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Non è una partita a bocce

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. (Winston Churchill)

UNO

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, un certo Luca Traini esplode  alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. Nella sparatoria rimangono ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana dai 20 ai 32 anni. Poi Traini scende dall’auto con il tricolore legato al collo,  fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia” davanti al monumento ai Caduti, prima di arrendersi alle Forze dell’Ordine. “Nella sua casa vengono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica.Verrà inoltre accertato che Traini era candidato con la Lega Nord per le comunali di Corridonia del 2017, tuttavia non aveva ricevuto alcuna preferenza.” (da Wikipedia)

Traini aveva un obiettivo molto preciso: sparare addosso, con la sua Glock regolarmente detenuta, a tutti i neri di Macerata: «Vuoi sapere come mi chiamo? — diceva a chi incontrava sulla sua strada — Ce l’ho scritto addosso, guarda qua…». Alla testa rasata Luca Traini è sempre piaciuto farsi chiamare «Lupo» e la scritta, in gotico nero, se l’era infatti tatuata sul collo, insieme a una croce celtica su un braccio e a un dente di lupo, il simbolo nazista, vicino alla tempia destra.  (da Corriere.it).

Solo tre settimane prima, il settimanale “l’Espresso” (n. 3 del 14 gennaio 2018) aveva pubblicato nelle pagine centrali un fumetto di 14 pagine di Zerocalcare, dal titolo “Questa non è una partita a bocce – Dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti”. Nella dodicesima pagina il fumettista ricorda i nomi «di chi è stato ammazzato dai militanti neofascisti o da chi proveniva da ambienti direttamente limitrofi, dal 2003 ad oggi». Eccoli: Davide Cesare – ucciso a coltellate a Milano nel 2003; Renato Biagetti – ucciso a coltellate a Focene nel 2006; Nicola Tommasoli – pestato a morte a Verona nel 2008; Samb Modou – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Dip Mor – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Emmanuel Chidinnamdi – pestato a morte a Fermo nel 2016.

Reazioni politiche e/o sociali e/o culturali, approssimando per eccesso: zero virgola.

DUE

“L’Espresso” attualmente in edicola (n. 36 del 22/07/2018) pubblica invece un forum cui partecipano il direttore Marco Damilano, la scrittrice Michela Murgia e lo stesso Zerocalcare. Che dice:  «Una cosa che mi ha colpito più di tutto quello che gli intellettuali di questo Paese non hanno saputo dire» l’ha sentita in un’aula di tribunale: «Se facciamo un bilancio delle cose di questi anni, e ci guardiamo attorno oggi, di sicuro sentiamo il peso delle responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Ma pesa immensamente di più la responsabilità di ciò che non abbiamo fatto».

“La Repubblica” del 25 luglio 2018 pubblica ora l’appello di Roberto Saviano: “Rompiamo il muro del silenzio“. Inizia così: «Dove siete? Amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci».

E termina così: «Ho riflettuto molto prima di scrivere queste righe: non vi sto chiamando a raccolta per difendere me, ma il tempo per restare nelle retrovie è finito. Se non prenderete parte vorrà dire che quello che sta accadendo sta bene anche a voi: o complici o ribelli. “La storia degli uomini — scrisse Vasilij Grossman in Vita e destino — non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se, in momenti come questo, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere”. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta. Allora, da che parte state?».

Ho letto le parole di Roberto Saviano che accolgo, perché sono sincere oneste e ci mette la faccia laddove nel mondo vige la tenenza a nickname, anonimato e fake. Ma siamo sempre al solito punto. Si fa appello a scrittori, registi e intellettuali per sostituire la mancanza di qualcun altro“. Così inizia la videorisposta all’appello di Roberto Saviano ad “uscire dal silenzio” di Stefano Massini, scrittore e drammaturgo. “Io ho delegato ciò che ho di più prezioso, i miei valori e le mie idee, a qualcun altro perché siamo in una democrazia. Alle urne sono stati sconfitti degli uomini non quei valori. Ora mi sento uno che ha affidato propri figli a qualcuno che è venuto meno al patto, se ne sta disinteressando. Magari è in ferie o perso in faide di partito fra tenenti e luogotenenti, mentre non sta facendo il suo lavoro. Quel qualcuno si vergogni profondamente“. (da Repubblica.it)

