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Tag: Eichmann

Quei fanatici così perbene

La torbida e ottusa convinzione di essere portatori di qualche tipo di verità necessaria, considerarsi missionari destinati a salvare l’umanità: è questo il seme in apparenza innocuo, innocente, da cui invece germogliano così spesso le più temibili manifestazioni di intolleranza e di violenza.

In effetti, il germe più o meno occulto del fanatismo si annida non di rado dentro manifestazioni diverse di dogmatismo categorico, di chiusura quando non di ostilità, nei confronti di posizioni considerate inaccettabili. Quella ferma convinzione di essere dalla parte del giusto che scava e si asserraglia dentro di sé, che non contempla né finestre né porte, è la cartina al tornasole di questa malattia, così come le prese di posizione che scaturiscono da pozzi cristallini di sprezzo e repulsione che respingono qualunque altro impulso emotivo. (Amos Oz)

Contrariamente ai luoghi comuni più banali, il fanatico portatore di questo germe così pericoloso non si evidenzia per il suo aspetto, magari per le corna, la coda e la pelle rossa, oppure per il passamontagna, la mimetica e la bandiera nera con lettere arabe. Non vive neanche in una caverna. Al contrario, quasi sempre indossa un rispettabile completo giacca e cravatta, oppure un inappuntabile tailleur-tacco 12, oppure jeans e maglione sportivo. A volte anche pantaloncini corti e scarpe coi tacchetti. O una tonaca, o un grembiule da casalinga. Vive in mezzo  a noi, insomma; a volte può essere un inconsapevole “portatore sano” della malattia (“Perdona loro perché non sanno quello che fanno” disse Gesù), qualcuno invece lo sa benissimo, ciò che sta facendo. Tutti comunque diffondono o tentano di diffondere il loro catastrofico virus.

Si tratta del fanatico perbenista, un “modello sociologico” di cui riporto di seguito tre esempi, ma se ne potrebbero portare altri mille, vicini e lontani. I rispettivi gradi di  colpa o responsabilità sociale, politica o penale sono enormemente diversi e addirittura incomparabili; eppure condividono tutti lo stesso pericoloso, a volte micidiale principio di base: la disgraziata convinzione “missionaria” di cui sopra.

Primo esempio:

Un importante scrittore israeliano, Sami Michael, raccontò un giorno di un lungo viaggio in macchina insieme a un autista. A un certo punto questi cominciò a spiegargli quanto importante, e pure urgente, fosse per noi ebrei “uccidere tutti gli arabi!“. Sami Michael ascoltò educatamente finché l’autista non ebbe finito la sua concione e, invece di scandalizzarsi, di confutare o esprimere disprezzo, gli fece una domanda ingenua:

“E chi, secondo lei, dovrebbe uccidere tutti gli arabi?”

“Noi! Gli ebrei! Bisogna farlo! O noi o loro! Non vede cosa ci fanno continuamente?

“Ma chi di preciso dovrebbe uccidere tutti gli arabi? L’esercito, la polizia? O i pompieri? O i medici in camice bianco con delle iniezioni?” L’autista si grattò il capo, tacque, rifletté sulla domanda e alla fine rispose:

“Bisogna dividerci il compito fra noi. Ogni maschio ebreo dovrà uccidere alcuni arabi”. Sami Michael non si arrese: “Va bene. Diciamo che lei, in quanto cittadino di Haifa, ha in carico un condominio della sua città. Passa di porta in porta, suona il campanello, domanda educatamente agli inquilini: ‘Scusi, siete per caso arabi?’. Se rispondono di sì lei spara e li uccide. Finito di uccidere tutti gli arabi del condominio che le è stato assegnato, scende e se ne va a casa e allora, prima di allontanarsi, sente improvvisamente da un piano alto il pianto di un neonato. Che fa? Si volta? Torna indietro? Sale su per le scale e spara al neonato? Si o no?”. Lungo intervallo di silenzio. L’autista meditò. Alla fine rispose al suo passeggero:

“Senta signore, lei è una persona veramente crudele!“. (Amos OzCari fanatici – Feltrinelli 2017)

Secondo esempio:

