande Infermiera”. Tutti ne sono succubi. Ma un giorno arriva McMurphy, novello Franti, un irlandese cocciuto, spavaldo, allegro e ribelle. Con l’aiuto di Bromden, risveglierà i pazienti ormai avviliti dalle “terapie” e riuscirà a portare una ventata di umanità, di calore e di meditata ribellione. La trasparente metafora sui sistemi di potere che tendono a marginalizzare, recludere o addirittura eliminare ogni presunta “diversità” non necessita di ulteriori commenti. Il rifiuto delle banali schematiche semplificazioni genera conflitto, ma senza dialogo o conflitto tra diversità non esiste nessuna vera libertà.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

“Gli anni”, però.

Annie-Ernaux

Gli anni” di Annie Ernaux (L’Orma Editore – 2015) è un libro autobiografico al tempo stesso molto bello, molto francese, molto femminile (e femminista), che rappresenta molto bene i tempi trascorsi dal secondo dopoguerra ad oggi, la posizione sociopolitica (che condivido in massima parte) e il necessario carattere narcisista dell’autrice, nonché degli artisti in generale. La quale autrice , si capisce molto bene anche solo leggendola, non avendola mai né vista né conosciuta, essere una donna molto bella e intelligente. Altri hanno giustamente scritto molto bene di questo libro: ad esempio Andrea Bajani su Le Parole e le Cose,  oppure Matteo Moca su Minima & Moralia, oppure Claudia Zunino su L’Indice On Line, Loredana Lipperini nel suo blog Lipperatura, ecc. Condivido la maggior parte di questi contenuti. Però… Ho una mia modesta singola piccola critica. Anzi doppia critica. La prima è determinata dal fatto che detesto gli album delle fotografie; questo libro sembra invece essere strutturato su uno di essi. A mio parere, però…: gli album fotografici, le nostre fotografie (soprattutto quelle personali-famigliari) sono quasi sempre idealizzate e falsate alla nostra vista dalla patina del tempo e dalla – ahimè – inevitabile ma deleteria nostalgia, che tutto smussa e addolcisce, anche “i peggio momenti” .
La seconda critica consiste nel fatto che trovo eccessivamente autoriferiti (egocentrici, insomma) brani come il seguente, dove non capisco assolutamente cosa intenda l’autrice, parlando in terza persona della propria esperienza , quando cita la propria, cosiddetta, “sensazione palinsesto“:

“Un tempo di una natura sconosciuta s’impadronisce della sua coscienza e del suo corpo, un tempo nel quale il passato e il presente si sovrappongono senza confondersi, dove le sembra di raggiungere fuggevolmente tutte le forme dell’essere che è stata. Le è già capitato di vivere questa sensazione – forse anche le droghe la provocano ma lei, che ha sempre preferito il piacere della lucidità, non ne ha mai fatto uso –, e ora la esperisce in maniera più estesa e rallentata. Le ha dato un nome, l’ha chiamata «sensazione palinsesto», anche se, a fare affidamento sulla definizione del dizionario, «manoscritto raschiato per poterci riscrivere sopra», palinsesto forse non è il termine più adatto. Vi ci vede un possibile strumento di conoscenza, non soltanto per se stessa, ma in maniera più generale, quasi scientifica – di cosa, non saprebbe dirlo. Nel suo progetto di scrittura su una donna vissuta dagli anni Quaranta a oggi, progetto che ha sempre più timore di non realizzare, fino a sentirsene in colpa, vorrebbe, forse influenzata da Proust, utilizzarla come chiave d’accesso, per il bisogno di fondare la sua impresa su un’esperienza reale. È una sensazione che la risucchia gradualmente lontano dalle parole e da ogni linguaggio, verso i primi anni senza ricordi e il tepore rosa della culla, che le fa attraversare una serie di stanze dentro ad altre stanze – quelle di Compleanno, il quadro di Dorothea Tanning –, cancella le sue azioni e gli eventi collettivi, abolisce tutto ciò che negli anni ha imparato, pensato, desiderato e l’ha condotta fin lì, in quel letto, con quell’uomo più giovane, è una sensazione che sopprime la sua storia. E invece quello che vorrebbe fare nel suo libro è proprio salvare tutto, tutto ciò che è stato attorno a lei, sempre, salvare le circostanze. Ma forse l’esistenza stessa di questa sensazione dipende proprio dalla Storia, dai cambiamenti nella vita delle donne e degli uomini occorsi nel tempo e che ora le permettono di esperirla trovandosi a cinquantotto anni al fianco di un uomo di ventinove senza provare nessun senso di colpa né, d’altra parte, nessun orgoglio particolare. Non è sicura che la «sensazione palinsesto» abbia una valenza euristica superiore rispetto agli altrettanto frequenti episodi in cui sente la sua esistenza, i suoi «io», prendere vita dentro i personaggi di libri e di film, quando sente di essere la donna di Sue e Claire Dolan, visti da poco, oppure Jane Eyre, o Molly Bloom – o Dalida.” 

La terza critica (ma non erano due?) è che se avessi o avessi avuto oppure avrò (dio me ne scampi ma non si sa mai)  a cinquantotto anni un’amante di ventinove anni più giovane, anch’io non proverei forse “nessun senso di colpa né, d’altra parte, nessun orgoglio particolare.”  Appunto per questo, però, non ne parlerei affatto, tanto meno ne scriverei. Se non altro, per evitare di alimentare il fondato sospetto di eccessivo ego-narcisismo.” Gadda ha scritto: “I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. ” E il suo bersaglio preferito, tra tutti, sarebbe stato quello di prima persona: “L’io, l’io!… Il più lurido di tutti i pronomi!”, dice Gonzalo, protagonista parzialmente autobiografico de La cognizione del dolore. Appunto, troppi, troppi pronomi, troppi IO in questo bel libro.