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Il “Grande Io” (ovvero della vanità)

Numerose prove sperimentali, tanto empiriche quanto convincenti, dimostrano in modo quasi scientifico che le persone con forte soggettività (eufemismo per ego-narcisismo) tendono con l’avanzare dell’età a limitare in modo quasi patologico l’orizzonte dei propri interessi all’esclusiva valorizzazione di se stesse: del proprio passato, della propria storia e dei propri successi, veri o presunti. In altre parole, il campo dei loro interessi tende a restringersi al proprio “Grande Io“. Con risultati molto spesso davvero imbarazzanti. Facciamo qualche esempio.

Parlar male di Donald Trump, l’inverosimile presidente USA, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. D’altra parte, essendo nato nel giugno del ’46, è poco più che settantenne. Eppure…. Sono un genio… e un genio molto stabile. E’ quanto scrive Donald Trump su Twitter, replicando a suo modo alle rivelazioni di questi ultimi giorni che hanno anticipato l’uscita del libro ‘Fire and Fury: inside the Trump White House’ dello scrittore e giornalista Michael Wolff. E ancora: dopo che nel suo discorso di fine anno Kim Jong-un aveva annunciato di avere un “pulsante nucleare” sulla sua scrivania, Donald Trump replica sostenendo di averne uno “molto più grosso e potente del suo”. “E funziona“, ha minacciato il presidente degli Stati Uniti su Twitter.

La sobrietà comportamentale (etica e morale) del suddetto era comunque nota da tempo: in un video registrato alcuni mesi dopo il terzo matrimonio con la sua attuale moglie Melania, Trump parla del suo fallito tentativo di sedurre una donna. «Ho provato a scoparla, ma era sposata […]». Trump racconta di averla accompagnata a comprare mobili e di aver provato a baciarla, senza riuscirci. A un certo punto Trump e Bush iniziano invece a parlare di Arianne Zucker, l’attrice che li stava aspettando fuori dall’autobus per portarli sul set (la si vede nell’ultimo minuto del video). Dopo averla vista – e dopo aver commentato il suo aspetto – Trump dice: «Devo usare delle Tic Tac nel caso dovessi iniziare a baciarla. Sai, sono automaticamente attratto dalla bellezza – inizio subito a baciarle, è così. È come una calamita. Bacio subito. Nemmeno aspetto». Poi aggiunge: «Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto». Alla fine, prima di scendere dall’autobus, Trump dice, parlando di quel “tutto” che dice di poter fare con le donne: «prenderle per la figa» (“grab them by the pussy”). (da ilPost.it) Non male davvero: ricorda un po’ gli eleganti  apprezzamenti di Berlusconi sulla Merkel. Oppure le sue sofisticate barzellette, come questa, oppure questa. Il retroterra “culturale” di Donald e Silvio è evidentemente molto simile. Ogni popolo ha i “dirigenti politici” che si merita.

Tom Wolfe invece di anni ne ha 86, ed è uno dei più importanti scrittori viventi. Su “Repubblica” del 2 gennaio scorso è uscita una bella intervista di Alexandre Devecchio, dal titolo molto eloquente: “Avevo capito tutto, alla fine i radical chic hanno tradito il popolo”.  “A  86 anni, il dandy reazionario non ha più niente da perdere e non si sottrae a nessun argomento” (…)

In uno dei suoi libri, “Radical Chic”, lei fustiga il politicamente corretto, la sinistra intellettuale, la tirannia delle minoranze. L’elezione di Donald Trump è una conseguenza di quel politicamente corretto?

«In quel reportage, inizialmente pubblicato nel giugno 1970 sul New York Magazine, descrivevo una serata organizzata il 14 gennaio precedente dal compositore Leonard Bernstein nel suo appartamento di tredici stanze con terrazzo, distribuito su due piani. Lo scopo della festa era una raccolta fondi per l’organizzazione Black Panther… Gli ospiti si erano premurati di assumere dei domestici bianchi per non urtare la sensibilità delle Panthers. Il politicamente corretto, da me soprannominato PC — che sta per “polizia cittadina” — è nato dall’idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro.

In seguito, ironicamente, il politicamente corretto è diventato uno strumento delle “classi dominanti”, l’idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro “predominio sociale” e mettersi la coscienza a posto. A poco a poco, il politicamente corretto è perfino diventato un marcatore di questo “predominio” e uno strumento di controllo sociale, un modo di distinguersi dai “bifolchi” e di censurarli, di delegittimare la loro visione del mondo in nome della morale. Ormai la gente deve fare attenzione a quello che dice. E va di male in peggio, specialmente nelle università. La forza di Trump nasce probabilmente dall’aver rotto con questa cappa di piombo. Per esempio, la gente molto ricca in genere tiene un profilo basso mentre lui se ne vanta. Suppongo che una parte degli elettori preferisca questo all’ipocrisia dei politici conformisti».