Per tutto il processo Eichman cercò di spiegare, quasi sempre senza successo, quest’altro punto grazie al quale non si sentiva “colpevole nel senso dell’atto d’accusa”. Secondo l’atto d’accusa egli aveva agito non solo di proposito, ma anche per bassi motivi e ben sapendo che le sue azioni erano criminose. Ma quanto ai bassi motivi, Eichman era convintissimo di non essere un innerer Schweinehund, cioè di non essere nel fondo dell’anima un individuo sordido e indegno; e quanto alla consapevolezza, disse che sicuramente non si sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato – trasportare milioni di uomini, donne e bambini verso la morte – con grande zelo e cronometrica precisione. Queste affermazioni lasciavano certo sbigottiti. Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato “normale”, e uno di questi, si dice, aveva esclamato addirittura : “Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato,”mentre un altro aveva trovato che tutta la sua psicologia, tutto il suo atteggiamento verso la moglie e i figli, verso la madre, il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici era “non solo normale, ma ideale”: e infine anche il cappellano che lo visitò regolarmente in carcere dopo che la Corte Suprema ebbe finito di discutere l’appello, assicurò a tutti che Eichman aveva “idee quanto mai positive” (Hanna Arendt – La banalità del male. Eichman a Gerusalemme – Feltrinelli 2001)

Questo processo diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann, come detto, tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo. (da Wikipedia)

Terzo esempio:

La “logica schiavista”. Ancora: “I soloni dell’immigrazionismo a ogni costo”. I popoli sacrificati “sull’altare di un turbocapitalismo alienante”. Attenzione, questa è forte, sfiora il gioco enigmistico: “Il megafono propagandistico di pseudoclericali irretiti dalla retorica mondialista”. Poi c’è la tipica sostituzione di popoli con “non popoli figli della modernità incontrollata nel nome del progresso”. Chiusura col botto: “Il popolo si ama e non si distrugge”. Tutto col tono di voce un po’ goffo, zoppicante, da poesia ripetuta a pappagallo senza coglierne il 10% del significato, da studentello per cui un 6 in pagella era un’impresa da festeggiare. Poi il trombettiere dei fascisti del Veneto Fronte Skinhead, evidentemente selezionato dopo un’attenta analisi del timbro di voce, ripiega soddisfatto il foglietto.

Stiamo parlando della violenta interruzione avvenuta martedì scorso a Como, [28 novembre 2017, NdR] in una sala al primo piano del Chiostrino di Santa Eufemia, mentre era in corso una riunione di Como Senza Frontiere. Una rete che unisce decine di associazioni locali a sostegno dei migranti. Volontari, gente che dopo una giornata di lavoro, sacrificando magari una cena in famiglia, stava tentando di coordinarsi per accogliere al meglio chi ha bisogno. Anche per mitigare i problemi sul territorio. Gente, insomma, che si sporca le mani ogni giorno e ha poco da spartire con le chiacchiere da social network e le sfilate da bulletti di quartiere. (da Wired.it)

Come notiamo dal filmato, che loro stessi desideravano fosse diffuso, questi ragazzi con le teste rasate hanno tutti le facce da bravi ragazzi di buona famiglia, puliti ed educati coi loro bomberini neri. Uscendo dalla sala hanno anche cortesemente concesso il permesso di proseguire (“Adesso potete continuare…“) la riunione che avevano appena interrotto. Hanno solo trascurato di precisare un dettaglio molto importante: fino a quando, precisamente, secondo loro questo genere di riunioni potranno continuare?

Burocrazia criminale

arbeit macht frei

Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno, di Eyal Sivan, produzione francese del 1999, è un documentario sul processo di primo grado al tenente colonnello Otto Adolph Eichmann.

Le immagini sono integralmente tratte dalle riprese originali effettuate dal regista americano Leo H. Hurwitz, che aveva nascosto quattro telecamere dietro finte pareti. Esperto in questioni ebraiche e responsabile dell’emigrazione coatta prima, e dell’evacuazione forzata dal ’41 al ’45, venne rapito dai servizi segreti israeliani a Buenos Aires nel ‘60, dove si era rifugiato dopo la guerra. Il maggior responsabile dello sterminio di 6 milioni di ebrei (calcolo desunto dai verbali minuziosamente redatti dai burocrati della morte dei vari universi concentrazionari) era stato catturato dopo 15 anni di ricerche forsennate e per lungo tempo infruttuose. Il rito venne celebrato nel ‘61, nella Casa del Popolo di Gerusalemme. Il 31 maggio 1962, Eichmann veniva condotto alla forca. Scritto da Eyal Sivan e Rony Brauman, il film si ispira a La banalità del male di Hannah Arendt, che assistette al dibattimento in aula, quale inviata del New Yorker. Il dibattimento si è svolto in lingua ebraica con traduzione simultanea. Il film è quindi sottotitolato in italiano. Mi sono appuntato alcuni dei dialoghi che più mi hanno colpito. Essi non sono direttamente consequenziali, eccoli.

