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Io non c’ero

Prendiamola alla larga: «Nel 2008, la regina Elisabetta in visita alla massima istituzione economica britannica, la London School of Economics, ha evitato sorrisi e chiacchiere formali, chiedendo ai professori riuniti: «Com’è possibile che nessuno si sia accorto dell’arrivo di questa crisi spaventosa?». Il padrone di casa, il professor Luis Garicano, direttore del dipartimento di management della Lse, ha risposto: «Vede, in ogni momento di questa fase qualcuno faceva affidamento su qualcun altro e tutti pensavano di fare la cosa giusta». Vengono naturali due domande: perché il fior fiore degli economisti non aveva previsto la crisi? E, considerando vera l’ipotesi della buona fede, cosa vuol dire che tutti pensavano di fare la cosa giusta?» (il fatto quotidiano.it)

Altro esempio “a caso”: qui a Bologna I carabinieri hanno appena smantellato due cartelli di imprese di pompe funebri che controllavano le camere mortuarie dei due principali ospedali cittadini, riuscendo in pratica ad avere il monopolio nell’aggiudicazione dei servizi funebri. 30 misure cautelari (9 in carcere, 18 arresti domiciliari e 3 divieti di esercizio dell’attività d’impresa) e 43 le perquisizioni eseguite da 300 militari che hanno sequestrato un patrimonio di 13 milioni di euro. «Funziona così da almeno trent’anni, se volevi lavorare non potevi sottrarti a quel meccanismo». «… le cose andavano in questo modo …sia i titolari e i dipendenti delle agenzie di pompe che il personale degli ospedali Maggiore e Sant’Orsola, hanno confermato l’esistenza di un diffuso sistema corruttivo per accaparrarsi i funerali».

Purtroppo nessuno tra i responsabili dirigenti tecnici e/o politici (o tra manager e operatori) aveva notato nulla: «A quanto si è saputo il traffico intorno all’accaparramento dei funerali andava avanti da un decennio. Un cartello che controllava tutto, come eravamo abituati a vedere solo in Gomorra, un fiume di denaro in nero che non si sa dove andasse a finire. E non stiamo parlando di qualche piccolo ospedale di periferia, ma dei due nosocomi d’eccellenza della città, il Maggiore e il Sant’Orsola. È curioso, a questo proposito, l’atteggiamento delle istituzioni, tutte pronte a chiamarsi fuori: io non c’entro, non è roba mia, siamo estranei a tutto. (…)  Quel che appare incredibile è che nessuno, per tanti anni, si sia accorto di quanto stava accadendo sotto i suoi occhi. Tra le tante dichiarazioni di scarico di responsabilità ascoltate in questi giorni è mancata quella che sarebbe sembrata la più adeguata: io non c’ero, e se c’ero dormivo.» (Aldo Balzanelli – la Repubblica Bologna)

E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo.

Un saggio di  Alessandro Baricco pubblicato su Repubblica l’11 gennaio 2019 (E ora le élite si mettano in gioco) ha aperto un opportuno (forse un po’ tardivo) dibattito sul tema delle classi dirigenti. La tesi di Baricco si può sintetizzare così:  «È andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, (…) le élites hanno fallito e se ne devono andare (…)  è saltato quel tacito patto (…) che descriverei così: la gente concede alle élites dei privilegi e perfino una sorta di sfumata impunità, e le élites si prendono la responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere. Tradotto in termini molto pratici descrive una comunità in cui le élites lavorano per un mondo migliore e la gente crede ai medici, rispetta gli insegnanti dei figli, si fida dei numeri dati dagli economisti, sta ad ascoltare i giornalisti e volendo crede ai preti. Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più.»

