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Quella cosa senza nome

I poeti non inventano le poesie / la poesia è in qualche posto là dietro / è là da moltissimo tempo / il poeta non fa che scoprirla (Jan Skàcel)

William Somerset Maugham una volta ha scritto: «Vi sono tre regole fondamentali per scrivere un romanzo. Sfortunatamente nessuno le conosce». Ovviamente queste tre regole che nessuno conosce sono sempre le stesse per tutte le forme artistiche, oltre che per il romanzo. Milan Kundera, nel suo “L’arte del romanzo” (Adelphi, 1988 – cap. VI) fornisce la sua personale definizione di  sessantasei parole, una delle quali è proprio “romanzo“. Che viene definito: «La grande forma della prosa in cui l’autore, attraverso degli io sperimentali (i personaggi), esamina fino in fondo alcuni temi dell’esistenza».

Nello stesso libro aveva però in precedenza fatto notare che «Il romanzo (come tutta la cultura) si trova sempre più nelle mani dei mass media; e questi, essendo agenti dell’unificazione della storia planetaria, amplificano e canalizzano il processo di riduzione; distribuiscono nel mondo intero le stesse semplificazioni e gli stessi luoghi comuni che si prestano a essere accettati dalla maggioranza, da tutti, dall’umanità intera. E poco importa che nei loro diversi organi affiorino i diversi interessi politici. Dietro questa differenza di superficie regna uno spirito comune. (…) Questo spirito comune dei mass media che si dissimula dietro la loro diversità politica è lo spirito del nostro tempo. E questo spirito mi sembra contrario allo spirito del romanzo.

Lo spirito del romanzo è lo spirito di complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile, però, nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda e la escludono». (Milan KunderaL’arte del romanzo, Adelphi 1988)

Facciamo un esempio.  La parola romantico, che all’inizio (tra la fine del sec. XVIII e i primi decenni del sec. XIX) si riferiva all’inquieta sensibilità moderna per distinguerla da quella «classica», finì per fare riferimento a qualcosa di patetico e sentimentale e – nel più banale linguaggio dei mass media – all’amore più languido e appassionato. Superfluo aggiungere che questa pericolosa tendenza alla banalizzazione esiste in ogni autentica forma artistica; tuttavia, come scrive Giulio Ferroni «La musica è la forma artistica preferita dal romanticismo, perché consente di tessere associazioni segrete di suoni, di dar voce all’inesprimibile, di suscitare e seguire il movimento delle passioni ». Con il conseguente, inevitabile rischio  di oscurare lo spirito di complessità dietro l’individualismo sentimentale ed egocentrico di più bassa lega.

Tuttavia, secondo Wynton Marsalis, questo pericoloso conflitto tra banalità e complessità, nel jazz e nel blues (quelli veri, s’intende) viene sublimato:  «Non c’è una parola che possa descrivere certi silenzi di un viaggio in macchina a tarda notte con tuo padre, o quanto adori il sorriso di tua moglie quando provi a canzonarla. Eppure sono sentimenti reali, ancora più reali perché non si possono tradurre in parole. Il jazz concede al musicista di comunicare all’istante la precisa sensazione di un’esperienza di vita; di converso, la schiettezza della rivelazione induce l’ascoltatore a condividere la stessa esperienza. (…) Il jazz fa sì che ogni individuo plasmi un linguaggio con i propri sentimenti e usi questo linguaggio, assolutamente personale, per comunicare la propria visione del mondo. (…)

Il jazz ti ricorda che devi far funzionare le cose insieme ad altri. È difficile ma si può fare. Quando un gruppo di persone cerca di inventare qualcosa insieme è facile che nascano conflitti. Il jazz ti obbliga ad accettare le decisioni di altri: a volte ti tocca guidare, a volte seguire, ma non puoi rinunciare a nessuno dei due ruoli. È l’arte di negoziare le variazioni con stile. Lo scopo di ogni performance è di creare qualcosa a partire da circostanze definite: produrre insieme ed essere insieme (…) l’importanza di esprimere l’essenza dei tuoi sentimenti e la disponibilità a condividere un progetto con altri (…) La creatività non te la devi guadagnare, ce l’hai da quando sei nato. Tutto quello che devi fare è riconoscerla e darle libero sfogo.» (Wynton Marsalis – Come il jazz può cambiarti la vita. Feltrinelli, 2011)