Un testimone: “Il tenente colonnello Eichmann prese la direzione dell’ufficio centrale per l’emigrazione degli ebrei (…) Era una persona molto posata“.

Domande del P.M.: “E’ esatto che lei ha dichiarato che il suo lavoro in Austria è quello che le ha dato più soddisfazioni e le ha fatto assaporare la gioia della creatività? In pratica il suo lavoro in Austria consisteva nell’espellere gli ebrei.”

Per tutto ciò che riguarda queste emigrazioni forzate, agli occhi dei suoi superiori lei era considerato un qualificato specialista. (…) E’ per questo che lei veniva chiamato ‘lo specialista’?”

Risposta: “Sì, avevo acquisito esperienza in materia” (…)

Ricevevo degli ordini, che la gente venisse uccisa o no, gli ordini dovevano essere eseguiti secondo la procedura amministrativa. Io ero responsabile di una piccola parte delle operazioni. Altri settori si facevano carico delle partenze dei trasporti”. (…)

La Corte: “Allora era inconcepibile che qualcuno fosse in grado di accettare le conseguenze di un rifiuto di obbedienza alle autorità?

Risposta: “Si viveva in un’epoca di crimine legalizzato dallo Stato. La responsabilità era di coloro che davano gli ordini”. (…)

La Corte: “E’ ciò che pensa lei, che si definisce un idealista, uno in grado di eseguire al meglio gli ordini che venivano dall’alto?

Risposta: “Io sentivo che la mia adesione al nazionalismo che veniva predicato significava fare il mio dovere secondo il mio giuramento. Questa era la mia interpretazione. Oggi sono cosciente che qualsiasi nazionalismo condotto all’estremo porta ad un egoismo brutale e da questo si arriva presto al radicalismo.” (…)

La Corte: “Questi Consigli Ebraici in quanto strumenti della politica tedesca nei confronti degli ebrei, facilitavano considerevolmente l’applicazione di misure contro di loro ed erano un risparmio importante del personale sia di polizia che di funzionari civili. Ciò fu possibile ingannando le vittime, facilitando il lavoro, facendo lavorare gli stessi ebrei, affidando a loro l’incarico del proprio sterminio.”

Risposta: “Sì. è vero.” (…)

Eichmann:”… dovevo recarmi nuovamente a Lublino. Dovevo portare una lettera al generale Globcnik nella quale gli veniva affidato il potere e l’autorizzazione di uccidere 150.000 o 200.000 ebrei. Ricordo ancora di aver sentito dire che Globcnik aveva  avuto la curiosa idea di farsi rilasciare, a fatto compiuto (non è chiaro cosa chiedesse, forse una liberatoria, ndt). Sembra l’avesse richiesto. E mi ricordo ancora che, quando attraversai Lemberg in auto, in periferia, vidi una cosa che non avevo mai visto, una fontana di sangue. Passai vicino al luogo dove poco prima erano stati fucilati degli ebrei e dove probabilmente sotto la pressione del gas, il sangue sprizzava fuori dalla terra come una fontana.” (…)

Dopo aver ammesso di considerare lo sterminio del popolo ebraico uno dei più orrendi crimini compiuti dall’umanità, Eichmann afferma: “Per concludere, già allora pensavo che questa soluzione estrema non fosse giustificata. La consideravo un atto mostruoso. Ma ero legato al mio giuramento di obbedienza e dovevo occuparmi nel mio settore dell’organizzazione dei trasporti. Non ero sciolto dal mio giuramento, quindi non mi sento responsabile nel profondo di me stesso e mi sento liberato da ogni colpa. Ero sollevato per non aver avuto nulla a che fare con lo sterminio fisico. Nulla a che fare. Ero fin troppo occupato dal lavoro che mi avevano affidato. Ero capace e svolgevo il mio lavoro su una scrivania, facevo il mio dovere conformemente agli ordini. Non ho mai avuto rimproveri per non aver compiuto il mio dovere o di aver mancato in qualcosa nel fare il mio dovere. E, ancora una volta, oggi, lo voglio ripetere”. Queste sono le ultime parole che Eichmann proferisce in Uno specialista,

 

 

Bambini ipersensibili

Bambini e psicologia

“Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l’armonia con le sofferenze. Perché anch’essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l’armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco.” (Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov trad. di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano)