Il problema è che – oltre ad essere in ritardo di almeno vent’anni – i termini del dibattito sembrano davvero malposti. Un primo dubbio  è stato opportunamente sollevato da Michele Serra nella sua Amaca del 16 gennaio scorso: «Prima di prendere parte al dibattito “popolo versus élite”, sollevato dal denso intervento di Baricco su Repubblica, avrei bisogno di un chiarimento. Anzi, più che di un chiarimento si tratta di una pre-condizione. Senza la quale sono i termini di partenza del dibattito che mi sfuggono; figuratevi dunque le sue conclusioni». Che cosa si intende quando si parla di élites da una parte, di “gente” e di “popolo” dall’altra? Chi è che appartiene all’una e chi invece all’altra categoria? Sono domande strutturali, perché «Se la risposta dovesse essere, come io penso, che tanto la qualifica di “popolo” quanto quella di “élite” sono banalizzazioni (nella migliore delle ipotesi) o contraffazioni ideologiche (nella peggiore), questo dibattito andrebbe ripensato daccapo».

La realtà quotidiana dimostra che non esistono  rilevanti differenze, dal punto di vista etico e morale (onestà, correttezza, responsabilità, altruismo, ecc.), tra i comportamenti della cosiddetta “élite” e quelli della cosiddetta “gente”. Da questo punto di vista noi italiani siamo un “popolo” davvero compatto. «Il punto è, invece, come debbano avvenire la genesi e il ricambio dell’élite. Senza considerare la qualità della minoranza dominante e senza quell’unico ammissibile giudizio che può nascere solo dalla valutazione del rapporto tra processo di selezione sociale e capacità naturali, ogni discorso su massa ed élite è vano», scrive Silvia Ronchey. «Se guardiamo con occhio altrettanto distaccato alla democrazia attuale dell’Italia, vediamo che il disagio delle sue masse nasce da un incepparsi, ormai tanto durevole da potersi definire storico, del meccanismo di ricambio delle élite. Non è di oggi l’impossibilità di un reclutamento trasparente nei quadri delle docenze scolastiche e universitarie, che assicurano il primo filtro di selezione dell’élite.

Non è di oggi l’accesso a posizioni di potere suggerito, come nel mondo feudale, da privilegi di clan quando non di sangue. Impasse logiche e ideologiche, familismi, settarismi, lobbismi partitici e automatismi clientelari, quando non criminali, hanno sempre più, nel corso dei decenni, a partire almeno dalla Guerra Fredda, impedito l’accesso egualitario a quelle risorse il cui possesso definisce un’élite — di denari o di saperi, di funzioni o di onori o semplicemente di presenza e influenza». (Silvia Ronchey – la Repubblica 21 gennaio 2019)

Il problema  è che cambiare una élite corrotta con rappresentanti di un popolo altrettanto corrotto non porta di certo molto lontano. Si critica dall’esterno, ma il desiderio inespresso sembra essere quello di entrare finalmente a farne parte, piuttosto che migliorarla dall’interno.

A proposito dell “classi dirigenti”, scriveva invece Lev Tolstoj: «Giudicando in base a questi rapporti necessariamente inesatti, Napoleone impartiva le sue disposizioni che, o erano già state messe in atto prima che egli le impartisse o non potevano essere e non venivano eseguite. I marescialli e i generali, che si trovavano a più breve distanza dal campo di battaglia, ma che, come Napoleone, non partecipavano alla battaglia stessa e solo di tanto in tanto si inoltravano sotto il fuoco delle palle, senza consultare Napoleone, davano le loro disposizioni e impartivano i loro ordini, sia su dove e da dove sparare, sia dove dovesse galoppare la cavalleria e dove correre la fanteria. Ma anche le loro disposizioni, esattamente come quelle di Napoleone, venivano eseguite in minima parte e raramente. Per lo più accadeva il contrario di quanto essi avevano ordinato». Così, in Guerra e pace, Lev Tolstoj descrive la battaglia di Borodino.

Senza esserne consapevoli (nella migliore delle ipotesi) o forse sì (nella peggiore), le nostre classi dirigenti – le cosiddette elites – si sono comportate allo stesso modo, con la differenza che in questo caso non si è visto nessun Napoleone.  Di fronte alla «presa d’atto della crisi, percepita come irrimediabile, dei tre pilastri sui quali l’Occidente aveva realizzato la sua ricostruzione politica postbellica: a) la crisi religiosa del cristianesimo in progressiva ritirata di fronte all’offensiva della secolarizzazione; b) la crisi del Welfare State, cioè della redistribuzione del reddito nazionale pietra angolare della mediazione sociale praticata da parte di tutte le forze di governo a cominciare da quelle socialdemocratiche; c) la crisi dello Stato nazionale messo nell’angolo dal multiforme internazionalismo egemone sulla scena mondiale.