David Byrne, musicista, compositore e produttore discografico statunitense di origine scozzese, fondatore e animatore dei Talking Heads, oltre che scrittore, ritiene che l’idea romantica del lavoro creativo, quella del senso comune «secondo cui la creazione emerge da un’intima emozione, dallo sgorgare della passione o del sentimento, e l’impulso creativo non tollera restrizioni, deve semplicemente trovare uno sbocco per farsi sentire, leggere o vedere» sia il contrario della realtà: «credo che il vero cammino della creazione si situi agli antipodi da questo modello. Credo che, inconsciamente e istintivamente, adeguiamo il nostro lavoro a schemi preesistenti. Naturalmente ciò non significa che la passione non sia presente.»

«Molti credono che ci sia una qualche misteriosa qualità insita nella grande arte, e che sia questa sostanza invisibile a suscitare in noi una reazione tanto profonda. Questa entità ineffabile non è stata ancora identificata, ma sappiamo che le forze sociali, storiche, economiche e psicologiche influenzano le nostre reazioni tanto quanto l’opera stessa. L’arte non può esistere nell’isolamento. E tra tutte le arti la musica, essendo effimera, è la più prossima a essere un’esperienza più che un’oggetto: è legata al luogo in cui l’hai ascoltata, a quanto l’hai pagata e a chi era con te in quel momento. (…)

Si ha spesso l’impressione che gli uomini di potere non vogliano vederci fare qualcosa da soli: preferiscono stabilire una gerarchia culturale che svaluta i nostri tentativi amatoriali e incoraggia il consumo a scapito della creazione. (…) Il capitalismo tende a creare consumatori passivi, e tale tendenza è per molti aspetti controproducente». (David Byrne – Come funziona la musica, Bompiani 2013/2014)

Bettye LaVette (vero nome Betty Haskins) è una cantante e compositrice soul-blues americana che a soli sedici anni, nel 1962, ha registrato il suo primo 45 giri. «La sua carriera altalenante è iniziata nel 1962, a quattordici anni ha avuto una figlia, a quindici il primo divorzio, poi molto sesso («una groupie di talento ma una pessima prostituta»), molto alcol, fiumi di cocaina (sniffava anche con Aretha Franklin e suo marito Ted White, del quale fu segretamente amante), molte canne con Marvin Gaye e un acido «memorabile» con George Clinton. Riscoperta all’inizio del nuovo millennio dall’etichetta indipendente Anti, che ha pubblicato i suoi primi album dopo quasi quarant’anni da sfigata, nel 2009 è stata invitata dal presidente Obama, un suo fan, a cantare al Kennedy Center. (…)

In oltre cinquant’anni ha inciso solo dieci dischi, cosa non ha funzionato?

«Niente ha funzionato! Sfortuna, brutti incontri, cattive abitudini: spararono in testa al mio manager che non ero ancora maggiorenne; capitai alla Atlantic nel momento in cui Jerry Wexler e Ahmet Ertegun avevano litigato a morte e il mio album, già inciso, rimase impantanato; mi accusavano di non avere il background gospel di tutte le altre dive del soul; alcol e cocaina per alleviare la frustrazione (mai bucata, gli eroinomani mi fanno orrore); squattrinata al punto di prostituirmi e diventare ostaggio di un pappone che minacciò di buttarmi giù dal ventesimo piano. Ma alla fine è sempre arrivato qualcuno a dirmi, ti va di fare un’altra canzone?». (Intervista di Giuseppe Videtti – La Repubblica 28 marzo 2018)

Bettye LaVette è la dimostrazione vivente di quanto sostiene David Byrne. Se non fosse così, questa grandissima artista avrebbe avuto i riconoscimenti che si merita:

Guarda caso, il capitolo numero nove di “Come funziona la musica”  si intitola “Dilettanti!“. Infatti «Il consulente all’istruzione Sir Ken Robinson fa notare che tutti i sistemi scolastici del pianeta sono stati concepiti per soddisfare le esigenze dell’industrializzazione del XIX secolo. (…) Come scrive Robinson: “Ho perso il conto delle persone brillanti che ho conosciuto in tutti i campi, che a scuola non se l’erano cavata troppo bene. Alcuni c’erano riusciti, naturalmente, ma altri ebbero successo e scoprirono le loro doti dopo esseri ripresi dalle proprie esperienze scolastiche. Ciò è dovuto in larga parte al fatto  che gli attuali sistemi scolastici non furono studiati per sviluppare le doti naturali di tutte le persone. Erano concepiti con il fine di favorire certi tipi di abilità nell’interesse delle economie industriali di cui erano al servizio.”»

