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Il candido idiota

 

Tra le molte opere di Dostoevskij che adoro, la preferita è senz’altro  L’idiotaLa stesura di questo romanzo fu iniziata a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì poi a Vevey (sul lago di Ginevra), poi a Milano, e terminò nel gennaio del 1869 a Firenze.

Secondo Dostoevskij, quelli fra i suoi lettori che preferivano L’idiota avevano dei tratti comuni, che gli erano assai simpatici. (…) Il proposito di Dostoevskij era stato di creare un personaggio “assolutamente buono”, in cui la bontà fosse “positiva”, non derivasse cioè, per reazione, dal dolore e dall’ingiustizia patita, come in tanti romanzi ottocenteschi (egli citava i Miserabili); e fosse invece un naturale stato di grazia, sbocciato dalla semplicità e dalla purezza d’animo. (…) Quello che più aveva reso vitale il personaggio del principe Myškin era il suo indissolubile legame, nell’iniziale concepimento fantastico dell’autore, con l’altro e contrapposto personaggio di Nastas’ja Filíppovna, impastata di orgoglio e di autodenigrazione fino ai limiti della follia: di modo che la perfezione morale di lui e la sua superiore ragionevolezza e penetrazione psicologica trovavano finalmente un ostacolo insormontabile, dinanzi al quale non c’era che da indietreggiare o sacrificarsi. (…)

L’idiota è davvero un libro consolante e vivificatore come pochi altri libri venuti dopo il Vangelo; e il suo fascino ha radici profonde nella personalità di Dostoevskij, o piuttosto in quella miglior parte di lui che era, nonostante i dubbi dogmatici, naturalmente cristiana e sinceramente buona. Fu con ogni probabilità per la sua spirituale parentela con il principe Myškin che egli volle affidare proprio a questo personaggio il ricordo, illuminato dalla poesia, di esperienze personali di cui non pens mai di valersi altrove nell’opera sua creativa. (…)

Ma Dostoevskij non era soltanto colui che da un’enorme spasmodica sensibilità per le sofferenze umane era stato indotto a proclamare il valore sovrano e la potenza della bontà, che sola poteva lenirle. Aveva anche un lato satanico, che dovette impaurire le persone timorate e meschine dalle quali, per ragioni di opportunità politica, venne esaltato dopo morto: era sensuale, superbo anche in certe eccessive umiliazioni, ingiustamente sospettoso, facile all’invidia, partigiano e mutevole nelle opinioni. (…) Accanto alle aspirazioni del principe Myškin, in Dostoevskij c’era molto di Nastas’ja Filíppovna”. (Leone Ginzburg: prefazione a L’idiota, Einaudi, 1941)

Dostoevskij scrive: «…Siate certi che Colombo fu felice non già quando scoprì l’America, ma quando stava per scoprirla; siate certi che il momento supremo della felicità fu per lui forse esattamente tre giorni prima che scoprisse il Nuovo Mondo, quando l’equipaggio in rivolta, disperato, per poco non voltò la nave verso l’Europa per tornare indietro. Poco importava il Nuovo Mondo, quand’anche si fosse inabissato. Colombo morì quasi senza averlo veduto e,in fondo, senza sapere cosa avesse scoperto. Quel che importa è la vita, soltanto la vita, la sua incessante ed eterna scoperta, e non già la scoperta stessa. (…)

Aggiungerò nondimeno che  in ogni pensiero umano geniale o nuovo, anzi semplicemente in ogni pensiero umano serio, che germogli in un cervello, rimane sempre qualcosa che non si può comunicare ad altri, anche se si riempissero interi volumi e si spiegasse il proprio pensiero per trentacinque anni: rimarrà sempre qualche cosa che non vorrà mai uscire dal vostro cranio e che rimarrà in voi per sempre; e così voi morrete forse senza aver comunicato a nessuno la parte essenziale della vostra idea». (Dostoevskij, L’idiota . Einaudi 1963)

Candido, o l’ottimismo (Candide, ou l’Optimisme), è un racconto filosofico di Voltaire che mira a confutare le dottrine ottimistiche quale quella leibniziana. Candido è un giovane piuttosto ingenuo e buono di cuore che vive in Vestfalia nel castello del barone Thunder-Ten Tronckht; il ragazzo compie i suoi studi con la bella figlia del barone, Cunegonda, sotto le cure del precettore Pangloss, fedele discepolo di Leibniz (dal greco pan, “tutto” e glossa, “lingua”) che insegna ai due giovani la dottrina per cui tutte le cose del mondo reale vanno “nel migliore dei modi nel migliore dei mondi possibili”.