Di fronte a tale crisi, che in sostanza era la crisi dell’intero universo politico che le aveva viste protagoniste per oltre mezzo secolo, le élite occidentali abbracciano una nuova prospettiva: la globalizzazione. E con essa fanno propri i suoi presupposti ideologici: a) il liberismo e una piena fiducia nei meccanismi del mercato, b) un individualismo di fondo, c) la presunta insignificanza storico-culturale dei confini nazionali e la necessità del loro superamento. Ma naturalmente per mantenere il consenso su cui si reggono esse non possono sottrarsi dal promettere alle rispettive opinioni pubbliche che comunque la svolta alle porte non solo vedrà la continuazione dello sviluppo economico e dell’aumento dei redditi precedenti, ma significherà anche un’espansione mondiale della libertà e della democrazia (la disintegrazione del blocco comunista appena avvenuta, la prima guerra del Golfo, la rivolta di piazza Tien An Men a Pechino non stanno forse lì a dimostrarlo?).

 La storia degli ultimi dieci anni è la storia del fallimento di tali promesse». (Ernesto Galli della LoggiaCorriere della Sera, 9 gennaio 2019). La realtà è che queste indegne “classi dirigenti” non hanno affatto diretto gli eventi, al contrario li hanno subiti fingendo di dirigerli; al tempo stesso hanno fatto di tutto per accaparrarsi e difendere ogni privilegio connesso alle rendite di posizione nell’immediato, senza metter in campo un credibile progetto di futuro. Risultato: «Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere». (sky tg24.it)

Qualcuno se n’era forse accorto? Nessuno, ovvio. La testa sotto la sabbia, come gli struzzi. E la risposta è sempre la stessa: “Io non c’ero, e se c’ero dormivo…“.

Il problema è culturale e ci riguarda tutti. È su questo livello che bisogna agire da subito per poi ottenere risultati apprezzabili nei tempi medio-lunghi. Proprio quelli che non interessano alle nostre “élite”. Per il momento non ci resta dunque che Johnny il Bassotto.

Sopra il video di Johnny il Bassotto: una vignetta di Makkox (Marco Dambrosio) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

I limiti della democrazia

“La gente”, in sé e per sé, non è automaticamente migliore dei governanti deposti. Spesso ne è anzi il calco quasi preciso (e viceversa), ma peggiorato dall’alibi tremendo di sentirsi tendenzialmente innocente.”
Due titoli di Cuore del 1992 (anno della cosiddetta “Tangentopoli):
“Hanno la faccia come il culo”, rivolto ai governanti.
E
“I limiti della democrazia: troppi coglioni alle urne”, rivolto al mito della “brava gente”.
Sentirsi a prescindere “contro il potere” è facile e gratificante. E intellettualmente confortevole. Più faticoso provare a leggere, dentro il corpo della società, le pulsioni generose e quelle meschine, parteggiando per le prime e combattendo le seconde.
(Michele Serra – L’amaca, 17 dicembre 2017)
«La realtà che abbiamo davanti è chiara: solo una presa di coscienza collettiva e un impegno altrettanto esteso può riuscire a invertire una tendenza che vede tangenti e abusi prosperare nella pubblica amministrazione ».

