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Il “Grande Io” (ovvero della vanità)

Numerose prove sperimentali, tanto empiriche quanto convincenti, dimostrano in modo quasi scientifico che le persone con forte soggettività (eufemismo per ego-narcisismo) tendono con l’avanzare dell’età a limitare in modo quasi patologico l’orizzonte dei propri interessi all’esclusiva valorizzazione di se stesse: del proprio passato, della propria storia e dei propri successi, veri o presunti. In altre parole, il campo dei loro interessi tende a restringersi al proprio “Grande Io“. Con risultati molto spesso davvero imbarazzanti. Facciamo qualche esempio.

Parlar male di Donald Trump, l’inverosimile presidente USA, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. D’altra parte, essendo nato nel giugno del ’46, è poco più che settantenne. Eppure…. Sono un genio… e un genio molto stabile. E’ quanto scrive Donald Trump su Twitter, replicando a suo modo alle rivelazioni di questi ultimi giorni che hanno anticipato l’uscita del libro ‘Fire and Fury: inside the Trump White House’ dello scrittore e giornalista Michael Wolff. E ancora: dopo che nel suo discorso di fine anno Kim Jong-un aveva annunciato di avere un “pulsante nucleare” sulla sua scrivania, Donald Trump replica sostenendo di averne uno “molto più grosso e potente del suo”. “E funziona“, ha minacciato il presidente degli Stati Uniti su Twitter.

La sobrietà comportamentale (etica e morale) del suddetto era comunque nota da tempo: in un video registrato alcuni mesi dopo il terzo matrimonio con la sua attuale moglie Melania, Trump parla del suo fallito tentativo di sedurre una donna. «Ho provato a scoparla, ma era sposata […]». Trump racconta di averla accompagnata a comprare mobili e di aver provato a baciarla, senza riuscirci. A un certo punto Trump e Bush iniziano invece a parlare di Arianne Zucker, l’attrice che li stava aspettando fuori dall’autobus per portarli sul set (la si vede nell’ultimo minuto del video). Dopo averla vista – e dopo aver commentato il suo aspetto – Trump dice: «Devo usare delle Tic Tac nel caso dovessi iniziare a baciarla. Sai, sono automaticamente attratto dalla bellezza – inizio subito a baciarle, è così. È come una calamita. Bacio subito. Nemmeno aspetto». Poi aggiunge: «Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto». Alla fine, prima di scendere dall’autobus, Trump dice, parlando di quel “tutto” che dice di poter fare con le donne: «prenderle per la figa» (“grab them by the pussy”). (da ilPost.it) Non male davvero: ricorda un po’ gli eleganti  apprezzamenti di Berlusconi sulla Merkel. Oppure le sue sofisticate barzellette, come questa, oppure questa. Il retroterra “culturale” di Donald e Silvio è evidentemente molto simile. Ogni popolo ha i “dirigenti politici” che si merita.

Tom Wolfe invece di anni ne ha 86, ed è uno dei più importanti scrittori viventi. Su “Repubblica” del 2 gennaio scorso è uscita una bella intervista di Alexandre Devecchio, dal titolo molto eloquente: “Avevo capito tutto, alla fine i radical chic hanno tradito il popolo”.  “A  86 anni, il dandy reazionario non ha più niente da perdere e non si sottrae a nessun argomento” (…)

In uno dei suoi libri, “Radical Chic”, lei fustiga il politicamente corretto, la sinistra intellettuale, la tirannia delle minoranze. L’elezione di Donald Trump è una conseguenza di quel politicamente corretto?

«In quel reportage, inizialmente pubblicato nel giugno 1970 sul New York Magazine, descrivevo una serata organizzata il 14 gennaio precedente dal compositore Leonard Bernstein nel suo appartamento di tredici stanze con terrazzo, distribuito su due piani. Lo scopo della festa era una raccolta fondi per l’organizzazione Black Panther… Gli ospiti si erano premurati di assumere dei domestici bianchi per non urtare la sensibilità delle Panthers. Il politicamente corretto, da me soprannominato PC — che sta per “polizia cittadina” — è nato dall’idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro.

