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Tag: Don Ciotti

Legalità

Onestà

“A parole, la legalità è invocata ovunque. Non costano nulla le parole. La più abusata è proprio legalità; ha ragione don Ciotti, aboliamola, sostituiamola con responsabilità. Conta quello che fai, non quello che dici.”

Raffaele Cantone  (Presidente Autorità Nazionale Anticorruzione – ANAC)

 

Dire la verità

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Le parole di don Ciotti che ho riportato nel precedente post (…Il problema più grave non è chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Noi abbiamo bisogno di verità…) riportano alla mente un testo straordinario di  Edward W. Said, scrittore ed intellettuale palestinese naturalizzato statunitense, scomparso nel 2003.  Nel 1995 Feltrinelli ha pubblicato il suo “Dire la verità”, sottotitolo “Gli intellettuali e il potere” (titolo originale: “Representations of the intellectual” del 1994). La sua attualità risulta davvero impressionante, il suo quasi disperato ma continuo e ostinato richiamo all’onestà intellettuale quasi commovente. Eccone un estratto:

“In una società di massa amministrata come la nostra, dire la verità ha soprattutto lo scopo di configurare una situazione migliore, più aderente ad alcuni principi etici – pace, riconciliazione, alleviamento della sofferenza – da applicare a realtà conosciute. (…) L’obiettivo di chi parla e scrive non è certamente quello di dimostrare a tutti che si è dalla parte della ragione: lo sforzo, piuttosto, è di dar vita a un diverso clima etico, chiamando un atto di aggressione con il suo vero nome, adottando misure per prevenire o eliminare il castigo ingiustamente inflitto a popoli o individui, riconoscendo i diritti e le libertà democratiche a tutti e non soltanto, con odiosa discriminazione, a pochi eletti. Sono traguardi idealistici, spesso irrealizzabili e in certo modo meno strettamente pertinenti al mio tema di quanto non sia l’operato del singolo intellettuale quando nella maggior parte dei casi domina la tendenza a tirarsi indietro oppure a seguire il gregge.

Niente mi sembra più riprovevole dell’abito mentale che induce l’intellettuale a voltare la faccia dall’altra parte, tipico modo di evitare una posizione difficile che sappiamo essere giusta nei principi, ma che decidiamo di non fare nostra. Perché non vogliamo mostrarci troppo schierati politicamente, abbiamo paura di apparire polemici, ci serve il plauso del capo o di un’altra figura di potere, vogliamo conservare il nostro buon nome di persona equilibrata, oggettiva, moderata; speriamo di essere riconfermati, consultati, chiamati a far parte di qualche direttivoo prestigioso comitato e, così, rimanere nel novero di quelli che decidono. E, un bel giorno, speriamo di ricevere un bel titolo onorifico, un premio importante, forse la carica di ambasciatore.

Questa è, per eccellenza, la mentalità che induce un intellettuale alla corruzione. E farla propria contribuisce più di ogni altra cosa a snaturare, a neutralizzare e, da ultimo, uccidere la passione, appunto, intellettuale.”

Nella foto: Edward W. Said

Don Ciotti, il pallone e quattro lesbiche

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Il 23 gennaio 2015, in un’intervista a Repubblica TV, don Ciotti, presidente dell’associazione Libera, ha affermato che“Il problema più grave non è chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Noi abbiamo bisogno di verità. Qui ci sono giri di imprenditori, di organizzazioni che avevano troppi giochi e interessi, ma l’impostazione del sistema è come fosse mafioso, punto e basta, nella metodologia con cui tutto questo viene fatto””. Nella fattispecie si riferiva ad una speculazione edilizia coraggiosamente bloccata dal sindaco di San Lazzaro di Savena, Isabella Conti, nonché al mondo dei costruttori privati e delle cooperative di costruzione interessate. Se cambiamo settore, allargando l’orizzonte, il discorso non cambia. Ho un figlio che gioca a calcio, ha 12 anni ed ha una grande passione. Anche nel mondo del calcio italiano circola però tanto, troppo denaro pubblico ed esistono molti “giochi ed interessi”. Ed eccoci qua. Il presidente della FGIC (Federazione Italiana Giuoco Calcio, notare il termine “Giuoco” in disuso da decenni), cioè il massimo organismo dirigente del calcio professionistico italiano si chiama Carlo Tavecchio. Uomo di calcio, Tavecchio. Ma soprattutto d’affari e grande amico di Lotito, altro imprenditore molto addentro al giro che conta . Tavecchio, nel corso della sua “campagna elettorale” per la presidenza FIGC si presentò così: “Le questioni di accoglienza sono una cosa, quelle del gioco un’altra. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che ‘Opti Poba‘ è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così”.  Poi c’è la LND (Lega Nazionale Dilettanti, che tra l’altro organizza anche il campionato di mio figlio) di cui Tavecchio era presidente e che è stato sostituito dal signor Felice Belloli, il quale, secondo il  verbale di Riunione del Consiglio di Dipartimento Calcio Femminile del 5 marzo 2015, avrebbe dichiarato: “Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche”. Belloli si difende così: «Bisogna dimostrare che ho detto certe parole. Avrei detto queste cose? Avrei, appunto… Dimostrino che ho detto così… Dicano pure quello che vogliono. Chiedono le mie dimissioni. Non so chi può chiedere le mie dimissioni. Io, in ogni caso, non ho mire politiche». Infatti sembra impossibile che dirigenti così importanti, i quali occupano posizioni di tali responsabilità, che dovrebbero essere riferimenti e modelli per i nostri figli, dimostrino invece un livello “culturale e intellettuale” così basso, bieco e volgare. Gli organi competenti si esprimeranno in proposito. Il problema però è che un simile livello “culturale e intellettuale” (non parliamo di quello etico e morale) è davvero più diffuso di quanto si creda all’interno dei più importanti quadri dirigenziali di moltissime strutture e amministrazione pubbliche . Talvolta questa subcultura costituisce addirittura il presupposto necessario e quasi sufficiente per avere successo nel meccanismo perverso della cooptazione alla gestione della cosa pubblica. Chiamiamo le cose con il loro nome. Come dice don Ciotti, si tratta di un meccanismo e di una mentalità squisitamente mafioso. I “campioni” di questo sport si presentano in pubblico come ovvio con la loro facciata pulita. Ma siamo sinceri,  i vizi che considerano privati non vengono mai nascosti abbastanza bene dalle scontate pretese di pubbliche virtù. Se vogliamo vederla, questa è la dura verità su una classe dirigente che evidentemente ci meritiamo e che abbiamo costruito a forza di guardare, lasciar fare e voltarci dall’altra parte. Per poi indignarci, naturalmente.

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