Vale anche per gli artisti (in quanto intellettuali essi stessi) quello che scrive Edward W. Said a proposito degli intellettuali: «Ogni intellettuale ha un pubblico e dei sostenitori. Ma quel pubblico va lusingato alla stregua di un cliente da soddisfare? Oppure sollecitato a porsi apertamente all’opposizione, a scegliere una partecipazione sociale a più vasto raggio, più democratica? In ambo i casi, al potere e all’autorità non si sfugge, né l’intellettuale può eludere quel rapporto. Quale atteggiamento assumere? Da professionista supplice oppure da dilettante senza medaglie, coscienza critica del potere?» (Dire la verità – Feltrinelli 1994)

«Se infatti, invece di cercare “la poesia nascosta in qualche posto là dietro”, il poeta si impegna a servire una verità già nota (che si offre da sé e che è “là davanti”), egli rinuncia con ciò stesso alla missione che è propria del fare poesia. E poco importa che la verità preconcetta si chiami rivoluzione o dissidenza, fede cristiana o ateismo, che sia più o meno giusta; il poeta che si mette al servizio di una verità altra da quella che è da scoprire (che è abbagliamento) è un falso poeta» (Milan Kundera)

Su un solo punto mi permetto di dissentire da quanto scrive Wynton Marsalis nel suo libro. Egli afferma che Miles Davis (un grande maestro), a un certo punto della sua carriera, «si vendette al rock. Cercava di accaparrarsi i soldi e il grande pubblico del rock». In altre parole, tradì il jazz. Beh… se i venduti fossero in grado di scovare, come lui, quella cosa senza nome, nascosta in qualche posto là dietro da tantissimo tempo, allora siano benvenuti tutti i traditori!

Negli audio-video:
Bettye LaVette – Thru the Winter (da A Woman Like Me – 2003 )
Miles Davis – Time After Time – Live around the world – June 5, 1989 Chicago
In testata: Stuart Davis’s “Swing Landscape,”  1938 

Libri di musicisti

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A pagina 150 di “Born To Run“, l’autobiografia di cui al precedente post, Bruce Springsteen scrive: “La prima volta che senti la tua musica su un nastro professionale inizi a sudare freddo e ti viene voglia di uscire dalla stanza strisciando. Nella mente e nei sogni l’effetto è sempre migliore che alla fredda luce dello studio. Il tuo vero sound è quello, e ti schiaccia come un peso da duecento chili. All’improvviso ti rendi conto di essere un cantante meno straordinario, un chitarrista meno dotato e naturalmente – come del resto tutti, musicisti e non – un tipo meno attraente di quanto pensassi. Il nastro se ne frega delle preziose illusioni che ti sei costruito per farti coraggio, devi farci il callo.”

david-byrneUn concetto molto simile è espresso da David Byrne nel suo bellissimo “Come funziona la musica” (edito in Italia da Bompiani nel 2013/2014); testo che pur non essendo una vera e propria autobiografia, giocoforza richiama e ragiona sulle numerosissime esperienze della propria pluridecennale e splendida carriera. A pagina 147, infatti, Byrne scrive: “Quando infine registrammo il nostro primo vero disco, “Talking Heads: 77“, nel complesso si trattò di un’esperienza orribile. Niente suonava come lo sentivamo nelle nostre teste, o come eravamo abituati a sentirlo in concerto, anche se ciò potrebbe dirla lunga sulle nostre teste, le nostre speranze e il suono che immaginavamo oltre che sul risultato della registrazione. O forse era semplicemente mancata l’alchimia. Tutti conoscono lo strano effetto di sentire la propria voce registrata. Immaginate quindi un intero gruppo che sente la propria “voce” registrata praticamente per la prima volta. Fu deprimente, sconfortante e ci sentivamo disorientati.”

