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Preferirei di no

1) “In Velocità astratta+ rumoreBalla dipinge parti di cielo, frammenti di forme e segni incrociati che evocano il veloce passaggio dell’automobile. Il rumore è infatti rappresentato dall’infittirsi di segni e dal moltiplicarsi dei piani di rappresentazione. In alto poi si percepiscono frammenti di cielo nei quali sono collocati segni più scuri. Il paesaggio inoltre è rappresentato dalle due linee ondulate e dal verde. La parte in rosso infine rappresenta l’automobile in corsa che sfrecciando frantuma il paesaggio e si integra con esso. (da analisidellopera.it)

2) Nella nota introduttiva dell’autrice all’edizione 2012 del suo The Highly Sensitive Persons (Persone Altamente Sensibili. Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge – Mondadori, 2018), Elaine Aron scrive: «…ora esiste una semplice, ma completa descrizione di questo tratto, riassunta nell’acronimo DOES, che ne esprime bene i vari aspetti. D indica la profondità (depht) dell’elaborazione; infatti la nostra caratteristica fondamentale è che osserviamo e riflettiamo prima di agire ed elaboriamo maggiormente ogni elemento, in modo più o meno consapevole. O sta per la sovrastimolazione (overstimulation) in cui incorriamo facilmente: se prestate maggior attenzione a ogni cosa, vi stancate prima. E sta per l’enfasi (emphasis)delle nostre reazioni emotive e per la forte empatia (empathy) che, tra l’altro, ci aiuta a osservare e a capire. significa essere sensibili ai dettagli (subtleties)».

3) Il giovane scrittore Giacomo Mazzariol ha appena pubblicato il suo secondo libro, Gli squali (Einaudi Stile Libero, 2018).  «Assomigliano agli squali; attenti, però: non sono crudeli. Nuotatori veloci, fulminei nel captare le correnti giuste, fluidi nel branco, pronti a mostrare i denti, abili nel mutare rotta. Hanno vent’anni e sono i ragazzi del nuovo millennio. Non possono stare fermi, altrimenti, come gli squali, muoiono. Perché in realtà sono vulnerabili e nell’oceano delle possibilità rischiano di perdersi, di finire spiaggiati tra incertezze adolescenziali e aspettative adulte. «Sono i miei amici, i miei coetanei», quelli del muretto, quelli dell’università, quelli dell’estate dopo la maturità, dice Giacomo Mazzariol, nato a Castelfranco Veneto, classe 1997, scrittore, sceneggiatore, esponente (fortunato) in tutto e per tutto di questi inediti post-Millennial. Ai quali dedica il suo nuovo romanzo (…)

…un ritratto dolceamaro della generazione dei ventenni. Una storia che racconta la fatica di diventare grandi» (…) «Siamo squali ma non predatori, squali così potenti da riuscire a navigare nel mare delle possibilità, una nuova specie che grazie alla tecnologia pensa di avere il mondo in mano. Puoi fare dieci cose ed essere in dieci posti nello stesso momento, è come avere addosso, sempre, un’energia pazzesca. Ma poi, in questa miriade di stimoli, non sai più qual è la superficie e quale la sostanza».

Con una velocità che toglie il fiato, mentre i suoi amici bruciano l’estate e se ne vanno in Spagna, Max inizia a lavorare e a guadagnare, diventa grande con la nostalgia nel cuore, tocca con mano la freddezza e il cinismo delle ricchissime factory dell’i-Tech. Per ritrovarsi, allora, Max torna indietro, a casa sua, a Magnano, nella lentezza salutare delle cose di sempre. «Volevo spiegare il lato oscuro delle multinazionali digitali, degli algoritmi di YouTube che stanno divorando il tempo degli adolescenti, pilotando i loro desideri. Ma anche la potenza dei ventenni di oggi, tutto il contrario degli sdraiati. Gli squali nuotano tra mille lavori, opportunità, delusioni. Ma nuotano. Non stanno fermi. E ogni tanto capita, come succede a Max, come è successo a me, di incrociare la cosa giusta. Almeno per un po’, perché nulla è definitivo per gli squali, che devono continuare a nuotare, altrimenti muoiono». (dall’articolo di Maria Novella De Luca – la Repubblica 6 novembre 2018)

4) Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (titolo originale Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street) è un racconto di Herman Melville. Il narratore è il titolare di uno studio legale di Wall Street a New York. Egli svolge “un lavoro discreto fra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti”, e si descrive come “una persona eminentemente cauta e fidata”. Infatti dice di sé:  «E per cominciare, io sono un uomo che, a partire dalla sua giovinezza, è sempre stato profondamente convinto  che nella vita la via più facile è la migliore.» (dall’edizione Einaudi, 1994)

Il narratore, pur notando [le loro] eccentricità, accetta di buon grado i suoi dipendenti e, con l’ampliarsi dell’attività, decide di assumere un terzo scrivano. Risponde all’annuncio Bartleby, che si presenta in ufficio come una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!”. In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro di copista ma si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo principale con la risposta “preferirei di no” (nell’originale, “I would prefer not to”). Poi smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase.” (da Wikipedia)

5) «Ho letto Guerra e pace in venti minuti. Parla della Russia». All’epoca della famosa battuta di Woody Allen, la fine degli anni Sessanta, l’America era attraversata dall’ossessione per il tempo. Il ricordo di Kennedy che ogni mattina leggeva il New York Times e il Washington Post in dieci minuti, aveva spinto migliaia di studenti e professionisti a iscriversi ai corsi di Evelyn Wood, un’insegnante dello Utah che cercando di migliorare la vita dei suoi allievi, aveva messo a punto una tecnica di lettura per divorare, così diceva, fino a 2700 parole al minuto. In tutti questi anni la febbre della velocità non si è mai spenta, anzi… Il contagio viaggia in Rete e dallo speed reading — 533 milioni di risultati su Google — si è passati allo speed watching. Perché dedicare nove ore e passa alla visione di una stagione del Trono di Spade quando si possono guardare gli episodi a velocità accelerata?

Esistono siti che tengono il conto delle ore spese in serie televisive (Tiiime) e nascono applicazioni che promettono di aiutarci, senza bisogno di manuali, corsi o seminari, a correre su un testo scritto così come facciamo nella vita reale. Il controllo della velocità diventa così il simbolo di un’era in cui la moltiplicazione dei contenuti rende impossibile per qualunque essere umano stare al passo con tutto ciò che viene prodotto: troppa roba, troppo poco tempo, a meno che non si ricorra a qualche trucco.” (di Stefania Parmeggiani – la Repubblica 6 novembre 2018)

Concludendo) Nessun dubbio in proposito, molto meglio Bartleby. Speed reading? Speed whatching? Preferirei di no! Il motivo è molto semplice. Perché  “investire trentadue ore della propria vita su Tolstoj vi permetterà di scoprire che Guerra e Pace parla sì della Russia, ma anche di molto altro.” E quasi sempre è proprio questo altro ad essere più importante di tutto il resto. L’ideale della nostra cultura consiste nell’essere forte come Terminator, stoici come Clint Eastwood o estroversi come Goldie Hawn? Dovrebbero piacerci le luci brillanti, il rumore, le comitive di allegri amici al bar? Pazienza. Per quanto mi riguarda, la risposta è sempre la stessa: preferirei di no!


In testata: Giacomo Balla, Velocità astratta + rumore, 1913–14, olio su tavola, 54,5 x 76,5 cm compresa la cornice dipinta dall’artista. Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Peggy Guggenheim

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Persone altamente sensibili

Credo comunque nell’aristocrazia, se questa è la parola giusta e se un democratico la può utilizzare. Non un’aristocrazia del potere ma … delle persone sensibili, premurose … I suoi membri si trovano in tutte le nazioni e in tutte le classi sociali, senza distinzione di età, e quando si incontrano si comprendono intuitivamente. Essi rappresentano la vera tradizione umana, la vittoria permanente della nostra strana specie sulla crudeltà e sul caos. Molti di loro muoiono nell’oscurità, pochi hanno raggiunto la fama. Sono sensibili verso gli altri quanto verso se stessi, sono premurosi senza essere assillanti; il loro coraggio non è boria, bensì il potere di resistere.