«Il precettore Pangloss era l’oracolo di casa, e il giovanetto Candido ne ascoltava le lezioni con tutta la buona fede dell’età sua e del suo carattere. Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmologonigologia. Provava egli a meraviglia che non si dà effetto senza causa, e che in questo mondo, l’ottimo dei possibili, il castello di S. E. il barone era il più bello de’ castelli, e Madama la migliore di tutte le baronesse possibili.
È dimostrato, diceva egli, che le cose non possono essere altrimenti; perché il tutto essendo fatto per un fine, tutto è necessariamente per l’ottimo fine. Osservate bene che il naso è fatto per portar gli occhiali, e così si portano gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze, le pietre sono state formate per tagliarle e farne dei castelli, e così S. E. ha un bellissimo castello; il più grande de’ baroni della provincia dev’essere il meglio alloggiato, e i maiali essendo fatti per mangiarli, si mangia del porco tutto l’anno. Per conseguenza quelli che hanno avanzata la proposizione che tutto è bene; han detto una corbelleria, bisognava dire che tutto è l’ottimo

Alla fine del racconto, dopo terribili disavventure, Candido, disilluso ma non sconfitto, si si ritira con tutti i personaggi del romanzo in una fattoria, dove, anziché filosofare, può dedicarsi al lavoro nel suo “orto”.

In “Lezioni di letteratura” (ora in Adelphi, 2018) Vladimir Nabokov discute e rischiara sette capolavori delle letterature occidentali, da Mansfield Park di Jane Austen all’Ulisse di Joyce. «E lui, il professor Nabokov – docente a Wellesley e quindi alla Cornell tra il 1941 e il 1958 –, li racconta agli studenti americani, e a noi». Nabokov conclude questa raccolta di lezioni con un testo dal titolo L’arte della letteratura e il senso comune:

«…Nell’autunno del 1811 Noah Webster, lavorando indefessamente alla lettera C, definì il senso comune [commonsense] il “buon senso solido, normale… esente da pregiudizi emotivi o da sottigliezze intellettuali…” È una visione piuttosto ottimistica di questa creatura, in quanto la biografia del senso comune costituisce una lettura sgradevole. Il senso comune ha calpestato molti geni delicati i cui occhi si erano deliziati del troppo precoce raggio lunare di qualche verità prematura; il senso comune ha scalciato polvere sui più belli fra i quadri strani perché un albero azzurro pareva follia al suo zoccolo ben intenzionato; il senso comune ha incitato nazioni brutte ma forti a schiacciare i loro vicini belli ma fragili nel momento in cui un vuoto storico offriva un’occasione un’occasione che sarebbe stato ridicolo non sfruttare.

Il senso comune è fondamentalmente immorale, perché la morale naturale dell’umanità è irrazionale quanto i riti magici che essa ha elaborato sin dall’immemorabile oscurità dei tempi. Il senso comune , nel suo aspetto peggiore, il senso reso comune, sicché tutto è confortevolmente deprezzato dal suo contatto. Il senso comune è quadrato mentre tutti i valori e le visioni più essenziali sono meravigliosamente rotondi, rotondi come l’universo o come gli occhi di un bambino, la prima volta che vede uno spettacolo al circo. (…) E quanto più  un uomo è brillante, quanto più è insolito, tanto più è vicino al rogo. Stranger [diverso] rima sempre con danger [pericolo]. Il mite profeta, il mago nella sua grotta, l’artista indignato, lo scolaretto non conformista partecipano di questo sacro pericolo. Stando così le cose, ringraziamoli, ringraziamo i diversi; perché nell’evoluzione naturale delle cose, la scimmia forse non sarebbe mai diventata uomo se non fosse apparso un diverso in famiglia. (…)

Ora dunque egli è pronto a scrivere. Ha tutto ci che gli occorre. La sua penna stilografica è confortevolmente carica, la casa è silenziosa, il tabacco e i fiammiferi sono vicini, la notte è giovane… e noi lo lasceremo in questa piacevole situazione e usciremo delicatamente di soppiatto e chiuderemo la porta e, andandocene, spingeremo decisamente fuori il mostro del bieco senso comune che ingombra i gradini gemendo che il libro non è per il grande pubblico, che il libro non potrà mai mai… E proprio allora, prima che espettori la parola,         v, e, n, d, e, r, s, i, lo pseudo senso comune deve essere ucciso con una rivoltellata». (Vladimir Nabokov: Lezioni di letteratura – Garzanti, 1982)

