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Tag: David Byrne

Libri di musicisti

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A pagina 150 di “Born To Run“, l’autobiografia di cui al precedente post, Bruce Springsteen scrive: “La prima volta che senti la tua musica su un nastro professionale inizi a sudare freddo e ti viene voglia di uscire dalla stanza strisciando. Nella mente e nei sogni l’effetto è sempre migliore che alla fredda luce dello studio. Il tuo vero sound è quello, e ti schiaccia come un peso da duecento chili. All’improvviso ti rendi conto di essere un cantante meno straordinario, un chitarrista meno dotato e naturalmente – come del resto tutti, musicisti e non – un tipo meno attraente di quanto pensassi. Il nastro se ne frega delle preziose illusioni che ti sei costruito per farti coraggio, devi farci il callo.”

david-byrneUn concetto molto simile è espresso da David Byrne nel suo bellissimo “Come funziona la musica” (edito in Italia da Bompiani nel 2013/2014); testo che pur non essendo una vera e propria autobiografia, giocoforza richiama e ragiona sulle numerosissime esperienze della propria pluridecennale e splendida carriera. A pagina 147, infatti, Byrne scrive: “Quando infine registrammo il nostro primo vero disco, “Talking Heads: 77“, nel complesso si trattò di un’esperienza orribile. Niente suonava come lo sentivamo nelle nostre teste, o come eravamo abituati a sentirlo in concerto, anche se ciò potrebbe dirla lunga sulle nostre teste, le nostre speranze e il suono che immaginavamo oltre che sul risultato della registrazione. O forse era semplicemente mancata l’alchimia. Tutti conoscono lo strano effetto di sentire la propria voce registrata. Immaginate quindi un intero gruppo che sente la propria “voce” registrata praticamente per la prima volta. Fu deprimente, sconfortante e ci sentivamo disorientati.”

Ma Bruce Springsteen è anche coautore del primo grande successo mondiale di Patti Smith: just_kids_patti_smithBecause The Night, (“Perché la notte appartiene agli amanti – Perché la notte appartiene alla lussuria –  Perché la notte appartiene a noi”, qui con gli U2), inserito nel suo terzo album, “Easter“. Ecco allora che diventa obbligatorio ricordare “Just Kids“, straordinario libro autobiografico di Patti Smith, da lei dedicato al suo grande “amico-compagno-complice” di gioventù, il fotografo Robert Mapplethorpe, (assieme a lei in copertina): “Su Robert è stato detto molto, e molto altro si dirà. I giovani faranno propria la sua andatura. Le giovani vestiranno di bianco e piangeranno i suoi riccioli. Verrà condannato e venerato. I suoi eccessi biasimati oppure romanzati. Alla fine, la verità potrà essere ritrovata soltanto nella sua opera, il corpo materiale dell’artista. Essa non svanirà. Gli uomini non possono giudicarla. Poiché l’arte canta di Dio, e a lui appartiene in ultima istanza.” E poi, a pagina 17: “Nel corso degli anni i nostri ruoli si sono invertiti, poi invertiti di nuovo, finché non abbiamo accettato la nostra natura duplice. Entrambi racchiudevamo principi opposti, luce e tenebra.”

keith-richardsAncora, sempre Springsteen scrive dell’emozione e gratitudine provata per l’invito dei Rolling Stone a partecipare come ospite ad un loro concerto: “Per il pubblico di Lisbona rimarrà un ricordo indelebile. Poter vedere contemporaneamente sul palco Rolling Stones e Bruce Springsteen è una cosa che capita forse solo una volta nella vita (…)  in occasione del festival Rock in Rio che si è tenuto nella capitale lusitana, Mick Jagger e compagni hanno voluto regalare al pubblico presente una sorpresa di quelle indimenticabili: a un certo punto dello show, infatti, il Boss è salito palco per duettare con la band britannica.”(da virginradio.it). Il che ci ricorda che anche Keith Richards ha scritto la sua personale autobiografia, intitolata Life  ed edita in Italia da Feltrinelli: è la storia del rock’n’roll, è la storia di un’epoca, è la storia dei Rolling Stones. È una vita raccontata da Keith Richards. Da quel lontano dicembre del 1943 quando il piccolo Keith vede la luce in una cittadina del Kent e dalle prime suggestioni musicali trasmessegli dalla madre (Billie Holiday, Louis Armstrong, Duke Ellington), passando dagli anni della scuola – dove incontra Mick Jagger – fino al riff di chitarra più famoso, quello di (I can’t get no) Satisfaction” (dalle note di copertina).