Ma Bruce Springsteen è anche coautore del primo grande successo mondiale di Patti Smith: just_kids_patti_smithBecause The Night, (“Perché la notte appartiene agli amanti – Perché la notte appartiene alla lussuria –  Perché la notte appartiene a noi”, qui con gli U2), inserito nel suo terzo album, “Easter“. Ecco allora che diventa obbligatorio ricordare “Just Kids“, straordinario libro autobiografico di Patti Smith, da lei dedicato al suo grande “amico-compagno-complice” di gioventù, il fotografo Robert Mapplethorpe, (assieme a lei in copertina): “Su Robert è stato detto molto, e molto altro si dirà. I giovani faranno propria la sua andatura. Le giovani vestiranno di bianco e piangeranno i suoi riccioli. Verrà condannato e venerato. I suoi eccessi biasimati oppure romanzati. Alla fine, la verità potrà essere ritrovata soltanto nella sua opera, il corpo materiale dell’artista. Essa non svanirà. Gli uomini non possono giudicarla. Poiché l’arte canta di Dio, e a lui appartiene in ultima istanza.” E poi, a pagina 17: “Nel corso degli anni i nostri ruoli si sono invertiti, poi invertiti di nuovo, finché non abbiamo accettato la nostra natura duplice. Entrambi racchiudevamo principi opposti, luce e tenebra.”

keith-richardsAncora, sempre Springsteen scrive dell’emozione e gratitudine provata per l’invito dei Rolling Stone a partecipare come ospite ad un loro concerto: “Per il pubblico di Lisbona rimarrà un ricordo indelebile. Poter vedere contemporaneamente sul palco Rolling Stones e Bruce Springsteen è una cosa che capita forse solo una volta nella vita (…)  in occasione del festival Rock in Rio che si è tenuto nella capitale lusitana, Mick Jagger e compagni hanno voluto regalare al pubblico presente una sorpresa di quelle indimenticabili: a un certo punto dello show, infatti, il Boss è salito palco per duettare con la band britannica.”(da virginradio.it). Il che ci ricorda che anche Keith Richards ha scritto la sua personale autobiografia, intitolata Life  ed edita in Italia da Feltrinelli: è la storia del rock’n’roll, è la storia di un’epoca, è la storia dei Rolling Stones. È una vita raccontata da Keith Richards. Da quel lontano dicembre del 1943 quando il piccolo Keith vede la luce in una cittadina del Kent e dalle prime suggestioni musicali trasmessegli dalla madre (Billie Holiday, Louis Armstrong, Duke Ellington), passando dagli anni della scuola – dove incontra Mick Jagger – fino al riff di chitarra più famoso, quello di (I can’t get no) Satisfaction” (dalle note di copertina).

marsalisQuello che unisce tutto ciò è la musica e la letteratura. Poteva mancare il jazz? No di certo. Infatti Winton Marsalis ha scritto “Come il jazz può cambiarti la vita“, anch’esso pubblicato in Italia da Feltrinelli: “Non è solo musica, il jazz. È anche un modo di stare nel mondo, e un modo di stare con gli altri. Al cuore della sua “filosofia” ci sono l’unicità e il potenziale di ciascun individuo, uniti però alla sua capacità di ascoltare gli altri e improvvisare insieme a loro. È stato creato dai discendenti degli schiavi, ma sa parlare di libertà. È figlio della malinconia del blues, ma sa lasciarsi andare alla felicità più pura. Le sue radici sono nella tradizione, ma la sua sfida è la continua innovazione. E anche se vive di tensioni armoniche e ritmiche, ha saputo e sa essere ancora messaggero di pace. Wynton Marsalis fa leva sulla sua eccezionale storia artistica e sull’eredità dei grandi maestri per introdurci in questo universo fatto di opposti che si riconciliano. Con la passione del protagonista racconta storie del presente e del passato. Con la competenza dello studioso spiega cosa e come ascoltare. E soprattutto mostra come le idee centrali del jazz possano aiutare le persone e le comunità a cambiare il loro modo di pensare e di agire, con se stesse e le une con le altre.”