Ma come? Le vibranti e corpose iniziative politiche della fantomatica “sinistra” non sono affatto mancate. E continuano ancora oggi. Per esempio: «Matteo Renzi si sente (ancora) come Barack Obama e passa dalla politica alla tv». (il Giornale.it). Vengono poi segnalate numerose altre attività: «Silvio Berlusconi e Maria Elena Boschi si ritrovano al Palace di Merano. Entrambi hanno deciso di affidarsi alle cure del guru Henri Chenot, mago delle terapie anti-age». (il Corriere.it) Per non parlare poi delle iniziative per esempio di Luca Lotti (detto «Biondo», regista dei ripetuti soccorsi dei verdiniani all’esecutivo), di Francesco Bonifazi, Marco Carrai, Antonella Manzione, Franco Bellacci, Tiberio Barchielli, Pilade Cantini, Erasmo D’Angelis, Filippo Bonaccorsi, ecc. ecc. tutti gli “statisti” del cosiddetto “Giglio Magico” che lottano ogni giorno contro i mali del mondo. Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi… ma forse è meglio fermarsi qui.

TRE

«A oggi è impossibile prevedere quale sarà il destino ultimo del nostro sistema politico. Forse l’ascesa dei populisti sarà una fase di breve durata, che tra cento anni verrà rievocata con un misto di sconcerto e curiosità. O forse sarà un cambiamento epocale, il preannuncio di un ordine mondiale in cui i diritti individuali verranno violati a ogni piè sospinto e il vero autogoverno sparirà dalla faccia della terra. Nessuno può prometterci un lieto fine. Ma quanti di noi hanno davvero a cuore i nostri valori e le nostre istituzioni sono decisi a combattere per le nostre convinzioni senza pensare alle conseguenze. Anche se i frutti del nostro lavoro rimarranno incerti, faremo il possibile per salvare la democrazia liberale».

Con queste parole termina “Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” di Yascha Mounk (Feltrinelli, 2018). Il libro è stato pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Harvard University Press con il titolo originale “The People vs Democracy – Why Our Freedom Is In Danger And How To Save It” (Popolo vs Democrazia – Per quale motivo la nostra libertà è in pericolo e come salvarla).  Yascha Mounk è nato a Monaco di Baviera nel 1982, insegna Teoria politica al dipartimento di Studi governativi di Harvard, è Postdoctoral Fellow presso la German Marshall Fund’s Transatlantic Academy e Nonresident Fellow del Political Reform Program presso New America. Scrive su diverse testate internazionali.

Donald Trump, Marine Le Pen, Viktor Orbán, Vladimir Putin, Matteo Salvini. Il deterioramento della democrazia liberale, fenomeno che ora è sotto gli occhi di tutti da Mosca a Washington, fino a poco tempo fa era classificato come una pulsione marginale, merce per estremisti e sobillatori. Mounk è un giovane teorico politico che, già nel suo precoce libro di memorie, notava che le frizioni fra la sua identità ebraica e l’appartenenza nazionale tedesca fossero un esempio della postmoderna incapacità di produrre identità multiculturali. Così ha preso a studiare con gli strumenti dell’indagine sociologica la tenuta del sistema democratico.

