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Il futuro rimosso

Ritorno al futuro (Back to the Future) è un film del 1985 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Michael J. Fox e Christopher Lloyd. Primo episodio della trilogia omonima, è considerato un’icona del cinema degli anni ottanta e ha riscosso un enorme successo a livello internazionale. (da Wikipedia).

Comunque la si pensi politicamente su Matteo Renzi, non si può negare che l’ex Presidente del Consiglio e Sindaco di Firenze, non sia abile a far parlare davvero molto di sé. Per la nona edizione della Leopolda tenutasi nel capoluogo toscano soltanto qualche giorno fa nel fine settimana, visto che il tema era “Ritorno al Futuro”, sul palco dell’evento è stata installata una bellissima riproduzione della macchina del tempo DeLorean della serie cinematografica omonima. E subito su mass media e social, nel bene o nel male non si è parlato d’altro se non del veicolo usato da Emmett “Doc” Brown (Christopher Lloyd) e Marty McFly (Michael J. Fox) per viaggiare nel tempo nella mitica trilogia amata da milioni di fan prima al cinema e poi sul piccolo schermo.” (da nove.firenze.it)

Personalmente ritengo che Matteo Renzi e il suo “giglio magico” rappresentino un passato stracotto rivestito di una sottile patina di giovanilistica modernità fintamente progressista. Oggi però il punto sul futuro che ci interessa è un’altro. Lo spiega bene Aldo Cazzullo, che sul Corriere della Sera del 19 ottobre scorso, scrive:

«il riscaldamento del pianeta è tanto evidente che neppure Donald Trump lo nega più (si limita a dire che non è colpa dell’uomo e quindi non ci si può fare nulla). Però in due anni avrò ricevuto ventimila lettere sui migranti e neppure una sul cambiamento climatico, che è tra le cause delle migrazioni. Pubblico alcune reazioni raccolte sui social del Corriere al rapporto dell’unione Europea perché mi sembrano utili a una riflessione non tanto sul tema, ormai conclamato, quanto sull’indifferenza che lo circonda.

Ormai sappiamo con certezza scientifica che, se non ridurremo le emissioni di anidride carbonica, il clima peggiorerà ulteriormente. Il fenomeno è più rapido di quanto pensassimo, ed è sotto gli occhi di tutti. Alla prima nevicata si faranno ironie; ma è come negare la fame nel mondo solo perché si è appena mangiato un piatto di fettuccine. Non ce ne occupiamo perché il problema riguarda l’avvenire. E l’avvenire al tempo della rete non è contemplato. Ci sono tanti selfie da scattare, tanti attimi da fermare, tante interessanti polemiche su Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo da seguire. La futilità della discussione pubblica rende insostenibilmente pesanti argomenti che riguardano i nostri figli e nipoti, non i nostri discendenti dei prossimi millenni, se arriveranno. Meno ancora si parla dell’allarme rilanciato dal libro postumo di Stephen Hawking, sui pericoli dell’intelligenza artificiale e della manipolazione della vita. La rimozione del futuro continua.»

Ieri, 24 ottobre 2018, qui a Bologna il termometro ha rilevato una temperatura massima di 29 gradi. Dieci gradi in più rispetto alla temperatura media stagionale secondo meteo.it. Eppure esiste ancora chi nega l’evidenza:

La capacità del movimento negazionista di rallentare le politiche ambientali spinge Gore a studiare analiticamente cause e caratteristiche di quest’atteggiamento, il cui fondamento viene individuato nell’interesse economico delle grandi multinazionali del petrolio, del carbone e del gas, minacciato da ogni azione finalizzata alla riduzione delle emissioni nocive: «potenti corporation che hanno interesse a ritardare qualunque tipo di intervento hanno sperperato soldi in una campagna cinica e disonesta per distorcere l’opinione pubblica, seminando falsi dubbi sulla realtà della crisi climatica» (p. 429). Si tratta di una massiccia e sofisticata “campagna di inganni” che si avvale di esperti finanziati ad hoc, “bugiardi a noleggio” (p. 440) incaricati di diffondere ipotesi alternative prive di base scientifica (per cui, ad esempio, il riscaldamento globale sarebbe il risultato di un ciclo naturale, oppure sarebbe già stato fermato da diversi anni, ecc.). Questa campagna si propone anzitutto di manipolare la percezione pubblica del problema, anche attraverso l’accesso agli organi di informazione: i quali, versando in difficili condizioni economiche, ricevono finanziamenti da parte delle compagnie di combustibili fossili, accettando di veicolare messaggi negazionisti. In secondo luogo, le stesse compagnie incidono sui processi decisionali attraverso l’attività di lobbying e finanziando le campagne di candidati di ogni parte politica.” (da sviluppofelice.wordpress.com )