Il problema che assilla Ivan Karamazov (ma che in realtà ha sempre assillato l’artista Dostoevskij) è lo stesso che Manzoni presenta indirettamente ai suoi lettori nella famosa scena del capitolo XXXIV de “I Promessi Sposi” in cui Renzo assiste alle “indegne esequie” di Cecilia, la bambina morta di peste che la madre affida ai monatti. La risposta del credente a quella angosciata domanda di  Dostoevskij:  “perché soffrono i bambini?”, è che  solo Cristo può dare risposta a questo “scandalo” tra virgolette. Che si sia religiosi o laici non importa, in quanto genitori e persone consapevoli dotati coscienza  civile, anche noi ci facciamo la stessa domanda. Non possiamo quindi evitare di porci il problema di quella particolare forma di violenza psicologica (ma non solo psicologica) che troppo spesso fiorisce di nascosto anche all’interno delle famiglie apparentemente più tranquille:  l’irretimento psicologico, a cui sono soggetti in modo particolare i bambini ipersensibili.

Per “irretimento” si intende un vero e proprio “imprigionamento, per lo più nell’ambito di una soggezione di ordine psicologico e affettivo” (Devoto-Oli – Vocabolario delle Lingua Italiana).Esiste purtroppo una particolare e diffusissima forma di ipocrisia perbenista, molto pericolosa, che fornisce da un lato l’alibi giusto per fingere di non vedere (e quindi non intervenire) dall’esterno; dall’altro consente di  nascondere le realtà magari più devastanti dietro la facciata sorridente e serena del nucleo familiare, dall’interno. La verità è che molto spesso i bambini sono vittime impotenti non solo di genitori “forti” e prepotenti, ma anche di quelli deboli e fragili. Oppure di ambedue, in una spirale perversa e infinita che può determinare conseguenze anche molto pesanti.

“La banalità del male” è un libro della filosofa tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt (1906-1975) che tratta del resoconto dedicato al giudizio di uno dei principali esecutori materiali dell’Olocausto, Eichmann, grigio burocrate per eccellenza, che non mostra alcun rimorso e incarna un attaccamento irragionevole non alla sua opera, ma a quella religiosamente promulgata dal regime. Con le dovute distinzioni, ci permettiamo di utilizzare lo stesso concetto, banalità del male, per definire certe situazioni nelle quali il danno procurato ai più deboli viene inquadrato all’interno di in un sistema in apparenza insignificante, che si (auto)definisce “normale”, grazie soprattutto a meccanismi routinari quotidiani, i quali però a loro volta definiscono una “burocrazia” di comportamenti e di regole intoccabili perché difesi dalla presunta “sacralità”- a volte ipocrita – riconosciuta alla privacy familiare. Questo schermo può costituire un’ottimo strumento di potere reale, soprattutto se condito da una buona abilità di strumentalizzazione dei sempre presenti “sensi di colpa”. Del più debole, ovviamente.

“Non esiste migliore vittima di irretimenti sistemici di un bambino ipersensibile! I bambini dotati di una sensibilità meno spiccata sono più centrati su se stessi e non recepiscono in modo così intenso gli squilibri, le ingiustizie e i problemi nascosti dei familiari. Spesso per un bambino ipersensibile è più importante l’armonia all’interno della famiglia che il suo stesso benessere, pertanto fa dei tentativi per tentare di risolvere tali situazioni. (…) I bambini ipersensibili percepiscono con precisione fin dalla più tenera età lo stato d’animo di coloro che li circondano. (…) Questa capacità empatica li rende facile preda dei genitori che soffrono della propria situazione. Un adulto con problemi può ricavare enorme sollievo dalla presenza di un figlio ipersensibile; è più facile piangersi addosso e lamentarsi della propria situazione meschina, anziché cercare di cambiarla. Confidarsi stabilizza la situazione sgradevole, ma spesso a discapito di un bambino ipersensibile, che si dimostra disponibile ad essere degradato dal genitore a “cassonetto psicologico”, a “buon amico” o addirittura a sostituto del partner. (…) I genitori che non sono all’altezza dei compiti che la vita pone loro di fronte, lasciano che siano i figli a risolvere i loro problemi; e sono proprio i figli ipersensibili a dimostrarsi particolarmente disposti ad accettare questa eredità.” (Rolf Sellin) .

Ed ecco servito su un piatto d’argento un vero e proprio abuso psicologico, cioè una vera e propria violenza, grazie anche alla perfetta quanto scorretta monopolizzazione che il profondo rapporto tra i due permette di nascondere e sviluppare dietro lo specchio neutro del nucleo familiare. Oltre lo specchio ritroviamo comunque sempre le stesse cose: egocentrismo, narcisismo, monopolizzazione e desiderio di potere. Del più forte, ovviamente.

 

 

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