(Raffaele Cantone, 53 anni, presiede l’Autorità nazionale anticorruzione dal 27 marzo 2014)

La pubblica amministrazione è il vero problema dell’Italia. La burocrazia. Il fatto è che prendere una posizione dura e precisa contro la corruzione comporta un prezzo molto alto. Il motivo è molto semplice: a chiacchiere siamo tutti d’accordo. Nei fatti invece mettendosi “contro il sistema” si rimane isolati, e in certi ambienti anche un po’ disprezzati. Non allinearsi può essere molto rischioso, la richiesta minima è far finta di niente. Questo perché sono state messe a punto metodologie collusive e/o ricattatorie sofisticatissime e criminalmente geniali. Le parole chiave sono “cooptazione” e “meritocrazia” (all’interno di quest’ultima starebbero “onesta’” e “competenza”) troppo spesso incompatibili  tra loro a causa dei subdoli meccanismi che li legano. O meglio, spesso si escludono a vicenda.  L’unica possibile soluzione è quella indicata da Cantone, per il momento però siamo davvero molto lontani. Le fette di salame (o mortadella, secondo i gusti) si sprecano. “Ma chi me lo fa fare?” il pensiero più sottaciuto e condiviso.

La classe dirigente

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Su “La Repubblica” di oggi viene pubblicata un’intervista a Paolo Ielo.  Il titolo è: “Il rischio dell’Italia: una classe dirigente selezionata dalla corruzione” di Gianluca Di Feo. E’ indubitabile che in qualche modo anche qui viene confermata ancora una volta  la tesi esposta in un precedente post (Burocrazie e corruzione). Di seguito un estratto dell’articolo in oggetto.

Un quarto di secolo fa Paolo Ielo era il più giovane pm del pool Mani Pulite. Adesso è il procuratore aggiunto di Roma, che al fianco di Giuseppe Pignatone coordina tutte le inchieste sulla corruzione. Assieme ai colleghi porta avanti l’accusa nel processo di Mafia Capitale, ma evita di entrare nel merito del dibattimento e delle polemiche innescate di recente dalle richieste di archiviazione per numerosi indagati.” (…)

“…Di sicuro quello che mettemmo in luce a Milano era un sistema organizzato, adesso invece c’è una situazione più balcanizzata. E per altri versi si è imposto il tema del rapporto tra istituzioni e forme di criminalità organizzata».

Che nell’ultimo periodo pare una costante nazionale, dalle vostre indagini romane a quelle sull’Expo… 

«A Milano nel 1992 coglievi molto da lontano la possibilità che ci fosse intersezione tra fenomeni di corruzione e criminalità organizzata, la coglievi soprattutto sui modi con cui il denaro circolava. Allora come oggi i flussi illeciti, quelli che muovono il denaro della droga, del riciclaggio, dell’evasione e delle tangenti girano allo stesso modo. Ma adesso i boss si sono resi conto che conviene molto di più usare la corruzione. Perché comporta meno rischi, crea minore allarme e tutto sommato costa di meno».

E queste tangenti diventate pure mafiose finiscono per condizionare la politica?

«In Mani Pulite il tema centrale era il finanziamento dei partiti, mentre ora in prospettiva c’è un problema di selezione della classe dirigente. La corruzione porta con sé il rischio concreto di selezionare la classe dirigente pubblica in funzione della sua capacità di prendere mazzette e distribuire in modo distorto le risorse; dall’altro seleziona i soggetti imprenditoriali non in base alla capacità di lavorare bene ma di quella di pagare tangenti. Inevitabilmente, in un arco di tempo breve o lungo, avremo un Paese affidato a soggetti che non sanno produrre e dirigenti pubblici che non sanno amministrare: una selezione al ribasso»….

Ennesima conferma di quella che Raniero La Valle definisce sullo stesso giornale “il punto d’arrivo di una restaurazione consistente nel trasferire la sovranità dal popolo ai mercati. (…) nel passaggio dello scettro dal popolo ai signori del Mercato non c’è solo la sconfitta della sinistra, c’è la sconfitta di tutto il costituzionalismo moderno e dello stesso Stato di diritto: il popolo sovrano è il cardine stesso della democrazia e della Costituzione.”

A questo cardine democratico bisognerà prima o poi ritornare. Speriamo prima.