In seguito, ironicamente, il politicamente corretto è diventato uno strumento delle “classi dominanti”, l’idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro “predominio sociale” e mettersi la coscienza a posto. A poco a poco, il politicamente corretto è perfino diventato un marcatore di questo “predominio” e uno strumento di controllo sociale, un modo di distinguersi dai “bifolchi” e di censurarli, di delegittimare la loro visione del mondo in nome della morale. Ormai la gente deve fare attenzione a quello che dice. E va di male in peggio, specialmente nelle università. La forza di Trump nasce probabilmente dall’aver rotto con questa cappa di piombo. Per esempio, la gente molto ricca in genere tiene un profilo basso mentre lui se ne vanta. Suppongo che una parte degli elettori preferisca questo all’ipocrisia dei politici conformisti».

Nella sua opera, la posizione sociale è la chiave principale per la comprensione del mondo. Il voto per Trump è il voto di quelli che non hanno o non hanno più una posizione sociale o di quelli la cui posizione sociale è stata disprezzata?

«Attraverso Radical Chic descrivevo l’emergere di quella che oggi chiameremmo la “gauche caviar” o il “progressismo da limousine”, vale a dire una sinistra che si è ampiamente liberata di qualsiasi empatia per la classe operaia americana. Una sinistra che adora l’arte contemporanea, si identifica in cause esotiche e nella sofferenza delle minoranze ma disprezza i rednecks (bifolchi ndr) dell’Ohio. Certi americani hanno avuto la sensazione che il partito democratico fosse così impegnato a fare qualsiasi cosa per sedurre le diverse minoranze da arrivare a trascurare una parte considerevole della popolazione. In pratica quella parte operaia della popolazione che, storicamente, ha sempre costituito il midollo del partito democratico. Durante queste elezioni l’aristocrazia democratica ha deciso di favorire una coalizione di minoranze e di escludere dalle sue preoccupazioni la classe operaia bianca. E a Donald Trump è bastato chinarsi a raccogliere tutti quegli elettori e convogliarli sulla sua candidatura».

La modestia non è certo il suo forte e c’è anche del vero in ciò che dice su certa sinistra: quella dei fighetti radical chic, un po’ snob o addirittura hipster, magari con punto di ritrovo alla Leopolda. Ma la risposta più giusta a Tom Wolfe l’ha già data Michele Serra sullo stesso giornale qualche giorno dopo:

“L’elemento, ridotto all’osso, è questo: ammesso e concesso che i liberal, per i bifolchi dell’Ohio, abbiano fatto poco e male, che cosa fa, per i bifolchi dell’Ohio, Tom Wolfe? Ho la presunzione di conoscere la risposta: non fa assolutamente niente, e non perché sia malvagio o distratto, ma perché per la destra quella vera (quella scettica sulla natura umana, e sui destini della società) le condizioni del popolo non costituiscono un problema di speciale urgenza. Il popolo, alla destra, va benissimo così com’è.”

Tutti sanno che il quotidiano testé citato, la Repubblica, è stato fondato da Eugenio Scalfari. E’ pure noto che la linea editoriale del giornale è sempre stata dettata da lui, zigzagando negli anni nei riferimenti, prima su Berlinguer, poi su Spadolini, poi su De Mita e ora su Renzi. Ma ora siamo in difficoltà, lo ammettiamo, di fronte a questo giornalista 93enne fondatore e direttore “emerito” di Repubblica. Sul giornale del 10 gennaio 2017 il fondatore si presta infatti ad uno dei primi casi mondiali di giornalismo auto-autoreferenziale (cioè autoreferenziale al quadrato); ha cioè pubblicato una auto-intervista a se stesso: uno Scalfari (pseudonimo Zurlino) che fa domande a Scalfari (Eugenio). Eccone uno stralcio:

«Stavo rileggendo un paio di giorni fa Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa. È uno dei capolavori di questo agitato periodo della modernità, con il passo che mi ha più colpito ed è la creazione di se stesso attraverso il personaggio a cui dà il nome di Bernardo Soares. Che Bernardo sia Fernando non è nell’intuizione d’un lettore avveduto ma una dichiarazione dello stesso autore: Bernardo Soares sono io. Questa tecnica letteraria ha ispirato questo mio articolo che è alquanto diverso dal solito: è un’ intervista a me stesso». Eccolo lì, intervista a se stesso: come una sorta di sfizio a fine carriera, come un epilogo dalla grande padronanza di “ego” su inchiostro, si fa quelle domande che forse avrebbe voluto sentirsi fare da altri.