Nella sua opera, la posizione sociale è la chiave principale per la comprensione del mondo. Il voto per Trump è il voto di quelli che non hanno o non hanno più una posizione sociale o di quelli la cui posizione sociale è stata disprezzata?

«Attraverso Radical Chic descrivevo l’emergere di quella che oggi chiameremmo la “gauche caviar” o il “progressismo da limousine”, vale a dire una sinistra che si è ampiamente liberata di qualsiasi empatia per la classe operaia americana. Una sinistra che adora l’arte contemporanea, si identifica in cause esotiche e nella sofferenza delle minoranze ma disprezza i rednecks (bifolchi ndr) dell’Ohio. Certi americani hanno avuto la sensazione che il partito democratico fosse così impegnato a fare qualsiasi cosa per sedurre le diverse minoranze da arrivare a trascurare una parte considerevole della popolazione. In pratica quella parte operaia della popolazione che, storicamente, ha sempre costituito il midollo del partito democratico. Durante queste elezioni l’aristocrazia democratica ha deciso di favorire una coalizione di minoranze e di escludere dalle sue preoccupazioni la classe operaia bianca. E a Donald Trump è bastato chinarsi a raccogliere tutti quegli elettori e convogliarli sulla sua candidatura».

La modestia non è certo il suo forte e c’è anche del vero in ciò che dice su certa sinistra: quella dei fighetti radical chic, un po’ snob o addirittura hipster, magari con punto di ritrovo alla Leopolda. Ma la risposta più giusta a Tom Wolfe l’ha già data Michele Serra sullo stesso giornale qualche giorno dopo:

“L’elemento, ridotto all’osso, è questo: ammesso e concesso che i liberal, per i bifolchi dell’Ohio, abbiano fatto poco e male, che cosa fa, per i bifolchi dell’Ohio, Tom Wolfe? Ho la presunzione di conoscere la risposta: non fa assolutamente niente, e non perché sia malvagio o distratto, ma perché per la destra quella vera (quella scettica sulla natura umana, e sui destini della società) le condizioni del popolo non costituiscono un problema di speciale urgenza. Il popolo, alla destra, va benissimo così com’è.”

Tutti sanno che il quotidiano testé citato, la Repubblica, è stato fondato da Eugenio Scalfari. E’ pure noto che la linea editoriale del giornale è sempre stata dettata da lui, zigzagando negli anni nei riferimenti, prima su Berlinguer, poi su Spadolini, poi su De Mita e ora su Renzi. Ma ora siamo in difficoltà, lo ammettiamo, di fronte a questo giornalista 93enne fondatore e direttore “emerito” di Repubblica. Sul giornale del 10 gennaio 2017 il fondatore si presta infatti ad uno dei primi casi mondiali di giornalismo auto-autoreferenziale (cioè autoreferenziale al quadrato); ha cioè pubblicato una auto-intervista a se stesso: uno Scalfari (pseudonimo Zurlino) che fa domande a Scalfari (Eugenio). Eccone uno stralcio:

«Stavo rileggendo un paio di giorni fa Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa. È uno dei capolavori di questo agitato periodo della modernità, con il passo che mi ha più colpito ed è la creazione di se stesso attraverso il personaggio a cui dà il nome di Bernardo Soares. Che Bernardo sia Fernando non è nell’intuizione d’un lettore avveduto ma una dichiarazione dello stesso autore: Bernardo Soares sono io. Questa tecnica letteraria ha ispirato questo mio articolo che è alquanto diverso dal solito: è un’ intervista a me stesso». Eccolo lì, intervista a se stesso: come una sorta di sfizio a fine carriera, come un epilogo dalla grande padronanza di “ego” su inchiostro, si fa quelle domande che forse avrebbe voluto sentirsi fare da altri.

Come gli capita spesso negli ultimi anni, Scalfari tratta nell’auto-intervista di quasi tutti i massimi sistemi dello scibile umano. Qui tralascio di proposito il trattarli (anche sommariamente) per esplicito dispetto nei confronti della più agghiacciante delle affermazioni in essa contenute. Infatti, a una domanda semplice semplice (di Zurlino) : “E il rock?” Scalfari (Eugenio) risponde: “Per me non esisteÈ solo ritmo senza alcuna melodia“.

Eh no Scalfari! questa da lei proprio non ce l’aspettavamo.  Oscar Wilde ha scritto: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio“. Dispiace dirlo, ma in questo caso lei ha davvero perso una buona occasione per tacere. Sulla musica, perlomeno.

Comunque buon anno lo stesso.