E.M. FORSTER“What I Believe”, in Two cheers for democracy

The Highly Sensitive Person” di Elaine Aron è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1996. La citazione di Forster riportata sopra si trova all’inizio di tutte le edizioni uscite nel tempo.

«Nel 1986 la psicologa americana Elaine Aron, psicoterapeuta e docente universitaria laureata presso l’università di Berkeley, scoprì la “Highly Sensitive Person” (HSP). Poco dopo comparirono varie pubblicazioni sia in America che in Europa sull’ipersensibilità e, seppure sia un argomento poco trattato in Italia, vari libri.
È impossibile dare una definizione precisa della persona altamente sensibile, che d’ora in poi chiameremo HSP, in quanto circa il 15% delle persone sia altamente sensibile e l’ipersensibilità sia solo una parte del carattere di queste persone. In pratica, le HSP sono più sensibili a stimoli sia esterni che interni di altri.» (da altamentesensibili.wordpress.com)

Da pochi giorni – precisamente dall’11 settembre – è disponibile l’edizione italiana: “Persone Altamente Sensibili – Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge” (Mondadori, 2018). L’introduzione all’edizione italiana è della dottoressa Elena Lupo (Advanced Training HSP Consultant Persone Altamente Sensibili – HSP Italia™ www.personealtamentesensibili.it.) che scrive:

«La traduzione italiana di questo testo, pietra miliare per tutti gli studi successivi sul tratto dell’Alta Sensibilità, rappresenta un fondamentale punto di svolta per la sua diffusione anche nel nostro paese.

Per questa ragione, consapevoli della particolare accuratezza necessaria, abbiamo ritenuto utile fare alcune precisazioni terminologiche a favore del lettore.

La prima e più importante riguarda la traduzione del sintagma stesso “High Sensitivity”, che in italiano è spesso reso con “ipersensibilità”. Secondo diretta indicazione della dott.ssa Aron “ipersensibilità” sarebbe in realtà corrispondente a “Hyper Sensitivity”, che rimanderebbe a una condizione anormale, o addirittura patologica. La traduzione corretta, avallata dall’autrice stessa, è quindi il letterale “alta sensibilità”, e si riferisce a un elevato grado di sensibilità, che non è assolutamente da intendersi come patologico ma che rientra nel concetto di “normalità” comunemente intesa, in riferimento alle possibili caratteristiche generali della personalità. Di conseguenza anche l’acronimo HSP, ossia Highly Sensitive Person (o People), è da tradursi con “Persona/e Altamente Sensibile/i” (o PAS), piuttosto che con “ipersensibile/i”….»

Potremmo chiederci per quale motivo siano stati necessari oltre vent’anni per pubblicare questa edizione italiana, mentre altri autori e numerose altre pubblicazioni nel frattempo ne hanno diffuso i contenuti. Ma servirebbe a qualcosa? Forse no. Limitiamoci allora ad una semplice osservazione: “Finalmente!

La forza gentile degli ipersensibili

Quella che segue è la conferenza TED di Elena Herdieckerhoff – tenuta a Parigi e pubblicata su YouTube il 24 giugno 2016 – sulle persone altamente sensibili (PAS) o Highly Sensitive Persons (HSPs). E’ possibile attivare i sottotitoli in inglese, a dire il vero non molto precisi.  Di seguito la mia traduzione in italiano. Chiedo scusa per gli errori e/o le imperfezioni. Il senso credo comunque sia comprensibile. Ma soprattutto è nella sostanza davvero condivisibile, così come condivisibile è il tono comunicativo, anche ironico, autoironico e scherzoso, per fortuna sdrammatizzante.