Come gli capita spesso negli ultimi anni, Scalfari tratta nell’auto-intervista di quasi tutti i massimi sistemi dello scibile umano. Qui tralascio di proposito il trattarli (anche sommariamente) per esplicito dispetto nei confronti della più agghiacciante delle affermazioni in essa contenute. Infatti, a una domanda semplice semplice (di Zurlino) : “E il rock?” Scalfari (Eugenio) risponde: “Per me non esisteÈ solo ritmo senza alcuna melodia“.

Eh no Scalfari! questa da lei proprio non ce l’aspettavamo.  Oscar Wilde ha scritto: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio“. Dispiace dirlo, ma in questo caso lei ha davvero perso una buona occasione per tacere. Sulla musica, perlomeno.

Comunque buon anno lo stesso.

In testata: un’immagine del film “La grande bellezza”diretto da Paolo Sorrentino (2013)

Di fake news e (di)speranza

Fare pulizia delle fake news. Bloccare i teppisti da tastiera. Inseguire chi diffama, inneggia al fascismo, attenta alle istituzioni democratiche cavalcando le piattaforme social. È il cuore del progetto di legge targato PD che sarà depositato nelle prossime ore al Senato dal capogruppo dem Luigi Zanda. Con una rivoluzione copernicana importata dalla Germania: gli spazzini della Rete dovranno essere i social network. A Facebook, Twitter, Instagram spetterà infatti filtrare le segnalazioni degli utenti. Vigilare. E se falliranno, la sanzione sarà salatissima: mezzo milione di euro per ogni singolo caso, cinque milioni per gli errori “di sistema”. (La Repubblica, 27 novembre 2017 – Fake news, legge del PD multe fino a 5 milioni – di Tommaso Ciriaco e Annalisa Cuzzocrea)

Dichiarare guerra alle “fake news” è giusto: ma come non vedere che la pretesa di trasformarle nel “grande problema della democrazia moderna” diventa essa stessa una fake news?” scrive Massimo Giannini sullo stesso giornale, in un commento dal titolo significativo: “L’Italia della disperanza“. E spiega:  “Tanti anni fa Josè Donoso scrisse un magnifico romanzo sul suo Cile: “La disperanza”. Credo che questo sia oggi lo stato d’animo prevalente di tanti italiani: la disperanza, cioè la condizione esistenziale e morale di chi ha già varcato i confini del disincanto ma non ha ancora raggiunto quelli della disperazione.

Continua poi Giannini: “Questa Italia si comporta oggi come Donoso diceva nell’87: «Tutto quello che puoi fare è il piccolo, inglorioso lavoro di sopravvivere, in attesa di un cambiamento” che non arriva mai. Mezzo Paese diserta le urne: non crede più a Renzi, non crederà mai a Grillo, non vuole credere di nuovo a Berlusconi. Considera inaccettabile il “ricatto” sul male minore (scegli il Cavaliere o Di Maio? Come dice Michele Serra “meglio la cicuta”, a sapere dove comprarla). Ritiene improbabile il “riscatto” del PD renziano (“unico argine ai populismi”? Nei sondaggi i populismi avanzano, l’argine salta).

Eppure è a questa “Italia della disperanza” che la politica dovrebbe riprovare a parlare. Di Maio ci prova con le solite pezze a colori, e M5S ha esaurito il suo potenziale: a Ostia e in Sicilia raddoppia i consensi ma non drena voti dall’astensionismo. Alla faccia della “rivoluzione culturale”.

Come sempre, è questione di punti di vista: “Walter Quattrociocchi ha spiegato che “la verità è percettiva”: se è così, quali sono le “true news” del PD, contro le “fake” fabbricate da Casaleggio e Salvini?“. Personalmente credo fino a un certo punto a certe notizie. Posso forse credere, sottolineo forse, che Silvio Berlusconi sia stato ancora una volta intervistato da Fabio Fazio in prima serata a “Che tempo che fa“.  Posso perfino credere (per quanto ciò sia stupefacente) che Eugenio Scalfari, intervistato da Giovanni Floris a “Dimartedì“, dichiari che tra Berlusconi e Di Maio preferirebbe votare il primo. In fondo, una delle poche sicurezze della vita è che per tutte le classi dirigenti l’imperativo è l’autoconservazione.