Manipolare la percezione pubblica dei problemi non significa solo disinformare i cittadini tramite false notizie, ma anche trascurare i temi davvero importanti (come le tematiche ambientali) ponendo al contrario in evidenza le sciocchezze più irrilevanti. Scrive Giuseppe Riva: «Che cos’è un fatto? (…) esistono due grandi categorie: i “fatti” (per esempio è un fatto che questa frase inizia con la preposizione “per”, perché sia io che voi possiamo verificarla osservando la frase) e i “fatti sociali” (gli eventi la cui verità non dipende dall’evidenza, ma dall’attività della rete sociale di cui facciamo parte; ad esempio, per essere “marito” ti devi sposare). Mentre i fatti sono eventi immediatamente evidenti, i fatti sociali sono invece eventi la cui evidenza dipende dall’attività di una rete sociale.

Sono più importanti i fatti o i fatti sociali nel guidare le decisioni dei soggetti? Gli psicologi sanno già da tempo la risposta: i fatti sociali. Non a caso questi fatti sono dotati di un potere di coercizione che nasce dall’importanza che per ciascuno di noi ha il sentirsi parte di un gruppo. Tale potere di coercizione è legato a quattro fattori: la rilevanza del gruppo per l’identità sociale del soggetto, l’importanza e la rilevanza dell’argomento per il soggetto, la numerosità del gruppo che supporta una scelta, la mancanza di conflitti al suo interno.

L’analisi del concetto di “fatto” ci suggerisce un primo elemento per la costruzione di fake news efficaci: trasformarle in fatti sociali, supportati dal numero più elevato possibile di soggetti della rete. Infatti se una fake news diventa un fatto sociale sono possibili tre conseguenze. Se il soggetto la interiorizza, diventerà lui stesso un sincero sostenitore della sua verità. Se non la interiorizza ma teme il giudizio sociale, eviterà di contraddirla per paura di effetti negativi. Mentre solo chi non teme il giudizio sociale, o si sente supportato nella critica, sarà pronto a intervenire per contestarne i contenuti.  (Massimo Riva – Fake News. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità – Il Mulino, 2018) Superfluo ipotizzare quale si configura come la conseguenza più probabile per gli italiani, “ sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori” (© Ennio Flaiano)

Una delle più drammatiche responsabilità delle classi dirigenti di questo paese (di ogni orientamento) negli ultimi decenni è di aver “dimenticato”, nella loro “narrazione”, di preoccuparsi per il futuro delle generazioni a venire, scaricando sulle loro spalle i costi interni ed esterni delle loro spesso sciagurate, miopi decisioni interessate e falsamente democratiche. Al centro del loro racconto continuano invece a porre fatti sociali su cui sia possibile speculare nel presente, ad esempio l’immaginaria invasione degli immigrati. Avete mai sentito Matteo Salvini o Matteo Renzi infervorarsi per la tutela dell’ambiente? La macchina del tempo per loro è pura scenografia.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Pipistrelli nel campanile

A volte mi vengono pensieri che non condivido“: il celebre aforisma di Ennio Flaiano credo descriva molto bene lo stato d’animo di molti cittadini in questo periodo. Stato d’animo che per quanto mi riguarda è sollecitato in particolare da due notizie.

La prima è questa: “Kamikaze bolognese – Uno dei tre killer di London Bridge era un italo-marocchino: 22 anni, figlio di una bolognese, aveva la residenza a casa della madre. Lo avevano già indagato in Italia.(…) Il giovane italo-marocchino di 22 anni, uno degli autori degli attentati di Londra, quando fu bloccato al Marconi il 15 marzo 2016, mentre tentava di partire per la Turchia, era insomma un soggetto potenzialmente pericoloso su cui fare accertamenti.  (…) L’avvocato Silvia Moisè è il legale prima assegnato d’ufficio e poi nominato di fiducia da Youssef Zaghba nel 2016. È lei che l’ha assistito quando fu fermato e gli furono sequestrati cellulari e iPad, ottenendo l’annullamento dei sequestri dal Riesame.  L’avvocato ha fatto solo il suo lavoro: «Avessi avuto qualunque sospetto, ovviamente l’avrei riferito all’autorità giudiziaria. Era mio dovere farlo e l’avrei fatto. Ma proprio non ne ho avuti e mi fa una certa impressione aver incontrato più volte quel giovane senza capire chi veramente fosse». (da Il Resto del Carlino)