Sono una persona ipersensibile (HSP). Qual’è la prima cosa a cui pensate quando vi dico questo? “Sarà una persona timida e introversa”. “Forse molto emotiva”. “Forse addirittura che per frequentarmi, sarà meglio andarci coi piedi di piombo”.  Il luogo comune rispetto gli ipersensibili è che siamo un qualche tipo di fragile e debole creatura, la quale ha estratto un biglietto perdente alla lotteria della vita. Possiamo vederlo mettendo su Google la parola “sensibile”: vedrete immagini di mal di denti, pelli irritate, denti di leone e persone piangenti.La sensibilità ha chiaramente problemi di pubbliche relazioni. Oggi vorrei aiutare a cambiare questo stato di cose.

Va bene, ma ora vi state chiedendo cosa significhi essere un ipersensibile. Vi invito ad immaginare di vivere sempre con tutti i vostri sensi in allarme rosso. Inoltre vivete in un mondo vivido, intenso, dove tutte le vostre emozioni sono amplificate. Così, la tristezza è un è profondo dolore e la gioia è estasi pura. Egli inoltre si interessa di tutte le ragioni ed empatie senza limite alcuno. Immaginate di essere in osmosi permanente con ogni cosa che vi circonda. Gli ipersensibili si sentono spesso dire cose del tipo: “Tu sei troppo sensibile!” “Smettila di prendertela per ogni cosa!” Oppure, la mia preferita: “Dovresti davvero diventare più forte!” Il messaggio di fondo è chiaro: essere ipersensibili equivale ad essere iperdifettosi. Concordo, infatti ho pensato di venire con un qualche tipo di segnaletica: “Attenzione, ipersensibile!”

Ora, lasciatemi condividere alcuni dei benefici derivanti dall’ipersensibilità. Primo, abbiamo una mente fortemente iperattiva. Il che significa che è impossibile spegnerla. Questo significa che l’insonnia è la mia migliore amica. Come potete immaginare, lei viene a trovarmi in particolare la notte precedente una conferenza TED. Poi non posso guardare film violenti o paurosi perché le immagini pare poi mi perseguitino per sempre.Ricordo che quando ero una bambina guardai il film “Lo squalo”. Rimasi così traumatizzata che per molti anni non fui più capace di avvicinarmi a una piscina o anche di stare vicino al mare. Inoltre, ed è abbastanza imbarazzante, il mio soprannome d’infanzia era “Principessa sul pisello” quando capitavano viaggi e letti d’albergo. La questione era che doveva essere non troppo duro, non troppo morbido, doveva essere proprio quello giusto. Una volta mio padre disse scherzando che avrei dovuto portarmi dietro il mio letto e il mio cuscino per evitare ogni possibile futuro problema di viaggio.

Spesso mi domando cosa può esserci di buono per me nell’essere fatta in questo modo. Bene, il dono della sensibilità mi si è approssimato in modo lento e silenzioso. Sono arrivata a capire che amo il fatto di connettermi in modo facile e profondo con gli altri ed inoltre, che possiedo una forte intuizione che mi guida come un infallibile GPS. Avevo solo 25 anni quando incontrai il libro che avrebbe cambiato la mia vita: “The Highly Sensitive Person” della dottoressa Elain Aron. Ho finalmente potuto dare un nome alla mia travolgente esperienza di vita in Technicolor. Inoltre esso mi diede la speranza che ci fossero altri come me. In questo libro si descrivono le persone altamente sensibili (Highly Sensitive Persons) in breve HSPs, quali persone che hanno una caratteristica genetica del processo sensoriale della sensibilità (il che è chiaramente uno scioglilingua) . Sorpresa: una percentuale compresa tra il 15 e il 20 per cento della popolazione è ipersensibile. Ora, lei usa lo splendido acronimo DOES per riassumere le principali caratteristiche degli ipersensibili (HSPs).

La “D” sta per “depht”, per profondità di elaborazione. Come ipersensibili abbiamo una fenomenale capacità di analizzare in profondità assolutamente qualsiasi cosa. Il mio esempio preferito al proposito è quello che mi piace definire “sindrome del ristorante cinese”. In sostanza, possiamo prenderci un’ora per leggere tutto il menù di 40 pagine, a dispetto del fatto che molto probabilmente ordineremo comunque il notro solito piatto preferito.