Contrariamente a quanto sostenuto a suo tempo prima dalla signora Thatcher, poi dal senso comune dei tanti Pangloss neoliberisti-banderuola (anche “di sinistra”:TINA: There Is No Alternative – non c’è alternativa) un’alternativa in realtà sarebbe possibile: ogni disilluso, candido idiota come chi scrive ne è più che convinto. Purtroppo, c’è una sola cosa che ai potenti non manca mai, il denaro. E un piatto di lenticchie spesso è più che sufficiente per…

In testata: Marcel DuchampFontana (Urinoir), 1917, ready-made, terracotta bianca ricoperta di smalto e vernice ceramica, cm 63 x 48 x 35. Parigi, Musée National d’Art Modern, Centre Pompidou – Al centro: Robert Rauschenberg:  Axle1964; oil and screen print on canvas, 275.7 × 610 × 4.7 cm; Museum Ludwig Köln / Schenkung Ludwig – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Libertà, no grazie.

Il Grande Inquisitore  è il titolo di un capitolo del romanzo I fratelli Karamàzov di Dostoevskij. “Di quanta emancipazione è capace l’uomo?” è il grande interrogativo che ci pone in esso appunto il Grande Inquisitore. “La libertà è la sola cosa che gli uomini non desiderano affatto, o almeno così sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero”, aveva risposto con un anticipo di circa 330 anni  Étienne de La Boétie. Il Discorso sulla servitù volontaria (Discours de la servitude volontaire o Contr’un) è la sua opera più nota; fu redatto probabilmente intorno al 1549 e fu pubblicato clandestinamente nel 1576 con il titolo di Il contro uno.

L’oppressione si regge strutturalmente sulla connivenza delle sue vittime: “Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi“, questo recita il teorema di La Boétie in un testo che non seduce certo con tenerezza: strappa infatti dal volto una maschera consolante, per affibbiarci quella di complici seriali della presunta fonte di tutte le nostre disgrazie sociali, come scrive Enrico Donaggio, traduttore e autore dell’introduzione nell’edizione Feltrinelli (Universale Economica, 2016).

Scrive Donaggio che La Boétie elenca almeno quattro cause estrinseche della servitù volontaria: 1. l'”abitudine” impartita da famiglia, contesto e tradizione, che contribuisce in modo decisivo a cementare l’oblio della libertà, instillando una condiscendenza ovvia e acritica verso la subordinazione; 2. le merci dell’industria culturale e gli slogan della propaganda pubblicitaria e politica: un’intuizione che anticipa di quasi cinquecento anni le analisi della società dello spettacolo; 3. una certa forma di convenienza, illustrata con l’immagine omerica della “corda di Giove: le briciole  e la corruzione che cadono dal tavolo del padrone nutrono una sterminata schiera di subalterni, avvelenando l’intero corpo sociale; 4. il mistero, il velo o la maschera, dietro cui da sempre il potere nasconde il proprio volto, generando un’ingannevole fantasmagoria.

Già Henry David Thoreau, che nacque esattamente duecento anni fa e visse due anni in una capanna in riva a un lago (li racconta in Walden, ovvero la vita nei boschi) fece “Disobbedienza civile” sostenendo che il cittadino può non obbedire se non è d’accordo con le direttive del suo governo. Ma noi italiani cosa ne pensiamo? Massimo Cacciari  parla del nostro carente senso di appartenenza (di certo non abbiamo il culto della bandiera degli americani, inglesi, francesi…), del nostro non essere un vero popolo nel significato che la parola ha assunto nel periodo romantico, passato poi nei vari movimenti di liberazione nazionale o sociale.