Ecco la seconda: “Ipotesi scarcerazione per Riina malato. Accuse e proteste. La Cassazione: ha diritto a una morte dignitosa. I supremi giudici: E’ gravemente malato. Bisogna valutare se può restare in carcere e se può essere pericoloso.” (Il Corriere della Sera) “Riina ha diritto a una morte dignitosa” La Cassazione apre ma è subito rivolta. Esiste un “diritto a morire dignitosamente” che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. Anche se il detenuto si chiama Salvatore Riina e sta scontando 17 ergastoli. Per la prima volta, i giudici della Suprema Corte aprono a un’istanza degli avvocati del capo dei capi di Cosa Nostra, che chiedono il differimento della pena o gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva invece confermato il carcere per il padrino di Corleone, che ha 86 anni, ribadendo il suo «altissimo tasso di pericolosità» e spiegando soprattutto che non c’è incompatibilità tra le patologie e la detenzione al 41 bis.” (La Repubblica)

La Lettera alla posterità (in latino, Posteritati), è l’ultima lettera contenuta nella raccolta epistolare delle Senili. Si tratta di un’epistola autobiografica di Francesco Petrarca, composta con tutta probabilità nel 1367, modificata e arricchita intorno al 1370-1371. Ecco un breve estratto:
…Partito poi per Montpellier a studiare legge, vi passai altri quattro anni; poi a Bologna, e vi spesi tre anni a studiare tutto il corpo del diritto civile. Ero un giovanotto che secondo l’opinione di parecchi prometteva grandi cose, se avessi seguitato quella strada; ma io quello studio lo lasciai completamente appena mi lasciò la sorveglianza paterna. Non perché non mi piacesse la maestà del diritto, che indubbiamente è grande e satura di quella romana antichità di cui sono ammiratore, ma perché la malvagità degli uomini lo piega ad uso perfido. E così mi spiacque imparare ciò che non avrei potuto usare onestamente; d’altra parte con onestà sarebbe stato imputato ad imperizia. E così a ventidue anni ritornai a casa”. (da “Prose” – Riccardo Riccardo Ricciardi Editore, 1955).
Come scrive Corrado Augias nel suo commento quotidiano, c’è una domanda che potrebbe indurre a ipotesi sconvenienti e che, per carità di patria, scanso.
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 Non per niente siamo il paese degli azzecca-garbugli; il problema però è che ogni giorno divengono sempre più numerose le persone che quei “certi pensieri” che ogni tanto vengo a tutti li condividono per sempre, magari anzi ne fanno anche  propaganda. Qualunque cosa significhi, “populismo” è attualmente il termine più utilizzato dai commentatori politici, anche se demagogia sarebbe senz’altro più adeguato. Inutile nasconderlo: abbiamo insetti alle fondamenta e  pipistrelli nel campanile. Per questo motivo ritengo fondamentale fermarsi un attimo e riflettere su alcuni principi fondamentali sui quali basare con calma e razionalità il nostro pensiero e le azioni che poi ne conseguono. Come ha fatto John Steinbeck scrivendo “East of Eden” – La valle dell’Eden, romanzo americano che più americano non si può, pubblicato nel settembre 1952 – in particolare nel capitolo 13 da cui traggo la seguente citazione:
 
Il mondo è percorso da tensioni estreme, prossime al punto di rottura, e gli uomini sono infelici e confusi. In un’epoca simile mi sembra cosa giusta e naturale pormi queste domande: In che cosa credo? Per cosa devo combattere? Contro cosa devo lottare?. La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione, senza dettami. E contro questo debbo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. Questo è ciò che sono e ciò che voglio. Capisco bene perché un sistema costruito  su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola cosa capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.”
Concordo; che si tratti di ISIS-Daesh, di mafia-camorra, di guru-santoni vari o del governo autoritario di turno, ripeto: concordo.