Burocrazie e corruzione

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Allacciandomi al post precedente (Sotto la divisa niente?), riporto di seguito un testo di Antonio Gramsci, ripreso da “Odio gli indifferenti” (Chiarelettere, 2016). Esso fu pubblicato originariamente nel marzo 1918 con il titolo “Il nostro punto di vista” e fa riferimento al cosiddetto “scandalo dei cascami”: “Con scandalo dei cascami Gramsci si riferisce al contrabbando dei residui (“i cascami”) di seta e cotone utilizzati nella fabbricazione dei sacchetti per la polvere da sparo. Da una denuncia di un deputato repubblicano nel 1918 si sviluppò un’inchiesta in cui furono coinvolti diversi grandi industriali italiani.”

Interessa qui rilevare come le responsabilità della burocrazia rispetto all’imperante cultura corruttiva in Italia siano pesantissime, oggi come ieri. Le radici “culturali” di questa malapianta affondano purtroppo da molto tempo nell’humus fertile e accogliente di cui è composto il terreno alla base della nostra società.

Scrive Gramsci:

“Il capitalismo sfrutta e specula – deve speculare e sfruttare, pena la sua rovina – sempre, in tempo di guerra e in tempo di pace. Il capitalismo cerca sbocchi alle sue merci e guadagni ai suoi azionisti, come può e dove può. È la sua natura, la sua missione, il suo destino. Gli italiani vendono ai tedeschi, gli austriaci avranno venduto ai francesi, gli inglesi avranno venduto ai turchi. Il capitalismo è internazionale e l’Italia non è peggiore degli altri Stati”. Gramsci mette le cose in chiaro, si dichiara assolutamente estraneo a un tipo di pensiero generalizzante in cui “le responsabilità vengono talmente estese e diluite, che invero nessuno sarebbe più responsabile; gli arrestati dovrebbero essere immediatamente rilasciati, e dovrebbe essere arrestato il signor Capitalismo, vagabondo senza fissa dimora, trovandosi egli contemporaneamente un po’ in tutti i paesi del mondo”.

“I socialisti nel fare la storia, o la cronaca (sia pure dei tribunali), rifuggono dalle astrazioni e dagli indistinti generici. Essi sostengono sì che esiste nella società capitalistica una tendenza generale al mal fare, ma non perciò confondono le responsabilità sociali con quelle individuali. La produzione borghese può diventare speculazione, truffa, illusionismo, ma la sua missione, il suo destino non è di truffare: è di accrescere la ricchezza, di dare incremento alla somma dei beni sociali. Noi non abbiamo la visione teologica della società, in cui all’Iddio onnipotente, onnipresente e onnisciente dei cattolici si sostituisce una divinità astratta equivalente.
Per essa diventa inutile la ricerca, è inutile lo studio dei fatti e della storia, è inutile la disamina dei costumi: tutto è uguale dappertutto, perché dappertutto c’è il capitalismo e non si muove foglia che il capitalismo non voglia. Questo astrattismo fatalista non è non può essere affatto il nostro punto di vista, perché è fuori della realtà effettiva. Nella realtà effettiva il Capitalismo è lo Stato borghese, che si concreta nelle leggi, nell’amministrazione burocratica, nei poteri esecutivi. E questi, a loro volta, si concretano in singoli individui che vivono, vestono panni, possono essere mascalzoni o galantuomini. Anche le leggi, il Codice penale, sono attività capitalistica, ed essi puniscono i contrabbandieri dei cascami, ciò che significa costoro essere non capitalisti puri e semplici, ma capitalisti, uomini che hanno operato perversamente.
E il nostro punto di vista è questo: nell’organizzazione borghese della società italiana ci sono degli istituti di controllo che non funzionano, danneggiando così la produzione capitalistica genuina, poiché hanno lasciato che dei perversi, dei criminali continuassero nella loro attività più di quanto è presumibile un’azione losca possa rimanere ignorata. Ciò significa che l’organizzazione borghese italiana è cattiva anche capitalisticamente.
Il proletariato ha il compito specifico di premere continuamente sull’ordinamento attuale perché esso si rinnovi e diventi sempre più favorevole alla produzione, all’incremento della ricchezza: deve premere perché della borghesia si affermino solo quei ceti e quegli individui che, con la loro attività capitalisticamente onesta, rendano le condizioni meccaniche e naturali della vita sociale più adatte a un trapasso di classe al potere. Perciò i socialisti vogliono che gli istituti di controllo statale siano competenti ed esercitino effettivamente il loro ufficio. Solo i socialisti possono volere ciò, perché disinteressati, perché fuori della geèna degli affari. Ed essi non si possono accontentare delle astrattezze, delle responsabilità generiche. Nel fatto esiste la burocrazia che doveva controllare l’attività commerciale degli industriali dei cascami, e il potere esecutivo che doveva provvedere a impedire la speculazione. Cosa ha fatto la burocrazia? Ha compiuto il suo dovere? E, caso mai, perché non l’ha compiuto? La ricerca deve essere fatta, le responsabilità devono venire assodate. Gli incapaci, i malversatori devono venire eliminati. È una prova del fuoco per il regime: perché solo dimostrando di essere sempre capace di adempiere al suo compito sociale, esso si regge. Ma se nessuno lo obbliga a continuamente superare la prova, esso si perpetuerà tra l’indifferenza di tutti, che si sollazzeranno a parlare di Capitalismo senza la volontà del quale non si muove foglia.