La “O” sta per “overstimulation”, per sovraeccitazione. Noi siamo presto sopraffatti dal mondo che ci circonda. Ora, io sono un’eccezione, amo la nostra Oktoberfest. Ma di fatto debbo andarmene dopo un’ora perché sopraffatta dal mix di odori di pollo arrosto, zucchero filato, dalla cacofonia di canzoni, dalla folla imponente. Tutto questo è troppo per me.

La “E” sta per “empathy”, per empatia. Gli ipersensibili percepiscono quello che sentono gli altri. E’ come quell’antico cantico ebraico: “quando qualcuno piange, gli altri sentono il salato”.

Infine, la “S” sta per “awareness of subleties”, per consapevolezza delle sottigliezze. Gli ipersensibili assomigliano a un sensore sintonizzato finemente, possono percepire gli avvertimenti mentali. Sfortunatamente, questo significa  che sono anche il tipo di persona che possono svegliarvi alle 3 di mattina per avvertirvi che hanno udito uno sgocciolio nella cucina che si trova due piani sotto.

Come potete vedere, l’ipersensibilità è molto di più della reattività emozionale. Mi piacerebbe affrontare i due grossi elefanti nella stanza che riguardano il luoghi comuni sugli ipersensibili. Il primo stereotipo è che gli ipersensibili siano semplicemente introversi che vogliono nascondersi dietro una facciata. Il punto sulla questione è che in realtà il 30% degli ipersensibili sono in realtà estroversi. Il che significa che non possiamo comodamente parcheggiarli nella comoda categoria dei timidi. Ci sono molte sfumature nella tipologia degli ipersensibili.

Secondo, a causa della supposta femminilità della caratteristica ipersensibile, molti danno per scontato che essi siano tutti donne. Invece, qualcuno può sorprendersi per il fatto che il 50% di essi siano uomini. Nella nostra società non viene accettato il fatto che un uomo possa essere ipersensibile, piuttosto deve essere aggressivo e competitivo. Per nostra sfortuna, che gli uomini possano avere caratteristiche di apprezzabile sensibilità ma al tempo stesso anche di forza, è un concetto che ci risulta completamente estraneo.

Ora, è il momento di dire che non penso che gli ipersensibili siano persone migliori o peggiori delle altre. Sono semplicemente diversi. A dispetto delle voci che circolano, vorrei anche segnalare che essi non sono membri di nessuna speciale associazione segreta, inoltre, che non hanno nessuna stretta di mano segreta per riconoscersi l’un l’altro. Sono persone come tutte le altre, con la differenza che vivono il mondo in modo più intenso, e se pensate che tutti gli ipersensibili siano uguali, vi sbagliate, non è vero. Nessuno di loro è uguale all’altro. Ognuno ha la sua personale impronta di sensibilità, accanto ad altri marcatori di identità, come il genere, l’etnia e  il contesto culturale. Vorrei inoltre evidenziare che l’ipersensibilità non è una malattia. E non è neppure una scelta. E’ una caratteristica genetica. Fondamentalmente, siamo nati per essere miti. Ogni volta che dite ad un ipersensibile che sono troppo sensibili, è come se diceste ad una persona con gli occhi azzurri che ha gli occhi troppo blu. Non importa quante volte glielo direte, vedrete sempre lo stesso sguardo da parte degli stessi occhi azzurri.

Come società, siamo arrivati a concepire la sensibilità come un difetto, uno sfortunato tallone d’Achille emozionale che limita la nostra capacità di diventare sempre più sfruttati, distaccati e robotici. Siamo tutti pronti a screditare gli idealisti, i sognatori e i creatori. Non sempre è stato così. In epoche precedenti filantropi, filosofi, poeti, artisti e pittori erano tutti   venerati per il loro apporto di sensibilità alla società. Cosa saremmo senza Leonardo da Vinci, o senza Mozart, o senza Anais Nin, o Balzac o Madre Teresa, o Ganhi. Il mondo sarebbe sicuramente più buio. Non sto dicendo che tutti gli ipersensibili siano dei geni che danno forma al mondo. Ma la maggior parte di loro hanno una sincera necessità di creare relazione e contatto. Poiché sentono ogni sofferenza che vedono, vogliono sollevare i dimenticati e salvare gli sfortunati. Quando un ipersensibile tenta di nascondere la sua sensibilità per adattarsi al contesto, tutti noi abbiamo perso qualcosa. Non sarebbe per caso più povera quella società in cui mancasse il cuore battente della creazione? Quella che screditi l’immaginazione, l’intuizione e l’empatia?