In testata: un’immagine del film “La grande bellezza”diretto da Paolo Sorrentino (2013)

Fenomenologia del selfie

Selfie 1

Su Pacific Standard è uscito un articolo a firma Tom Jacobs dal titolo “L’autoalimentante spirale del narcisismo on line”. Ecco la mia (spero comprensibile) traduzione.

Non è certo stata una notizia sconvolgente quando ricercatori hanno sostenuto che i narcisisti postano più selfie sui social media rispetto a quelli di noi che hanno un’immagine di sè meno grandiosa. Ma questa conclusione non rispondeva alla questione chiave: è il narcisismo che “costringe” a  postare i selfies, oppure è il fatto stesso di postare che rende più narcisisti?

Una nuova ricerca effettuata in Sud America suggerisce che la risposta sia: entrambi. Essa riferisce che postare selfies può inserire le persone con tendenze narcisistiche in una spirale di sempre più esasperata auto-considerazione

“Col passare del tempo, le persone narcisiste si fanno sempre più selfies,” scrive un gruppo di ricerca guidato da Daniel Halpern della Pontifical Catholic University of Chile. “Questo incremento di selfies innalza di conseguenza il livello di narcisismo.”

“Users who engage in this behavior probably feel rewarded by sharing their own images with other users, augmenting their levels of narcissism.”

“Sebbene possa sembrare sorprendente che farsi selfies – un comportamento relativamente insignificante – possa comportare un effetto significativo su una caratteristica del carattere,” scrivono i ricercatori nella rivista Personalità e Differenze Individuali, “ciononostante sembra che sia proprio così”.

Il loro studio ha coinvolto 314 partecipanti di età compresa tra 18 a oltre 65 anni. Essi hanno compilato un dettagliato questionario, a cui ha fatto seguito un’altra indagine un anno dopo.

Nell’indagine iniziale, essi hanno risposto ad affermazioni come “Mi piace essere al centro dell’attenzione,” “Non sarò mai soddisfatto finchè non ottengo tutto ciò che merito,” e “Mi piace guardare me stesso nel loro specchio.” Le loro risposte, in una scala da uno a cinque (da forte disaccordo a fortemente d’accordo), sono stati combinati per creare una graduatoria di narcisismo.

Poi fu chiesto loro quanto frequentemente negli anni passati si sono fatti fotografie e li hanno condivisi sui social media. Inoltre hanno fornito informazioni su variabili come età, i genere, livello di estroversione e frequenza nell’uso dei social media in generale.

Un anno dopo gli è stato chiesto di nuovo il loro livello di utilizzo dei social media e quanto spesso hanno postato selfies. Essi hanno contrassegnato la loro risposta in una scala da uno (mai) a sette (ogni giorno).

In accordo con gli studi precedenti, i ricercatori hanno rilevato che “le persone con alto livello di narcisismo sono frequentemente impegnati a farsi selfies.” In più, essi hanno anche scoperto che postare questi autoritratti informali “di volta in volta incrementa i livelli di narcisismo nel tempo.”

In altre parole, si tratta di un processo reciproco, nel quale gli utenti “che hanno qualche grado iniziale di narcisismo” si trovano rinforzata questa spiacevole caratteristica.

“Gli utenti coinvolti in questo tipo di comportamento probabilmente si sentono ricompensati dal fatto di condividere le proprie immagini con altri utenti, aumentando così il oro livello di narcisismo,” scrive Halpern con i suoi colleghi. Questo suggerisce loro di postare ancora più selfies, il che conduce quindi ad ancor maggiori di livelli di auto-soddisfazione.

Che poi il postare selfies induca o meno il narcisismo in persone “che non lo avevano inizialmente manifestato,” è una questione ancora aperta, hanno aggiunto.

Così, mentre Facebook non può essere del tutto colpevolizzato per il nostro crescente narcisismo, sembra comunque amplificare il problema. Forse la sua prossima serie di emoticons potrebbe prevederne una che rappresenti una testa rigonfia.

Nell’immagine: Ellen DeGeneres and others pose for a selfie taken by Bradley Cooper during the 86th Annual Academy Awards at the Dolby Theatre on March 2, 2014, in Hollywood, California. (Photo: Ellen DeGeneres/Twitter via Getty Images)

“Gli anni”, però.