«Negli ultimi quindici anni, dopo una delle più lunghe e complesse crisi del mondo occidentale, le democrazie liberali stanno iniziando a scricchiolare sotto il peso della rabbia, della frustrazione e della delusione delle loro cittadinanze, ma soprattutto dei movimenti politici populisti che prima hanno soffiato sul fuoco di questa rabbia e ora la cavalcano. E quello che fino a qualche decennio fa era impensabile, il crollo del sistema politico su cui l’Occidente ha costruito la propria identità novecentesca, diventa di giorno in giorno più realistico. (…)

Democrazia viene dall’unione di due parole Demos e Crazia. Tu ora mi hai parlato di un problema della Crazia, ovvero del potere, che ha deluso le aspettative della gente. Ma la gente, il Demos, non ha la sua parte di colpe?
Il nostro sistema politico è la democrazia liberale e si regge su due aspetti fondamentali: la libertà individuale e l’idea che il popolo governi, ovvero che la gente possa avere un’influenza sulla politica. Secondo me è da un po’ di tempo che questo non è più vero. La colpa della gente forse è stata quella di pensare che tutto fosse garantito, che non ci fosse più bisogno di sorvegliare il sistema, di difendere le proprie libertà e i propri diritti». (da Linkiesta.it – intervista di Andrea Coccia)

Noi siamo il popolo,” ha detto una volta Erdogan ai suoi oppositori. “Voi chi siete?” Norbert Hofer, leader del Partito della libertà austriaco, uno schieramento di destra, ha fatto eco allo stesso sentimento in una recente campagna elettorale. “Voi avete l’alta società dietro di voi” ha detto. “Io ho il popolo con me.La promessa di dare espressione alla voce autentica della gente è la caratteristica centrale del populismo. Quando la loro popolarità cala, i populisti smantellano i meccanismi indipendenti di controllo del potere. In Turchia e Venezuela, per esempio, malgrado gli sforzi compiuti, i difensori della democrazia liberale non sono riusciti a impedire che i loro paesi scivolassero nella dittatura, e che loro venissero condannati e perseguitati.

In quanto “nemici del popolo”, è ovvio. Benito Mussolini e Adolf Hitler sono andati al potere esattamente in questo modo. È impossibile negarlo: anche se qualcuno sembra considerarla tale, questa non è davvero una partita a bocce.

E voi quante vite pensate di avere? Comunque sia, buone vacanze a (quasi) tutti.

In testata: un murale di Banksy, che è stato cancellato dal consiglio comunale di un paesino dell’Essex, Clacton-on-Sea,  perché reputato “razzista”. Traduzione delle scritte:“Gli immigrati non sono benvenuti” – “Tornate in Africa” – “Alla larga dai nostri vermi”.   

Pride (In the Name of Love) degli U2, estratto come primo singolo dall’album The Unforgettable Fire il 4 settembre 1984, è dedicata a Martin Luther King.

Il brano “Le quattro volte” di Brunori Sas è contenuto nell’album “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi (2014)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Il “Grande Io” (ovvero della vanità)

Numerose prove sperimentali, tanto empiriche quanto convincenti, dimostrano in modo quasi scientifico che le persone con forte soggettività (eufemismo per ego-narcisismo) tendono con l’avanzare dell’età a limitare in modo quasi patologico l’orizzonte dei propri interessi all’esclusiva valorizzazione di se stesse: del proprio passato, della propria storia e dei propri successi, veri o presunti. In altre parole, il campo dei loro interessi tende a restringersi al proprio “Grande Io“. Con risultati molto spesso davvero imbarazzanti. Facciamo qualche esempio.

Parlar male di Donald Trump, l’inverosimile presidente USA, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. D’altra parte, essendo nato nel giugno del ’46, è poco più che settantenne. Eppure…. Sono un genio… e un genio molto stabile. E’ quanto scrive Donald Trump su Twitter, replicando a suo modo alle rivelazioni di questi ultimi giorni che hanno anticipato l’uscita del libro ‘Fire and Fury: inside the Trump White House’ dello scrittore e giornalista Michael Wolff. E ancora: dopo che nel suo discorso di fine anno Kim Jong-un aveva annunciato di avere un “pulsante nucleare” sulla sua scrivania, Donald Trump replica sostenendo di averne uno “molto più grosso e potente del suo”. “E funziona“, ha minacciato il presidente degli Stati Uniti su Twitter.