Credo proprio di sì. Per questo motivo ritengo che dobbiamo urgentemente cominciare ad accettare e apprezzare la sensibilità per il suo effetto di regolazione della temperatura in un mondo spesso surriscaldato. Son convinta che siamo tutti sensibili, in diversi gradi e in diversi modi. Gli ipersensibili sono semplicemente nella lontana estremità della gamma. Questo è il motivo per cui pensiamo che il tema della sensibilità ci riguarda tutti. Come società dobbiamo arrivare a riscrivere la negativa narrazione culturale sulla sensibilità e trasformarla in una positiva. Dobbiamo cancellare il concetto secondo cui sensibilità equivale a debolezza, per poter finalmente beneficiare dei suoi numerosi sforzi. Così facendo, creeremo un contesto in cui ognuno è sicuro di poter di esprimere il suo lato delicato, non solo gli ipersensibili.

Come possiamo creare una migliore consapevolezza e accettazione per la sensibilità? Al livello pubblico, credo che i cambiamenti più urgenti debbano avvenire nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Nelle scuole, abbiamo bisogno di preparare meglio gli insegnanti a riconoscere e comprendere i bambini ipersensibili. E tanto per gli insegnanti quanto per i genitori, i loro opprimente desiderio di “indurirli” per affrontare il mondo là fuori, deve cessare. Non dobbiamo mettere gli abiti del lupo alla pecora.

Al livello aziendale, il sistema è organizzato in modo da favorire quelli con gomiti d’acciaio. Poiché le persone sensibili, tipicamente, hanno un tono di voce basso, sono collaborativi anziché competitivi, molto spesso sono messi da parte nella gerarchia aziendale. Per cambiare ciò, dobbiamo creare un ambiente in cui ogni tipo di personalità possa progredire, non solamente i soliti pochi prescelti. Per questo ritengo che sia nel massimo interesse delle aziende invitare al tavolo gli ipersensibili. Perché senza sensibilità esse sono carenti di innovazione, di integrità, in definitiva, di umanità.

Al livello personale, tutti noi possiamo dare il nostro contributo, semplicemente trattenendoci dal giudicare la delicata differenza delle sensibilità attorno a noi. La prossima volta che vi verrà la tentazione di dire a qualcuno: “Sei troppo sensibile”, vi chiedo di fermarvi e fare una pausa. Riempite questa pausa di comprensione. Vedrete che il semplice atto di accettazione vi solleverà ambedue. Ai miei colleghi ipersensibili dico: prendete coraggio e non vergognatevi di essere ciò che siete. Basta tentare di indurirsi. Basta nascondere la bellezza di ciò che siete. Non sentitevi strani, perché non siete voi da considerare sbagliati, ma piuttosto un mondo in cui la corruzione, la violenza e avidità sono la norma. Come diceva Krishnamurti, “non è indice di salute essere ben inserito in una società profondamente malata”.

Quando ero una ragazzina, mi piaceva rincorrere le farfalle nel nostro giardino e ammiravo la loro fragile bellezza. Sentivo una profonda necessità di proteggerle, così decisi di rinchiuderle in un piccolo barattolo  pieno di fiori e di erba per tenerle con me al riparo nella mia stanza. Capii subito che le farfalle non amano la prigionia. Questo mi fece capire che esse non hanno bisogno di essere protette. Il loro variopinto contributo all’ecosistema naturale è esattamente come dovrebbe essere. Analogamente, gli ipersensibili non dovrebbero restare nascosti ai dolori del mondo in una incubatrice protettiva. La loro parte consiste nel farsi avanti e condividere il loro dono di sensibilità con tutti noi.