Però c’è un limite a tutto. Come nei casi delle scie chimiche, dei gattini nei vasi, dei vaccini-autismo e di tante altre analoghe stupidaggini: quante sono le fake news inverosimili che vengono irresponsabilmente messe in giro tutti i giorni che dio manda in terra? Solo i più ingenui possono cascarci sempre. Ma non tutti, e non certo io. Io non ci casco. Per esempio, un’altra palese bufala che circola di recente è questa:

“Tutti uniti per far diventare il liscio patrimonio dell’umanità attraverso l’Unesco.” (Cesenatoday.it)

Sostenere la candidatura all’Unesco del ballo folkloristico romagnolo come “patrimonio immateriale dell’umanità”: è il tema della risoluzione firmata dal Partito Democratico con Manuela Rontini prima firmataria. Si tratta di una proposta lanciata dalla presidente di Apt, Liviana Zanetti, che ha già raccolto “numerosi consensi da parte di amministratori e imprenditori del mondo turistico”.  (bologna.repubblica.it)

… E così è nata la proposta: far diventare il liscio patrimonio immateriale dell’umanità attraverso l’Unesco. L’idea è di Liviana Zanetti, presidente dell’Azienda di promozione turistica dell’Emilia-Romagna, ex assessore comunale a Forlì e politica democratica che qualche anno fa ha sfiorato l’elezione al Senato. «L’iter è lungo, ma il traguardo è raggiungibile», ha detto.

La proposta è maturata nell’ambito della Notte del Liscio, l’evento che lo scorso fine settimana ha animato la Romagna con la sua musica più tradizionale, un evento promosso dalla Regione e finalizzato a rafforzare la proposta turistica romagnola, come spiegato dall’assessore al turismo Andrea Corsini, ravennate e uomo di fiducia del governatore Stefano Bonaccini….” (italiaoggi.it)

Per dimostrare l’assurdità della presunta richiesta, propongo di seguito un classico esempio dell’insulso  “liscio” tradizionale, genere “musicale”, per definizione insipido e superficiale, che qualcuno (ma vi par possibile?) propone addirittura di candidare come “patrimonio immateriale dell’umanità” (sic!):

Che questa paradossale iniziativa venga proposta dalla stessa classe politica che il primo giugno 1980 portò in Piazza Maggiore a Bologna i  Clash per un concerto gratuito, è una cosa che non può essere vera. Deve essere per forza falsa. Se non lo fosse, infatti, dai confini del disincanto (dalla disperanza) avremmo già raggiunto quelli della disperazione. Perciò per me non è vero niente, si tratta dell’ennesima bufala. Non ci voglio credere. Anche perché, se fosse vera, si spiegherebbero davvero troppo facilmente tante cose.

P.S. Mi sovviene ora che l’assessore Corsini è lo stesso che  intendeva posticipare l’ingresso in aula degli studenti al terzo lunedì di settembre, per «allungare» l’estate e gonfiare l’indotto della riviera romagnola. Non sarà mica che…. ?!?

 

 

Decadenza

I leader dei tre principali (almeno secondo i sondaggi) movimenti politici italiani  hanno recentemente dimostrato per l’ennesima volta il consueto buonsenso, nonché l’innata modestia e moderazione che li caratterizza. Silvio Berlusconi: “Io unico argine al populismo anti europeo” (il Giornale.it). Matteo Renzi: “Il PD unico argine ai populismi” (Agorà24.it). Luigi Di Maio: “M5S unico argine a estremismi in Europa” (ansa.it).  Il famigerato “populismo” viene spesso evocato come il principale pericolo per la civiltà contemporanea. Per nostra fortuna, invece, chiunque vincerà le prossime elezioni considera se stesso quale unico e inimitabile argine alla decadenza. Ma allora di cosa parliamo, con esattezza, quando parliamo del suddetto populismo?