marsalisQuello che unisce tutto ciò è la musica e la letteratura. Poteva mancare il jazz? No di certo. Infatti Winton Marsalis ha scritto “Come il jazz può cambiarti la vita“, anch’esso pubblicato in Italia da Feltrinelli: “Non è solo musica, il jazz. È anche un modo di stare nel mondo, e un modo di stare con gli altri. Al cuore della sua “filosofia” ci sono l’unicità e il potenziale di ciascun individuo, uniti però alla sua capacità di ascoltare gli altri e improvvisare insieme a loro. È stato creato dai discendenti degli schiavi, ma sa parlare di libertà. È figlio della malinconia del blues, ma sa lasciarsi andare alla felicità più pura. Le sue radici sono nella tradizione, ma la sua sfida è la continua innovazione. E anche se vive di tensioni armoniche e ritmiche, ha saputo e sa essere ancora messaggero di pace. Wynton Marsalis fa leva sulla sua eccezionale storia artistica e sull’eredità dei grandi maestri per introdurci in questo universo fatto di opposti che si riconciliano. Con la passione del protagonista racconta storie del presente e del passato. Con la competenza dello studioso spiega cosa e come ascoltare. E soprattutto mostra come le idee centrali del jazz possano aiutare le persone e le comunità a cambiare il loro modo di pensare e di agire, con se stesse e le une con le altre.”

bob_dylan_chronicles_volume_1La musica, la letteratura; l’Arte può cambiare la vita delle persone, anzi la cambia continuamente. C’è poi chi dice che a lui la musica gliel’ha addirittura salvata, la vita. Come Bob Dylan, per esempio, che pure ha scritto tempo fa la sua autobiografia (Chronicles – edita in Italia tanto per cambiare da Feltrinelli). Di lui Springsteen in “Born To Run” scrive: “Bob mi ringraziò: ‘Se c’è qualcosa che posso fare per te…’. ‘Stai scherzando?’ pensai, quindi risposi: ‘L’hai già fatto’. Era il mio modello, volevo essere anch’io capace di raccontare le esperienze e il mondo in cui vivevo e questo  significava scrivere brani migliori e più personali di quanto avessi mai fatto. (…) mi aveva persuaso che era possibile trasmettere una visione autentica e incontaminata a milioni di persone, cambiare le coscienze, ravvivare gli spiriti, infondere sangue fresco a un paesaggio pop anemico e lanciare un avvertimento, una sfida che potesse diventare parte integrante del discorso americano.” Tanta roba, come si dice. Dylan com’è noto ha addirittura vinto il Nobel per la letteratura. Tante polemiche ha suscitato questo premio Nobel che, per essere chiaro, mi limiterò a dire, così en passant, che questo Nobel è assolutamente giusto e strameritato. Perché lui, di vite, ne ha cambiate e ne ha salvate davvero tante. E perché musica e letteratura nella storia non sono mai state separate una dall’altra. Baricco se ne faccia pure una ragione.

 

 

 

 

Come funziona la musica?

Come funziona la musica

David Byrne ha scritto nel 2012 un libro molto bello: How Music Works“, in italiano Come funziona la musica (Bompiani, 2013). Verrebbe da dire che ogni appassionato di musica dovrebbe conoscerlo. Ma non sarebbe giusto. In realtà credo sia un libro importante per ogni persona che si interessi di “cultura” nel senso più ampio possibile. Ma non intendo certo recensirlo qui. Il fatto è che me ne sono ricordato vedendo (e rivedendo ) il breve, splendido filmato che segue.

Per quale motivo trovo che questo video, apparentemente amatoriale – girato a Tonga, durante un matrimonio: gli amici dello sposo improvvisano un’Haka, antica danza Maori resa famosa nel rugby dagli All Blacks – sia magnifico e irresistibile? Non saprei dirlo. Mi sono chiesto ancora: per quale motivo esso mi ha ricordato il testo di David Byrne? Perciò sono andato a rivedermelo:

“Durante una pausa del tour andai a Bali, seguendo il consiglio della coreografa Toni Basil (…) quasi ogni sera riuscivo a vedere  danze accompagnate da orchestre gamelan e rappresentazioni del Ramayana indù nel teatro delle ombre, performance di carattere epico e a volte rituale che fondevano elementi religiosi e teatrali. (Il gamelan è una piccola orchestra composta essenzialmente da gong e metallofoni intonati; l’intreccio delle parti è tanto bello quanto complesso.) In quelle occasioni alcuni dei partecipanti cadevano spesso in trance, ma anche per la trance c’erano procedure stabilite. Non era una confusione caotica, come potrebbe aspettarsi un occidentale, ma una forma di danza più profonda. (…) Per Once in a Lifetime elaborai una complessa serie di movimenti che traevano spunto dalla danza di strada giapponese, dalla trance del gospel e da alcune delle mie improvvisazioni. (…) Durante il montaggio aggiungemmo alcuni spezzoni che rivelavano la fonte di alcuni dei passi: qualche secondo di un ragazzino che ballava nel parco Yoyogi di Tokyo (adesso è proibito!) e alcuni fotogrammi di un film antropologico sulla danza africana, con i ballerini che si accasciavano in terra. Volevo mostrare le mie fonti, senza pretendere di aver inventato tutto, anche se le mie movenze a scatti non assomigliavano gran che agli originali.”

Questo è il risultato:

A questo punto abbiamo capito qualcosa di più? Di come funziona la musica e tutto il resto? Direi proprio di no. In fondo, per me è impossibile capire come tutto questo funzioni. Il fatto è – però – che funziona maledettamente bene. Che meraviglia.