Ritengo che come essere umani siamo accomunati dalla nostra esperienza di sensibilità ed empatia. Inoltre, non credo sia necessario essere ipersensibili per essere solidali e fare la differenza. Oggi siamo di fronte a seri problemi politici, culturali e ambientali. Ora più che mai abbiamo bisogno del contributo delle menti e dei cuori sensibili per affrontare e risolvere i problemi che ci attendono. quanto più noi tutti permetteremo a noi stessi di sintonizzarci con il nostro innato dono di sensibilità, tanto più potremo guarire noi stessi e il pianeta su cui viviamo. Ispirandosi a John Lennon o forse al più grande inno alla sensibilità di tutti i tempi, “Imagine”, lasciatemi concludere dicendo: per favore, non ditemi che sono una sognatrice. Lo so che non sono l’unico individuo sensibile. Sono fiduciosa che unirete le vostre mani alla mia per fare di questo mondo un mondo più gentile.

 

Manuale di sopravvivenza

Ted Zeff

Personalmente non credo molto alle “guide per la sopravvivenza”, se non altro perché la sopravvivenza mi pare veramente un obiettivo  minimo, davvero poco ambizioso. Tale obiettivo minimo, comunque, rimane pur sempre necessario, anche se non sufficiente. Perciò segnalo questa pubblicazione (ovviamente irreperibile in Italia e non tradotto in italiano) di Ted Zeff: The Highly Sensitive Person’s Survival Guide. Essential Skills for Living Well in an Overstimulating World” – New Harbinger Publications, Inc. 2004 , Elaine Aron PhD (Foreword). Che tradotto, suona più o meno: Manuale di Sopravvivenza per Persone Altamente Sensibili. Conoscenze di base per vivere bene in un mondo sovrastimolante.

Passo per passo, addirittura. Comunque, a parte tutto mi paiono interessanti le due anonime citazioni che aprono il primo capitolo, il cui titolo, (Una Introduzione all’Essere Persona Altamente Sensibile) suona peraltro in verità abbastanza presuntuoso. Inizia così:

“Non riesco più a sopportare lo stress al lavoro.  I colleghi delle scrivanie vicine parlano tutto il giorno con voci alte e abrasive, il mio capo continua a domandarmi di raggiungere le sue sue rigide scadenze. Ogni giorno lascio il lavoro stremato e nervoso, con lo stomaco come fosse tutto annodato.”

“Nella mia famiglia sono tutti sempre impegnati a correre di qua e di là inseguendo qualche nuova avventura, mentre a me piace rimanere a casa. Sento che c’è qualcosa di sbagliato in me, perché di solito non ho voglia di uscire  dopo il lavoro oppure nei fine settimana.”

Qualcosa ti suona familiare in ciò? Se sì, potresti essere una persona altamente sensibile.

Eh già. Mi sa proprio che sia così. Tra l’altro, non è per niente “trendy”.

C’è posta per noi

Sensitive-movie-1

Elaine Aron comunica tramite newsletter che è stato pubblicato il film “Sensitive”.

Esso può essere noleggiato o acquistato qui tramite la piattaforma VHX, qui invece le FAQ relative all’utilizzo del sito ai nostri fini.

VHX è un sito che permette di visualizzare video a flusso continuo, presi da varie fonti e su una grande porzione del proprio schermo. Registrandosi, si ha a disposizione l’elenco dei filmati che stanno per partire, ed è inoltre possibile collegare alcuni dei propri account su altri siti per visualizzare direttamente i video che vengono lì condivisi. (da HTML.it)

Nel caso invece si preferisse acquistare il DVD con sottotitoli in varie lingue, bisognerà attendere ancora un po’, perché esso sarà disponibile entro le vacanze di Natale. Ci terremo aggiornati.

Nel frattempo, consoliamoci con un estratto del girato dal sito di Alanis Morrissette, “featured in the film”.