Come scrive Corrado Augias su “La Repubblica”: ”Per il celebre e stimato dizionario Devoto-Oli, la definizione è: «Populista, appartenente ad un movimento politico-culturale moderno di tendenza e d’ispirazione popolare». Dopo aver definito la parte storica del lemma, il dizionario però la completa dandone la versione attuale: «Qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari ». Il Grande Dizionario del Battaglia, dopo aver ricordato l’origine della parola, ne dà poi la versione corrente  «Atteggiamento politico favorevole al popolo (identificato nei ceti sociali economicamente più umili e soprattutto culturalmente più arretrati), ma in modo generico, velleitario, e demagogico (adulando il popolo come depositario di virtù sociali e vittima del cinico egoismo e dell’amoralità dei ceti dominanti, e formulando proposte politiche atte a gratificare il desiderio di rivalsa da parte dello stesso popolo, ma non idonee a incidere efficacemente sui complessi problemi che pone la società moderna)».

Quand’è così, la questione si complica, se è vero – come è vero – quanto ha dichiarato Nichi Vendola allo stesso giornale: “Renzi ha portato a compimento il programma di Berlusconi (…) Avere cultura di governo non significa essere intruppati dal pensiero unico del capitale finanziario. C’è una sinistra che la domenica si commuove per il magistero radicale di Papa Francesco e nei giorni feriali si genuflette dinanzi ai profeti della diseguaglianza, della precarietà del lavoro, della privatizzazione dei beni comuni, della necessità delle trivelle, o del realismo del vendere armi all’Arabia Saudita o del finanziare i lager per migranti in Libia (…) Anche Di Maio è diventato renziano. Una pecorella con Confindustria, ma rumoroso con chi rappresenta il lavoro. Il suo è il ruggito del coniglio”. (intervista di Goffredo De Marchis – La Repubblica, 1 ottobre)

In altre parole, tutti e tre i suddetti “leader”, lungi dall’arginarlo, al contrario fanno del populismo il principale strumento politico e comunicativo. Paradossalmente, il fatto stesso che ognuno di loro se ne dichiari “unico” argine lo dimostra in modo lampante. Eugenio Scalfari nel suo ultimo editoriale domenicale scrive: “In un bel libro di Roberto Calasso uscito in questi giorni e intitolato L’innominabile attuale c’è una splendida immagine di Baudelaire con il quale il libro si chiude e che descrive purtroppo la situazione che stiamo vivendo: «Sintomi di rovina. Edifici immensi. Numerosi, uno sull’altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scale, budelli, belvedere, lanterne, fontane, statue. Fenditure, crepe. Umidità che proviene da una cisterna situata vicino al cielo. Come avvertire la gente e le nazioni?». Purtroppo le cose ora stanno così“.  Ecco, le cose stanno così, purtroppo, ed è meglio prenderne atto. La parola che definisce tutto ciò è una sola: decadenza. La verità è che si sta (de)cadendo; che si sta cadendo verso il basso. Verso ciò che è posto molto in basso e molto a destra, per dirla tutta.

Parlando di decadenza, viene in mente, com’è ovvio, il decadentismo; quindi D’Annunzio, ma soprattutto Oscar WildeIl ritratto di Dorian Gray (The Picture of Dorian Gray), romanzo scritto nel 1890. Esso narra di “un giovane di bell’aspetto, Dorian Gray, che arriverà a fare della sua bellezza un rito insano. Egli inizia a rendersi conto del privilegio del suo fascino quando Basil Hallward, un pittore suo amico, gli regala un ritratto da lui dipinto, che lo riproduce nel pieno della gioventù. Dorian comincia a guardare la giovinezza come qualcosa di veramente importante, tanto da provare invidia verso il suo stesso ritratto, che sarà eternamente bello e giovane mentre lui invecchierà. Colpito dal panico, Dorian arriva a stipulare una sorta di “patto col demonio”, grazie al quale rimarrà eternamente giovane e bello, mentre il quadro mostrerà i segni della decadenza fisica e della corruzione morale del personaggio”. Vi ricorda qualcosa?