 

 

Riempire i vuoti

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Quando nel 1980 uscì il quarto album in studio dei Talking Heads, “Remain in Light“, molti appassionati di musica, sottoscritto compreso, subirono un vero e proprio “choc” estetico. Bisogna ammettere che molte forme di snobismo intellettualistico subirono un salutare, durissimo colpo. Quella innovativa forma d’arte,  la sua grande potenza espressiva, rendevano impossibile continuare a sostenere i nostri pregiudizi “puristi” contro quello che in modo presuntuoso giudicavamo essere musica di più basso livello rispetto al nostro amato rock: il funk, la disco, la musica etnico-tribale, ecc. Lì dentro c’era anche tutto questo e – ahimè – tutto questo era dannatamente bello, nuovo, profondo e riuscito. Era un disco davvero molto, molto “avanti”. In altre parole, un capolavoro assoluto. Tra l’altro, per chi non lo sapesse, il geniale video di uno dei singoli pubblicati da quell’album – “Once in a Lifetime” – è esposto al Museum of Modern Art di New York. Eccolo:

Decidemmo quindi tutti quanti di diventare, subito, appassionati estimatori ed esperti della new wave.

Ma non è dei Talking Heads che volevo discutere, bensì del suo frontman, fondatore ed animatore del gruppo, nonché artista proteiforme (musicista, produttore, pittore, scultore, regista…): David Byrne. Più precisamente dello scrittore David Byrne.

Nel 2009 è uscito negli Stati Uniti il suo Bycicle Diaries, poi tradotto e pubblicato in Italia da Bompiani nel 2010 con i titolo Diari della Bicicletta. “Forse non tutti sanno che Byrne è anche un appassionato della bicicletta con la quale si muove da oltre vent’anni praticamente ovunque e definita da lui stesso “la mia finestra panoramica sul mondo“. Quando scoprì la bicicletta pieghevole infatti la portò sempre con sè tramutandola nella sua compagna di viaggio in tutti i tour musicali che faceva in giro per i continenti. Scrisse i “diari della bicicletta” durante i soggiorni a Berlino, Istanbul, Londra, Sidney, Manila e tutte le principali città americane.”(da bikeitalia.it)

Ma il vero oggetto di questo post voleva essere ancora un’altro, una frase, o meglio un concetto o un pensiero tratto dal suo ultimo, straordinario libro: How Music Works (2012), in italiano ‘Come funziona la musica‘ (Bompiani, 2013).

“…Ho sentito per la prima volta le canzoni rock, pop e soul su una scadente radio a transistor, e cambiarono la mia vita per sempre. La qualità era atroce , ma quel suono inscatolato comunicava una profusione di informazioni. Sebbene il messaggero fosse una trasmissione audio, era il messaggio sociale e culturale incastonato nella musica a elettrizzarmi quanto il suono. Quegli aspetti extra-musicali trasmessi insieme alla musica non richiedevano un segnale ad alta risoluzione; bastava qualcosa di “accettabile”. (…) è incredibile quanto le informazioni a bassa fedeltà o bassa risoluzione possono comunicare. (…) Lasciando che sia l’ascoltatore o lo spettatore a riempire i vuoti, completando il quadro (o il brano musicale), l’opera viene personalizzata e il pubblico lo può adattare alla propria vita e alla propria situazione. Si sente maggiormente coinvolto, e diventano possibili un’intimità e una partecipazione che la perfezione avrebbe probabilmente impedito…”.

Il libro è molto bello e a mio parere anche molto importante e innovativo, come gran parte delle sue cose. Ma questo concetto mi colpisce particolarmente: amo l’alta fedeltà, però concordo perfettamente sul fatto che il messaggio importante non sta lì, bensì nelle informazioni che vi stanno dentro, che magari lo hanno inconsapevolmente preceduto e che a un certo punto ti arrivano direttamente al cuore e alla mente. La bassa risoluzione o bassa fedeltà non è così importante quanto il messaggio culturale e sociale che lo ha formato, che ora passa e per il quale in realtà è sufficiente anche una condizione appena accettabile di trasmissione, senza “effetti speciali”. Per di più, se nel messaggio sono compresi anche dei vuoti, tanto meglio: sarà la nostra sensibilità personale a riempirli e niente ci verrà imposto a priori. In questo modo saremo più coinvolti e partecipativi. Sappiamo tutti che il vuoto non esiste in natura. Questa idea mi colpisce anche perché mi viene istintivo collegarla ad un’affermazione tratta dal suo blog, pubblicato sul New York Times, nel quale Byrne dichiarò «Ero un ragazzo borderline, immagino a causa dell’Asperger». (“I was a peculiar young man,” he wrote in a reflective entry last April. “Borderline Asperger’s, I would guess”). Tutto questo c’entra qualcosa? Non saprei dirlo, tantomeno dimostrarlo, ma il mio istinto dice di sì. Come al solito. è una questione di sensibilità.

Nella foto: David Byrne

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