Filippo La Porta elenca lucidamente molte delle nostre caratteristiche: “In Italia disponiamo storicamente di innumerevoli risorse, sia naturali che umane (arte di arrangiarsi, creatività spontanea, genialità nel gestire il quotidiano) e inoltre vantiamo una tradizione letteraria ricca e variegata. Però è altresì indubitabile che presentiamo in scarsissima misura altre attitudini individuali e altre caratteristiche della vita civile. Le elenco velocemente:

1. senso dell’individuo, ostinato e geloso della propria autonomia (da noi prevalgono famiglie e corporazioni); 2. passione – e ricerca – della verità (da noi la verità non si indaga ma si insabbia, come diceva Flaiano, o non ci si crede proprio); 3. fiducia in una razionalità laica, illuministica (la quale ci appare invece noiosa, priva di fantasia); 4. cognizione e senso del conflitto bene-male (per noi contano sempre di più i prosaici conflitti di interesse); 5. fiducia nella realtà (una realtà che, benché instabile, opponga una resistenza, che non si risolva tutta in parole e che sia in qualche modo cogente); 6. esperienza dell’avventura (la centralità della famiglia è incompatibile con l’avventura: in Italia abbiamo tutti una mentalità da ‘assistiti’, perfino i gangster e gli artisti!); 7. fede ingenua, utopica in una qualche giustizia finale.”

Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore” è un altro famoso aforisma di Ennio Flaiano. Un confronto anche superficiale tra gli elenchi di La Boétie e di La Porta riportati sopra non possono che confermare – in termini che definirei tanto “scientifici” quanto drammatici – la nostra forte, fortissima propensione alla “servitù volontaria”. Il che potrebbe anche costituire una scelta consapevole e in qualche modo più che dignitosa. In “La Valle dell’Eden di Steinbeck, ad esempio, uno dei pochi personaggi saggi e “positivi” è Lee, servitore cinese, il quale a chi gli chiede perché si accontenti di stare a servizio, risponde così:

“Non so dove sia nato il disprezzo per il mestiere del servitore. E’ il rifugio del filosofo, il cibo del pigro e se lo fai bene è anche una posizione di potere, e di amore. Non capisco perché non siano di più le persone intelligenti che lo scelgono come carriera, che imparano a farlo bene e ne raccolgono i benefici. Un bravo servitore sta in una botte di ferro non per via della bontà del suo padrone ma grazie all’abitudine e all’indolenza. E’ dura per un uomo abituarsi a nuovi sapori e a riporre i calzini. Piuttosto che cambiare abitudini si terrà un cattivo domestico. Ma un buon servitore, e io sono un servitore perfetto, tiene in pugno il suo padrone.”

Il nostro  problema è che non ci accontentiamo nemmeno di diventare perfetti servitori:

Il servitore di due padroni, meglio noto come Arlecchino servitore di due padroni, è una celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta dall’autore veneto nel 1745.  Al centro della commedia troviamo Truffaldino, servo di due padroni, che, per non svelare il suo inganno e per perseguire il suo unico intento, ovvero mangiare a sazietà, intreccia la storia all’inverosimile, creando solo equivoci e guai. (da Wikipedia)

La maschera di Arlecchino credo descriva al meglio la nostra attitudine “culturale” o caratteriale in quanto italiani. Prima di decidere chi servire, aspettiamo di capire chi vincerà. Nel frattempo, aspettiamo affacciati alla finestra. Siamo dei grandi maestri della maschera; quanto poi sia possibile per ognuno di noi riconoscerci in una identità riconoscendola nostra come popolo e collettività, questo rimane un discorso ancora diverso e forse molto più difficile.

 