Nel romanzo a un certo punto Lord Henry, mentore e ammiratore di Dorian Gray, gli regalerà un misterioso libro giallo di cui Wilde non fa il titolo. Si da’ però per scontato che si tratti di À rebours, un romanzo di Joris Karl Huysmans pubblicato nel 1884, noto in Italia anche con i titoli Contro corrente e A ritroso. Dorian baserà la sua vita e le sue azioni su questo “libro giallo“. Il romanzo “A ritroso“, che viene considerato il manuale del perfetto decadente, “si può definire la «storia di una nevrosi» vissuta da Jean Floressas Des Esseintes, nella Parigi fin de siècle. Educato dai padri gesuiti, unico erede dei beni dei genitori, di cui è rimasto orfano in giovane età, conclusi gli studi, Des Esseintes si immerge nella vita di Parigi; tuttavia, deluso dalla frivola mondanità della vita condotta con i suoi coetanei, il giovane aristocratico decide di sciogliere definitivamente ogni contatto con la società, ormai priva, ai suoi occhi, di qualunque attrattiva.

Si rifugia così in una villa nei pressi di un piccolo paese della campagna parigina, Fontenay, dove inizia il suo eremitaggio, a distanza da qualsiasi distrazione che gli possa offrire la civiltà, evitando il più possibile i contatti con i domestici e con il mondo esterno. A Fontenay Des Esseintes si dedica a soddisfare ogni suo desiderio e piacere: arreda la casa con una cura maniacale, scegliendo meticolosamente i colori e gli abbinamenti che più lo soddisfano; acquista una tartaruga e, insoddisfatto dell’accostamento dei colori di questa con quelli della sua abitazione, le fa incastonare sul carapace una composizione di pietre preziose accuratamente selezionate; allestisce una biblioteca contenente i volumi da lui preferiti, rilegati appositamente su carte pregiate, e così via. La sua vita scorre così tra la lettura, la degustazione di alcolici e bevande, la composizione di profumi e la cura delle piante.” (da Wikipedia)

Lo stesso Huysmans scriverà poi una “Prefazione dell’autore scritta vent’anni dopo il romanzo” che termina con queste parole: “In tanto disordine un solo scrittore vide chiaro, Barbey d’Aurévilly, che d’altronde, non mi conosceva affatto. In un articolo del Constitutionnel con la data 28 luglio 1884, e che è stato raccolto nel suo volume Il romanzo contemporaneo, apparso nel 1902, scriveva: ‘Dopo un libro tale non resta altro all’autore che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce.’

Già fatto.”

Mad Men, invece, è una serie televisiva statunitense prodotta dal 2007 al 2015. Ambientata nella New York degli anni sessanta, la serie tratteggia le vite di alcuni pubblicitari che lavorano per l’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper (poi Sterling Cooper Draper Pryce) di Madison Avenue, concentrandosi in particolare sulle vicende del suo direttore creativo, Don Draper. L’ambientazione della serie ritrae i mutamenti sociali in atto negli Stati Uniti in quel determinato periodo storico: fra gli eventi citati nel corso delle varie stagioni, la campagna presidenziale che contrappose John Kennedy a Richard Nixon (1960), la crisi dei missili di Cuba (1962), l’assassinio di Kennedy (1963), le lotte per la conquista dei diritti civili degli afroamericani. (da Wikipedia)

Si dirà: che c’entra Mad Men con il decadentismo, con i personaggi e gli autori descritti sopra? Eppure c’entra eccome, e non solo per la scelta che compirà Don Draper alla fine dell’ultima puntata. Anche in questo caso, mi guardo bene dal fare spoiler. Comunque sia, qualcosa si può dire: sempre di decadenza si tratta.

La prevalenza dell’io

«La vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare al sogno che si ha di se stessi», afferma uno dei personaggi di Tutto su mia madre di Pedro Almodòvar. Non potrei essere più in disaccordo; penso anzi che il successo planetario di Facebook si possa in fondo ricondurre al folle tentativo collettivo di mettere in vetrina l’immagine di se stessi, un brulicare indistinto di ego alla ricerca di mutuo riconoscimento. Quando mai l’immagine di se stessi corrisponde alla realtà? L’autenticità è un’altra cosa. Ma come scrive Rabelais: “Intendiamoci, non che io mi voglia impunemente esentare dal dominio della follia. Ci sono e ne partecipo anch’io, lo confesso. Tutti a questo mondo sono matti, e se in Lorena Fou è vicino a Tou, c’è la sua buona ragione. Ogni cosa è follia” (da Gargantua e Pantagruele)