Gramsci verrà arrestato l’8 novembre 1926 in dispregio dell’immunità parlamentare.

Sotto la divisa niente?

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Scrive Francesco De Sanctis nella sua “Storia della letteratura italiana” che per l’Italia “il 1815  è una data memorabile, come quella del Concilio di Trento”. Com’è noto, l’Italia arrivò al Congresso di Vienna (novembre 1814 – giugno 1815) priva di reale potere politico (Metternich: “L’Italia non è che una espressione geografica“) e fu quindi costretta a subire le volontà e gli interessi delle nazioni più forti. Il congresso segnò l’inizio di quel periodo storico conosciuto come Restaurazione, i cui princìpi erano tesi al ripristino della situazione precedente l’era napoleonica.

“La burocrazia interessava alla conservazione dello stato la borghesia, che si dava alla ‘caccia degli impieghi’, e centralizzando gli affari sopprimeva ogni libertà e movimento locale, e teneva nella sua dipendenza province e comuni. Una moltitudine d’impiegati invasero lo stato, come cavallette, ciascuno esercitando per suo conto una parte del potere assoluto, di cui era istrumento.”

Quasi tre secoli prima, Machiavelli giudicava con serietà uomini e cose italiane, papato o principi che fossero. “Essendo l’Italia in quella corruttela, Machiavelli invoca un redentore, un principe italiano, che come Teseo o Ciro o Mosè o Romolo la riordini (…) Machiavelli combatte la corruttela italiana, e non dispera del suo paese. Ha le illusioni di un nobile cuore”. Poi c’è Guicciardini, di pochi anni più giovane di Machiavelli, che “ammette anche lui questi fini, ma li ammette sub conditione, a patto che sieno conciliabili col tuo particolare, come dice, cioè col tuo interesse personale (..) Nel Guicciardini comparisce una generazione già rassegnata. Non ha illusioni. E perché non vede rimedio a quella corruttela, vi si avvolge egli pure, e ne fa la sua saviezza e la sua aureola. I suoi Ricordi sono la corruttela italiana codificata e innalzata a regola di vita.” Il dio del Guicciardini è il suo particolare (…). Non rimane sulla scena del mondo che l’individuo”.

Veniamo ai giorni nostri. Mettiamo i seguenti ingredienti in una capace casseruola a forma di stivale: burocrazia, ipocrisia, egocentrismo, egoismo, individualismo, particolarismo, narcisismo, corruzione, furbizia consociativa, corporativismi politici  e professionali “di finti diversi e di veri complici” (Michele Serra), sale e pepe quanto basta. Mescoliamo il tutto, cuciniamo  e inforniamo in un ambiente globalizzato e incontrollato. Cosa otteniamo? Un’indigesto e amaro piatto pieno soprattutto di rassegnazione e disillusione.