bob_dylan_chronicles_volume_1La musica, la letteratura; l’Arte può cambiare la vita delle persone, anzi la cambia continuamente. C’è poi chi dice che a lui la musica gliel’ha addirittura salvata, la vita. Come Bob Dylan, per esempio, che pure ha scritto tempo fa la sua autobiografia (Chronicles – edita in Italia tanto per cambiare da Feltrinelli). Di lui Springsteen in “Born To Run” scrive: “Bob mi ringraziò: ‘Se c’è qualcosa che posso fare per te…’. ‘Stai scherzando?’ pensai, quindi risposi: ‘L’hai già fatto’. Era il mio modello, volevo essere anch’io capace di raccontare le esperienze e il mondo in cui vivevo e questo  significava scrivere brani migliori e più personali di quanto avessi mai fatto. (…) mi aveva persuaso che era possibile trasmettere una visione autentica e incontaminata a milioni di persone, cambiare le coscienze, ravvivare gli spiriti, infondere sangue fresco a un paesaggio pop anemico e lanciare un avvertimento, una sfida che potesse diventare parte integrante del discorso americano.” Tanta roba, come si dice. Dylan com’è noto ha addirittura vinto il Nobel per la letteratura. Tante polemiche ha suscitato questo premio Nobel che, per essere chiaro, mi limiterò a dire, così en passant, che questo Nobel è assolutamente giusto e strameritato. Perché lui, di vite, ne ha cambiate e ne ha salvate davvero tante. E perché musica e letteratura nella storia non sono mai state separate una dall’altra. Baricco se ne faccia pure una ragione.

 

 

 

 

Come funziona la musica?

Come funziona la musica

David Byrne ha scritto nel 2012 un libro molto bello: How Music Works“, in italiano Come funziona la musica (Bompiani, 2013). Verrebbe da dire che ogni appassionato di musica dovrebbe conoscerlo. Ma non sarebbe giusto. In realtà credo sia un libro importante per ogni persona che si interessi di “cultura” nel senso più ampio possibile. Ma non intendo certo recensirlo qui. Il fatto è che me ne sono ricordato vedendo (e rivedendo ) il breve, splendido filmato che segue.

Per quale motivo trovo che questo video, apparentemente amatoriale – girato a Tonga, durante un matrimonio: gli amici dello sposo improvvisano un’Haka, antica danza Maori resa famosa nel rugby dagli All Blacks – sia magnifico e irresistibile? Non saprei dirlo. Mi sono chiesto ancora: per quale motivo esso mi ha ricordato il testo di David Byrne? Perciò sono andato a rivedermelo:

“Durante una pausa del tour andai a Bali, seguendo il consiglio della coreografa Toni Basil (…) quasi ogni sera riuscivo a vedere  danze accompagnate da orchestre gamelan e rappresentazioni del Ramayana indù nel teatro delle ombre, performance di carattere epico e a volte rituale che fondevano elementi religiosi e teatrali. (Il gamelan è una piccola orchestra composta essenzialmente da gong e metallofoni intonati; l’intreccio delle parti è tanto bello quanto complesso.) In quelle occasioni alcuni dei partecipanti cadevano spesso in trance, ma anche per la trance c’erano procedure stabilite. Non era una confusione caotica, come potrebbe aspettarsi un occidentale, ma una forma di danza più profonda. (…) Per Once in a Lifetime elaborai una complessa serie di movimenti che traevano spunto dalla danza di strada giapponese, dalla trance del gospel e da alcune delle mie improvvisazioni. (…) Durante il montaggio aggiungemmo alcuni spezzoni che rivelavano la fonte di alcuni dei passi: qualche secondo di un ragazzino che ballava nel parco Yoyogi di Tokyo (adesso è proibito!) e alcuni fotogrammi di un film antropologico sulla danza africana, con i ballerini che si accasciavano in terra. Volevo mostrare le mie fonti, senza pretendere di aver inventato tutto, anche se le mie movenze a scatti non assomigliavano gran che agli originali.”

Questo è il risultato:

A questo punto abbiamo capito qualcosa di più? Di come funziona la musica e tutto il resto? Direi proprio di no. In fondo, per me è impossibile capire come tutto questo funzioni. Il fatto è – però – che funziona maledettamente bene. Che meraviglia.

 

 

Riempire i vuoti

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Quando nel 1980 uscì il quarto album in studio dei Talking Heads, “Remain in Light“, molti appassionati di musica, sottoscritto compreso, subirono un vero e proprio “choc” estetico. Bisogna ammettere che molte forme di snobismo intellettualistico subirono un salutare, durissimo colpo. Quella innovativa forma d’arte,  la sua grande potenza espressiva, rendevano impossibile continuare a sostenere i nostri pregiudizi “puristi” contro quello che in modo presuntuoso giudicavamo essere musica di più basso livello rispetto al nostro amato rock: il funk, la disco, la musica etnico-tribale, ecc. Lì dentro c’era anche tutto questo e – ahimè – tutto questo era dannatamente bello, nuovo, profondo e riuscito. Era un disco davvero molto, molto “avanti”. In altre parole, un capolavoro assoluto. Tra l’altro, per chi non lo sapesse, il geniale video di uno dei singoli pubblicati da quell’album – “Once in a Lifetime” – è esposto al Museum of Modern Art di New York. Eccolo:

Decidemmo quindi tutti quanti di diventare, subito, appassionati estimatori ed esperti della new wave.