Non sfugge a questa legge nemmeno Eugenio Scalfari, che nel consueto sermone domenicale su “La Repubblica” del 28 maggio, scrive:

OGNI giorno che passa la confusione aumenta, ma quale ne è la causa? Forse la globalizzazione? Forse l’aumento dell’egoismo in ogni individuo, in ogni famiglia, in ogni tribù, in ogni istituzione, in ogni Stato? La risposta è affermativa: globalizzazione ed egoismo. (…) improvvisamente la società globale ha trasformato se stessa: è diventata un elemento di chiusura. È difficile capire se quella chiusura provenga dall’aumento dell’egoismo o sia stata la globalità a determinarla provocando la chiusura di ogni persona, istituzione e interesse in se stesso. Papa Francesco, che resta il solo a predicare l’apertura di ciascuno verso gli altri, disse che tanti “Tu” diventano “Noi” e quando questo avviene quel “Noi” universale determina la rivoluzione. Aveva ed ha perfettamente ragione, ma sta avvenendo l’inverso: il “Tu” regredisce all’“Io”. Un “Io” globale e cioè l’egoismo fatto persona. E siccome le persone sono dovunque e operano dovunque, il loro se stesso come unico o prevalente segno di valore provoca la chiusura della società globale. La risposta sarebbe una resistenza positiva, l’ “Io” non è una soluzione ma una regressione terribilmente negativa e se vogliamo vederne l’eventuale progressione ci troveremo di fronte a una generale anarchia e al pericolo che ne deriva, cioè l’avvento delle dittature. I fatti raccontati dalla storia sono questi.

Intendiamoci, Scalfari ha perfettamente ragione, il suo ragionamento non fa una grinza. La follia semmai consiste nel pensare che tutto ciò sia successo “improvvisamente”; mentre invece è sotto gli occhi di tutti come la prevalenza dell’io e dell’egoismo personale e/o di gruppo sia un fenomeno patologico endemico da almeno mezzo secolo. Almeno nel cosiddetto occidente “evoluto”, infatti,  il concetto di olismo (unica possibilità di salvezza) ha perso gradualmente valenza socioculturale, per cadere nel dimenticatoio, quando non addirittura nel disprezzo collettivo.

Ma qualcuno si chiede ancora per quale motivo da tutto ciò deriverebbe il pericolo dell’avvento di dittatura. Ce lo spiega molto bene Massimo Gramellini (sul Corriere della Sera del 27 maggio 2017): “Purtroppo ci sono persone così deboli e insicure che non riescono a vivere senza appoggiarsi a un dogma. Non importa se religioso, materialista, scientifico, antiscientifico, carnivoro, vegano. Purché si tratti di un precetto che, in nome di una qualche presunta verità assoluta, li dispensi dalla fatica di adeguare i comportamenti alle situazioni. Ognuno ha il diritto di consegnarsi a una vita rigida da esaltato. Ma appena il fanatismo tracima all’esterno smette di essere un diritto per diventare un problema.” I dittatori per definizione sono creatori (inventori) e impositori di dogmi e verità assolute.

Come però ha scritto Piergiorgio Odifreddi sul Corriere della Sera (partendo da un’analisi di Guerra e pace di Tolstoj in un articolo dal titolo “Matematici sul piede di guerra”): “In realtà la storia è il prodotto di una grande azione collettiva, in cui ciascun protagonista fornisce il suo piccolo apporto. E Tolstoj offre un’interessante metafora matematica: secondo lui, questo è ciò che avviene nel calcolo infinitesimale, in cui l’apporto individuale di quantità infinitesime, chiamate differenziali, viene sommato calcolando una somma infinita, chiamata integrale. In termini matematici, dunque, la storia sarebbe l’integrale dei comportamenti infinitesimi degli individui”.

Si tratta appunto di una metafora, perché finora nessuno è riuscito a formalizzare matematicamente un calcolo della storia. Esistono purtroppo molte persone che hanno difficoltà a comprendere cose che non si riferiscono in qualche modo direttamente a loro. Sarebbe  molto meglio rendersi conto di come all’interno di questa metafora la vera incognita sia costituita dal comportamento di ognuno di noi. Però da quello autentico, non dall’immagine fittizia che di esso vogliamo fornire mettendo ogni giorno in rete un nuovo selfie.