Soldati di Salamina

cercas

“Spagna, ultimi mesi della guerra civile. Durante la ritirata delle truppe repubblicane verso la frontiera francese, viene presa la decisione di fucilare un gruppo di prigionieri franchisti. Tra loro si trova Rafael Sánchez Mazas, fondatore e ideologo della Falange. Riuscito a scampare alla fucilazione di massa, Sánchez Mazas si nasconde in un bosco. Un miliziano lo raggiunge, lo riconosce, ma lo lascia fuggire, di fatto graziandolo. Nel 1944 un giornalista viene per caso a conoscenza di questa storia. La figura di Sánchez Mazas, scrittore e poeta, e il mistero del miliziano che gli fa grazia della vita lo affascinano: è l’inizio un’avventura fatta di ricerca delle fonti, interviste a testimoni, momenti di sconforto e di speranza… Con una perfetta simbiosi tra realtà e finzione, Javier Cercas conduce il lettore verso un finale emozionante, riconfermando che la realtà è più sorprendente del romanzesco.”
Confesso che non ho trovato del tutto convincente il racconto della ricostruzione dell’indagine svolta dall’autore. A tratti, forse, risulta un po’ troppo “romanzata” e non del tutto credibile nei particolari. Per di più, nel suo lungo percorso di ricerca, egli sembra favorito da casualità o coincidenze fortuite quanto fortunate (ad esempio, a pag. 172: “Una notte, però, avvenne il miracolo...”), le quali finiscono per costituire il punto di svolta risolutivo, la chiave di interpretazione finale degli eventi passati. In questo caso, la chiave risolutiva è costituita da un un ballo, più specificatamente un paso doble“. Lo stesso succede anche nel suo successivo libro “L’impostore“.  Diciamo quindi che la simbiosi tra realtà e finzione non sembra del tutto riuscita. Tuttavia i fatti storici, anche in questo caso, sono indubitabili e l’opera letteraria merita una giusta considerazione e il buon successo di vendite ottenuto, a cui ha senz’altro contribuito qualche nota sdolcinata inserita qua e là, soprattutto nel finale.
Se però l’attenzione di Cercas è focalizzata sulla ricerca del miliziano che salva la vita di Mazas e sui motivi che lo hanno spinto a comportarsi in quel modo, si potrebbe sostenere che altrettanto e forse più importante potrebbe essere la situazione del condannato a morte scampato miracolosamente alla fucilazione. Sappiamo che anche Dostoevskij venne arrestato e condannato a morte e che davanti al plotone d’esecuzione la sentenza gli venne commutata in una condanna ai lavori forzati in Siberia. Questo fu, naturalmente, uno spartiacque nella vita di Dostoevskij, che trascorse i successivi quattro anni in un campo di prigionia di Omsk, in compagnia di altri forzati e di un unico libro: la Bibbia. Lì maturò la sua visione profondamente cristiana del mondo. I suoi capolavori successivi sono impregnati di quella esperienza e delle conseguenze umane e intellettuali che ne derivarono.
Non nutro alcuna simpatia per il falangista Sánchez Mazas. Rimane comunque il dubbio, tutto sommato, che sarebbe stato più utile e costruttivo indagare questo aspetto della vicenda, piuttosto che focalizzarsi, quale novello Sherlock Holmes, sulla ricerca di un singolo individuo e delle sue personalissime motivazioni. Le quali motivazioni, per quanto meritevoli, appaiono tutto sommato – storicamente -del tutto irrilevanti. Realtà o finzione; storia o romanzo: a volte è necessario scegliere da quale parte stare. L’impressione è che Cercas non avesse ancora deciso.

L’Idiota

L'IDIOTA

Ho trovato un appunto che scrissi a quanto pare il 19 novembre 1995. Lo trascrivo di seguito senza commenti. Poi magari ci penserò sopra di nuovo, da oggi in poi, vent’anni dopo (anche se in realtà ho continuato a pensarci per tutto questo tempo), mi auguro per i prossimi trenta. Aggiungo per scrupolo che evidentemente i titoli e gli autori annotati costituivano solo riferimenti letterari e suggestioni, non certo citazioni testuali dagli stessi.

“Alcuni concetti, alcune domande.

Un’alta tensione etica rende inadatti alla vita sociale. La drammatica lotta che si svolge interiormente tra l’intransigenza etica e morale e le necessità materiali di sopravvivenza all’interno di un tessuto sociale precisamente modellato e determinato da esigenze sue proprie, non è certamente modificabile dalla posizione di una singola persona, a cui rimane soltanto un isolamento che gli verrà regolarmente rinfacciato come una colpa. (L’Idiota di Dostoevskij La Cognizione del Dolore di Gadda).

L’isolamento determinato da una sensibilità diversa da quella media, diventa esso stesso problematico e fonte di ulteriore disagio, causa di attacchi, equivoci, interpretazioni gelose, ambiguità disprezzanti e malevole. Questo quindi non deve essere ostentato, ma vissuto il più possibile in maniera coerentemente personale, senza sbandieramenti e il più possibile in maniera “nascosta”. Ma in che misura questo è possibile? (Seneca)”

(Nell’immagine, un fotogramma  della miniserie in 6 puntate “L’IDIOTA” Regia di Giacomo Vaccari – Sceneggiatura di Giorgio Albertazzi – Italia, 1959)

Bambini ipersensibili

Bambini e psicologia

“Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l’armonia con le sofferenze. Perché anch’essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l’armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco.” (Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov trad. di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano)