Il dio del Guicciardini è il suo particolare (…) Tutti gli ideali scompariscono. Ogni vincolo morale, politico, che tiene insieme un popolo è spezzato. Non rimane sulla scena del mondo che l’individuo. Ciascuno per sè, verso e contro tutti.” Ecco: finchè non si comincia a smontare pezzo per pezzo questa indigeribile miscela di ingredienti non sarà possibile combattere la devastante corruzione che ancora una volta sta devastando l’Italia.

Non si può più nascondere il fatto che la vera maschera della pervasiva e radicata corruzione italiana è la burocrazia. Questo non significa che sotto ogni funzionario si nasconda un disonesto. Tutt’altro. Ma non nascondiamoci il dato di fatto che in tutti gli ambienti sociali esistono veri e propri “sistemi” criminali. Tanto più pericolosi quanto la loro facciata è “rispettabile e legalizzata”. Anche il comune cittadino non ne è immune, anzi, verrebbe da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina… Non vi è alcuna congiura, ma agiscono ovunque dei meccanismi, non previsti dalle leggi e dai regolamenti (anzi, malgrado le une e gli altri), che nei fatti garantiscono l’impunità a chi “esercita per suo conto una parte del potere assoluto” di cui dovrebbe essere solo strumento. Essi si basano su una fitta rete di connivenze omertose che, attraverso la segretezza, conduce al sistematico mancato accertamento dei casi e al loro occultamento. Anche chi finge di non vedere ne è complice e responsabile.

Se un vigile urbano, per fare un piccolo e banale esempio, si mostra offeso personalmente da una nostra infrazione stradale (“E allora io che ci sto fare qui?!?”), significa che sotto la divisa si nasconde un burocrate teso a rivendicare innanzitutto il proprio ruolo personale. Afferma sé stesso, non la sua funzione. Si tratta di un Guicciardini individuale e nient’altro. Se invece il vigile si limiterà a comminarci la meritata sanzione, magari spiegandoci – severo ma cortese – i motivi della multa, possiamo dire che sotto la divisa abbiamo un uomo. Un cittadino. Un essere sociale. Un Machiavelli. Solo così ricominceremo a respirare aria fresca: sbirciando sotto la divisa da parata della burocrazia. Consapevoli che non sarà affatto un bello spettacolo. Ma da questo pantano non si uscirà senza prima combattere il Guicciardini che c’è in tutti noi.

 

 

La storia si ripete

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“C’è sempre un certo numero di individui che hanno bisogno di appassionarsi per qualcosa di non immediato, di non personale e di lontano, a cui la cerchia dei propri affari, della scienza, dell’arte, non basta per esaurire tutta l’attività dello spirito. (…) Dato ciò, nessuna meraviglia che un gran numero di giovani si sia inscritto in un partito dove almeno, se c’era pericolo di incontrare  qualche umile uscito dal carcere o qualche modesto repris de justice, non si poteva incontrare nessun panamista, nessun speculatore della politica, nessun appaltatore  di patriottismo, nessun membro di quella banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore, che, dopo aver fatto l’Italia, l’hanno divorata. (…) Ora se un partito socialista si sviluppava in Italia in condizioni sì sfavorevoli e in un modo così illogico, si è perché rispondeva più che altro a un bisogno morale di un certo numero di giovani, nauseati di tanta corruzione, bassezza e viltà; e che si sarebbero dati al diavolo pur di sfuggire ai vecchi partiti imputriditi sin nel midollo delle ossa”. (Gaetano Mosca – Elementi di scienza politica , 1923) Citato da Antonio Gramsci ,”Quaderni dal carcere“, Quaderno 8 (XXVIII) par. 36.

Ma è vero che “la storia si ripete”? Credo di sì; d’altra parte c’è anche chi afferma quanto segue: Le affermazioni “la storia si ripete” (di Tucidide) e “la Storia non si ripete mai” (di Vilfredo Pareto) sono in pratica egualmente vere. (George Macaulay Trevelyan).

E allora chiudiamo con il famoso aforisma di George Santayana: “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”.

Verissimo. Il problema è che quest’ultimo la fa ripetere anche a chi invece la storia magari la conosce benissimo. E che di ripeterla non ne avrebbe proprio nessuna voglia.