Annie-Ernaux

Gli anni” di Annie Ernaux (L’Orma Editore – 2015) è un libro autobiografico al tempo stesso molto bello, molto francese, molto femminile (e femminista), che rappresenta molto bene i tempi trascorsi dal secondo dopoguerra ad oggi, la posizione sociopolitica (che condivido in massima parte) e il necessario carattere narcisista dell’autrice, nonché degli artisti in generale. La quale autrice , si capisce molto bene anche solo leggendola, non avendola mai né vista né conosciuta, essere una donna molto bella e intelligente. Altri hanno giustamente scritto molto bene di questo libro: ad esempio Andrea Bajani su Le Parole e le Cose,  oppure Matteo Moca su Minima & Moralia, oppure Claudia Zunino su L’Indice On Line, Loredana Lipperini nel suo blog Lipperatura, ecc. Condivido la maggior parte di questi contenuti. Però… Ho una mia modesta singola piccola critica. Anzi doppia critica. La prima è determinata dal fatto che detesto gli album delle fotografie; questo libro sembra invece essere strutturato su uno di essi. A mio parere, però…: gli album fotografici, le nostre fotografie (soprattutto quelle personali-famigliari) sono quasi sempre idealizzate e falsate alla nostra vista dalla patina del tempo e dalla – ahimè – inevitabile ma deleteria nostalgia, che tutto smussa e addolcisce, anche “i peggio momenti” .
La seconda critica consiste nel fatto che trovo eccessivamente autoriferiti (egocentrici, insomma) brani come il seguente, dove non capisco assolutamente cosa intenda l’autrice, parlando in terza persona della propria esperienza , quando cita la propria, cosiddetta, “sensazione palinsesto“:

“Un tempo di una natura sconosciuta s’impadronisce della sua coscienza e del suo corpo, un tempo nel quale il passato e il presente si sovrappongono senza confondersi, dove le sembra di raggiungere fuggevolmente tutte le forme dell’essere che è stata. Le è già capitato di vivere questa sensazione – forse anche le droghe la provocano ma lei, che ha sempre preferito il piacere della lucidità, non ne ha mai fatto uso –, e ora la esperisce in maniera più estesa e rallentata. Le ha dato un nome, l’ha chiamata «sensazione palinsesto», anche se, a fare affidamento sulla definizione del dizionario, «manoscritto raschiato per poterci riscrivere sopra», palinsesto forse non è il termine più adatto. Vi ci vede un possibile strumento di conoscenza, non soltanto per se stessa, ma in maniera più generale, quasi scientifica – di cosa, non saprebbe dirlo. Nel suo progetto di scrittura su una donna vissuta dagli anni Quaranta a oggi, progetto che ha sempre più timore di non realizzare, fino a sentirsene in colpa, vorrebbe, forse influenzata da Proust, utilizzarla come chiave d’accesso, per il bisogno di fondare la sua impresa su un’esperienza reale. È una sensazione che la risucchia gradualmente lontano dalle parole e da ogni linguaggio, verso i primi anni senza ricordi e il tepore rosa della culla, che le fa attraversare una serie di stanze dentro ad altre stanze – quelle di Compleanno, il quadro di Dorothea Tanning –, cancella le sue azioni e gli eventi collettivi, abolisce tutto ciò che negli anni ha imparato, pensato, desiderato e l’ha condotta fin lì, in quel letto, con quell’uomo più giovane, è una sensazione che sopprime la sua storia. E invece quello che vorrebbe fare nel suo libro è proprio salvare tutto, tutto ciò che è stato attorno a lei, sempre, salvare le circostanze. Ma forse l’esistenza stessa di questa sensazione dipende proprio dalla Storia, dai cambiamenti nella vita delle donne e degli uomini occorsi nel tempo e che ora le permettono di esperirla trovandosi a cinquantotto anni al fianco di un uomo di ventinove senza provare nessun senso di colpa né, d’altra parte, nessun orgoglio particolare. Non è sicura che la «sensazione palinsesto» abbia una valenza euristica superiore rispetto agli altrettanto frequenti episodi in cui sente la sua esistenza, i suoi «io», prendere vita dentro i personaggi di libri e di film, quando sente di essere la donna di Sue e Claire Dolan, visti da poco, oppure Jane Eyre, o Molly Bloom – o Dalida.” 

La terza critica (ma non erano due?) è che se avessi o avessi avuto oppure avrò (dio me ne scampi ma non si sa mai)  a cinquantotto anni un’amante di ventinove anni più giovane, anch’io non proverei forse “nessun senso di colpa né, d’altra parte, nessun orgoglio particolare.”  Appunto per questo, però, non ne parlerei affatto, tanto meno ne scriverei. Se non altro, per evitare di alimentare il fondato sospetto di eccessivo ego-narcisismo.” Gadda ha scritto: “I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. ” E il suo bersaglio preferito, tra tutti, sarebbe stato quello di prima persona: “L’io, l’io!… Il più lurido di tutti i pronomi!”, dice Gonzalo, protagonista parzialmente autobiografico de La cognizione del dolore. Appunto, troppi, troppi pronomi, troppi IO in questo bel libro.