Ma non è dei Talking Heads che volevo discutere, bensì del suo frontman, fondatore ed animatore del gruppo, nonché artista proteiforme (musicista, produttore, pittore, scultore, regista…): David Byrne. Più precisamente dello scrittore David Byrne.

Nel 2009 è uscito negli Stati Uniti il suo Bycicle Diaries, poi tradotto e pubblicato in Italia da Bompiani nel 2010 con i titolo Diari della Bicicletta. “Forse non tutti sanno che Byrne è anche un appassionato della bicicletta con la quale si muove da oltre vent’anni praticamente ovunque e definita da lui stesso “la mia finestra panoramica sul mondo“. Quando scoprì la bicicletta pieghevole infatti la portò sempre con sè tramutandola nella sua compagna di viaggio in tutti i tour musicali che faceva in giro per i continenti. Scrisse i “diari della bicicletta” durante i soggiorni a Berlino, Istanbul, Londra, Sidney, Manila e tutte le principali città americane.”(da bikeitalia.it)

Ma il vero oggetto di questo post voleva essere ancora un’altro, una frase, o meglio un concetto o un pensiero tratto dal suo ultimo, straordinario libro: How Music Works (2012), in italiano ‘Come funziona la musica‘ (Bompiani, 2013).

“…Ho sentito per la prima volta le canzoni rock, pop e soul su una scadente radio a transistor, e cambiarono la mia vita per sempre. La qualità era atroce , ma quel suono inscatolato comunicava una profusione di informazioni. Sebbene il messaggero fosse una trasmissione audio, era il messaggio sociale e culturale incastonato nella musica a elettrizzarmi quanto il suono. Quegli aspetti extra-musicali trasmessi insieme alla musica non richiedevano un segnale ad alta risoluzione; bastava qualcosa di “accettabile”. (…) è incredibile quanto le informazioni a bassa fedeltà o bassa risoluzione possono comunicare. (…) Lasciando che sia l’ascoltatore o lo spettatore a riempire i vuoti, completando il quadro (o il brano musicale), l’opera viene personalizzata e il pubblico lo può adattare alla propria vita e alla propria situazione. Si sente maggiormente coinvolto, e diventano possibili un’intimità e una partecipazione che la perfezione avrebbe probabilmente impedito…”.

Il libro è molto bello e a mio parere anche molto importante e innovativo, come gran parte delle sue cose. Ma questo concetto mi colpisce particolarmente: amo l’alta fedeltà, però concordo perfettamente sul fatto che il messaggio importante non sta lì, bensì nelle informazioni che vi stanno dentro, che magari lo hanno inconsapevolmente preceduto e che a un certo punto ti arrivano direttamente al cuore e alla mente. La bassa risoluzione o bassa fedeltà non è così importante quanto il messaggio culturale e sociale che lo ha formato, che ora passa e per il quale in realtà è sufficiente anche una condizione appena accettabile di trasmissione, senza “effetti speciali”. Per di più, se nel messaggio sono compresi anche dei vuoti, tanto meglio: sarà la nostra sensibilità personale a riempirli e niente ci verrà imposto a priori. In questo modo saremo più coinvolti e partecipativi. Sappiamo tutti che il vuoto non esiste in natura. Questa idea mi colpisce anche perché mi viene istintivo collegarla ad un’affermazione tratta dal suo blog, pubblicato sul New York Times, nel quale Byrne dichiarò «Ero un ragazzo borderline, immagino a causa dell’Asperger». (“I was a peculiar young man,” he wrote in a reflective entry last April. “Borderline Asperger’s, I would guess”). Tutto questo c’entra qualcosa? Non saprei dirlo, tantomeno dimostrarlo, ma il mio istinto dice di sì. Come al solito. è una questione di sensibilità.

Nella foto: David Byrne