Il problema che assilla Ivan Karamazov (ma che in realtà ha sempre assillato l’artista Dostoevskij) è lo stesso che Manzoni presenta indirettamente ai suoi lettori nella famosa scena del capitolo XXXIV de “I Promessi Sposi” in cui Renzo assiste alle “indegne esequie” di Cecilia, la bambina morta di peste che la madre affida ai monatti. La risposta del credente a quella angosciata domanda di  Dostoevskij:  “perché soffrono i bambini?”, è che  solo Cristo può dare risposta a questo “scandalo” tra virgolette. Che si sia religiosi o laici non importa, in quanto genitori e persone consapevoli dotati coscienza  civile, anche noi ci facciamo la stessa domanda. Non possiamo quindi evitare di porci il problema di quella particolare forma di violenza psicologica (ma non solo psicologica) che troppo spesso fiorisce di nascosto anche all’interno delle famiglie apparentemente più tranquille:  l’irretimento psicologico, a cui sono soggetti in modo particolare i bambini ipersensibili.

Per “irretimento” si intende un vero e proprio “imprigionamento, per lo più nell’ambito di una soggezione di ordine psicologico e affettivo” (Devoto-Oli – Vocabolario delle Lingua Italiana).Esiste purtroppo una particolare e diffusissima forma di ipocrisia perbenista, molto pericolosa, che fornisce da un lato l’alibi giusto per fingere di non vedere (e quindi non intervenire) dall’esterno; dall’altro consente di  nascondere le realtà magari più devastanti dietro la facciata sorridente e serena del nucleo familiare, dall’interno. La verità è che molto spesso i bambini sono vittime impotenti non solo di genitori “forti” e prepotenti, ma anche di quelli deboli e fragili. Oppure di ambedue, in una spirale perversa e infinita che può determinare conseguenze anche molto pesanti.

“La banalità del male” è un libro della filosofa tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt (1906-1975) che tratta del resoconto dedicato al giudizio di uno dei principali esecutori materiali dell’Olocausto, Eichmann, grigio burocrate per eccellenza, che non mostra alcun rimorso e incarna un attaccamento irragionevole non alla sua opera, ma a quella religiosamente promulgata dal regime. Con le dovute distinzioni, ci permettiamo di utilizzare lo stesso concetto, banalità del male, per definire certe situazioni nelle quali il danno procurato ai più deboli viene inquadrato all’interno di in un sistema in apparenza insignificante, che si (auto)definisce “normale”, grazie soprattutto a meccanismi routinari quotidiani, i quali però a loro volta definiscono una “burocrazia” di comportamenti e di regole intoccabili perché difesi dalla presunta “sacralità”- a volte ipocrita – riconosciuta alla privacy familiare. Questo schermo può costituire un’ottimo strumento di potere reale, soprattutto se condito da una buona abilità di strumentalizzazione dei sempre presenti “sensi di colpa”. Del più debole, ovviamente.

“Non esiste migliore vittima di irretimenti sistemici di un bambino ipersensibile! I bambini dotati di una sensibilità meno spiccata sono più centrati su se stessi e non recepiscono in modo così intenso gli squilibri, le ingiustizie e i problemi nascosti dei familiari. Spesso per un bambino ipersensibile è più importante l’armonia all’interno della famiglia che il suo stesso benessere, pertanto fa dei tentativi per tentare di risolvere tali situazioni. (…) I bambini ipersensibili percepiscono con precisione fin dalla più tenera età lo stato d’animo di coloro che li circondano. (…) Questa capacità empatica li rende facile preda dei genitori che soffrono della propria situazione. Un adulto con problemi può ricavare enorme sollievo dalla presenza di un figlio ipersensibile; è più facile piangersi addosso e lamentarsi della propria situazione meschina, anziché cercare di cambiarla. Confidarsi stabilizza la situazione sgradevole, ma spesso a discapito di un bambino ipersensibile, che si dimostra disponibile ad essere degradato dal genitore a “cassonetto psicologico”, a “buon amico” o addirittura a sostituto del partner. (…) I genitori che non sono all’altezza dei compiti che la vita pone loro di fronte, lasciano che siano i figli a risolvere i loro problemi; e sono proprio i figli ipersensibili a dimostrarsi particolarmente disposti ad accettare questa eredità.” (Rolf Sellin) .

Ed ecco servito su un piatto d’argento un vero e proprio abuso psicologico, cioè una vera e propria violenza, grazie anche alla perfetta quanto scorretta monopolizzazione che il profondo rapporto tra i due permette di nascondere e sviluppare dietro lo specchio neutro del nucleo familiare. Oltre lo specchio ritroviamo comunque sempre le stesse cose: egocentrismo, narcisismo, monopolizzazione e desiderio di potere. Del più forte, ovviamente.