La sobrietà comportamentale (etica e morale) del suddetto era comunque nota da tempo: in un video registrato alcuni mesi dopo il terzo matrimonio con la sua attuale moglie Melania, Trump parla del suo fallito tentativo di sedurre una donna. «Ho provato a scoparla, ma era sposata […]». Trump racconta di averla accompagnata a comprare mobili e di aver provato a baciarla, senza riuscirci. A un certo punto Trump e Bush iniziano invece a parlare di Arianne Zucker, l’attrice che li stava aspettando fuori dall’autobus per portarli sul set (la si vede nell’ultimo minuto del video). Dopo averla vista – e dopo aver commentato il suo aspetto – Trump dice: «Devo usare delle Tic Tac nel caso dovessi iniziare a baciarla. Sai, sono automaticamente attratto dalla bellezza – inizio subito a baciarle, è così. È come una calamita. Bacio subito. Nemmeno aspetto». Poi aggiunge: «Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto». Alla fine, prima di scendere dall’autobus, Trump dice, parlando di quel “tutto” che dice di poter fare con le donne: «prenderle per la figa» (“grab them by the pussy”). (da ilPost.it) Non male davvero: ricorda un po’ gli eleganti  apprezzamenti di Berlusconi sulla Merkel. Oppure le sue sofisticate barzellette, come questa, oppure questa. Il retroterra “culturale” di Donald e Silvio è evidentemente molto simile. Ogni popolo ha i “dirigenti politici” che si merita.

Tom Wolfe invece di anni ne ha 86, ed è uno dei più importanti scrittori viventi. Su “Repubblica” del 2 gennaio scorso è uscita una bella intervista di Alexandre Devecchio, dal titolo molto eloquente: “Avevo capito tutto, alla fine i radical chic hanno tradito il popolo”.  “A  86 anni, il dandy reazionario non ha più niente da perdere e non si sottrae a nessun argomento” (…)

In uno dei suoi libri, “Radical Chic”, lei fustiga il politicamente corretto, la sinistra intellettuale, la tirannia delle minoranze. L’elezione di Donald Trump è una conseguenza di quel politicamente corretto?

«In quel reportage, inizialmente pubblicato nel giugno 1970 sul New York Magazine, descrivevo una serata organizzata il 14 gennaio precedente dal compositore Leonard Bernstein nel suo appartamento di tredici stanze con terrazzo, distribuito su due piani. Lo scopo della festa era una raccolta fondi per l’organizzazione Black Panther… Gli ospiti si erano premurati di assumere dei domestici bianchi per non urtare la sensibilità delle Panthers. Il politicamente corretto, da me soprannominato PC — che sta per “polizia cittadina” — è nato dall’idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro.

In seguito, ironicamente, il politicamente corretto è diventato uno strumento delle “classi dominanti”, l’idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro “predominio sociale” e mettersi la coscienza a posto. A poco a poco, il politicamente corretto è perfino diventato un marcatore di questo “predominio” e uno strumento di controllo sociale, un modo di distinguersi dai “bifolchi” e di censurarli, di delegittimare la loro visione del mondo in nome della morale. Ormai la gente deve fare attenzione a quello che dice. E va di male in peggio, specialmente nelle università. La forza di Trump nasce probabilmente dall’aver rotto con questa cappa di piombo. Per esempio, la gente molto ricca in genere tiene un profilo basso mentre lui se ne vanta. Suppongo che una parte degli elettori preferisca questo all’ipocrisia dei politici conformisti».

Nella sua opera, la posizione sociale è la chiave principale per la comprensione del mondo. Il voto per Trump è il voto di quelli che non hanno o non hanno più una posizione sociale o di quelli la cui posizione sociale è stata disprezzata?

«Attraverso Radical Chic descrivevo l’emergere di quella che oggi chiameremmo la “gauche caviar” o il “progressismo da limousine”, vale a dire una sinistra che si è ampiamente liberata di qualsiasi empatia per la classe operaia americana. Una sinistra che adora l’arte contemporanea, si identifica in cause esotiche e nella sofferenza delle minoranze ma disprezza i rednecks (bifolchi ndr) dell’Ohio. Certi americani hanno avuto la sensazione che il partito democratico fosse così impegnato a fare qualsiasi cosa per sedurre le diverse minoranze da arrivare a trascurare una parte considerevole della popolazione. In pratica quella parte operaia della popolazione che, storicamente, ha sempre costituito il midollo del partito democratico. Durante queste elezioni l’aristocrazia democratica ha deciso di favorire una coalizione di minoranze e di escludere dalle sue preoccupazioni la classe operaia bianca. E a Donald Trump è bastato chinarsi a raccogliere tutti quegli elettori e convogliarli sulla sua candidatura».

La modestia non è certo il suo forte e c’è anche del vero in ciò che dice su certa sinistra: quella dei fighetti radical chic, un po’ snob o addirittura hipster, magari con punto di ritrovo alla Leopolda. Ma la risposta più giusta a Tom Wolfe l’ha già data Michele Serra sullo stesso giornale qualche giorno dopo:

“L’elemento, ridotto all’osso, è questo: ammesso e concesso che i liberal, per i bifolchi dell’Ohio, abbiano fatto poco e male, che cosa fa, per i bifolchi dell’Ohio, Tom Wolfe? Ho la presunzione di conoscere la risposta: non fa assolutamente niente, e non perché sia malvagio o distratto, ma perché per la destra quella vera (quella scettica sulla natura umana, e sui destini della società) le condizioni del popolo non costituiscono un problema di speciale urgenza. Il popolo, alla destra, va benissimo così com’è.”

Tutti sanno che il quotidiano testé citato, la Repubblica, è stato fondato da Eugenio Scalfari. E’ pure noto che la linea editoriale del giornale è sempre stata dettata da lui, zigzagando negli anni nei riferimenti, prima su Berlinguer, poi su Spadolini, poi su De Mita e ora su Renzi. Ma ora siamo in difficoltà, lo ammettiamo, di fronte a questo giornalista 93enne fondatore e direttore “emerito” di Repubblica. Sul giornale del 10 gennaio 2017 il fondatore si presta infatti ad uno dei primi casi mondiali di giornalismo auto-autoreferenziale (cioè autoreferenziale al quadrato); ha cioè pubblicato una auto-intervista a se stesso: uno Scalfari (pseudonimo Zurlino) che fa domande a Scalfari (Eugenio). Eccone uno stralcio:

«Stavo rileggendo un paio di giorni fa Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa. È uno dei capolavori di questo agitato periodo della modernità, con il passo che mi ha più colpito ed è la creazione di se stesso attraverso il personaggio a cui dà il nome di Bernardo Soares. Che Bernardo sia Fernando non è nell’intuizione d’un lettore avveduto ma una dichiarazione dello stesso autore: Bernardo Soares sono io. Questa tecnica letteraria ha ispirato questo mio articolo che è alquanto diverso dal solito: è un’ intervista a me stesso». Eccolo lì, intervista a se stesso: come una sorta di sfizio a fine carriera, come un epilogo dalla grande padronanza di “ego” su inchiostro, si fa quelle domande che forse avrebbe voluto sentirsi fare da altri.

Come gli capita spesso negli ultimi anni, Scalfari tratta nell’auto-intervista di quasi tutti i massimi sistemi dello scibile umano. Qui tralascio di proposito il trattarli (anche sommariamente) per esplicito dispetto nei confronti della più agghiacciante delle affermazioni in essa contenute. Infatti, a una domanda semplice semplice (di Zurlino) : “E il rock?” Scalfari (Eugenio) risponde: “Per me non esisteÈ solo ritmo senza alcuna melodia“.

Eh no Scalfari! questa da lei proprio non ce l’aspettavamo.  Oscar Wilde ha scritto: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio“. Dispiace dirlo, ma in questo caso lei ha davvero perso una buona occasione per tacere. Sulla musica, perlomeno.

Comunque buon anno lo stesso.

In testata: un’immagine del film “La grande bellezza”diretto da Paolo Sorrentino (2013)